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Il tempo dell’agire politico

Molto probabilmente quando leggerete questo bollettino, nella sua versione cartacea, conoscerete l’esito delle elezioni del 4 marzo. Allo stato attuale la campagna elettorale, salvo qualche rarissima eccezione da parte della sinistra che prova a riorganizzarsi dal basso, sta mettendo in campo non un progetto politico, ma proposte di bandiera. Canore Rai, bollo auto, tasse universitarie, legge Fornero, reddito di cittadinanza comunque denominato, pensioni minime a mille euro, e tanto altro ancora. Gli oneri sul bilancio vanno da alcune decine a circa duecento miliardi di euro. Per di più in un contesto in cui quasi tutti promettono di tagliare le tasse. Per realizzarli, non basterebbero Babbo Natale e la Befana assommati. Non stiamo andando verso una Repubblica delle banane, ma ci siamo già con tutte e due i piedi dentro. Così in questa tornata elettorale “inevitabilmente” si sfidano per il governo tre leader populisti. Il populismo fa del popolo una massa anonima alla ricerca di un’autorità esautorante e deresponsabilizzante, crea una richiesta di ordine a prescindere da qualsiasi forma di dialogo democratico e di confronto. Va, consapevolmente o meno, nella direzione di un potere dittatoriale. I suoi leader incarnano il segno del loro tempo, invece che il suo spirito: sono il sintomo di un morbo che ammala la storia, non la prospettiva nuova che sorge dalle contraddizioni di un’epoca al suo tramonto.1 elezioniL’Italia, in questo senso, può vantare un record. Negli ultimi vent’anni ha visto alternarsi e convivere ben tre populismi. Il “telepopulismo” di Berlusconi, l’imbonitore, l’uomo di tutte le promesse che nel celebrare la propria diversità o unicità si rivolge al popolo per farlo sognare. Il “cyrberpopulismo” grillino, indifferente al discrimine destra-sinistra, trasversale, giustizialista, che spinge il popolo della rete contro le oligarchie burocratiche, finanziarie e partitiche. Infine il “populismo dall’alto” di Matteo Renzi, post-novecentesco, post-ideologico, post-democratico. Ibrido, un po’ di lotta e un po’ di governo. (La definizione dei tre populismi è tratta dal libro di Marco Revelli “Populismo 2.0” a cui si rimanda per gli opportuni approfondimenti). Populismi, ai quali non è estraneo il declino economico iniziato un quarto di secolo fa e che ha creato una voragine sociale. Certo, per coloro che hanno “voce”, il presente va bene così com’è. Per la vasta platea dei “subalterni” non è così. Per le nuove generazioni che si affacciano sotto il cielo della nostra epoca lo status quo è privo di futuro, ridotto ormai a qualche nuovo prodotto tecnologico gettato sul mercato. Il futuro è il prossimo smartphone lanciato dalla Apple. Ma una società incapace di alimentare il “sogno di una cosa” incancrenisce, si dissolve nel deserto spirituale del nichilismo, nell’odio verso il “diverso”.2 populismoChi odia non lo può fare in maniera in maniera precisa, perché non distingue, al contrario generalizza, ragiona per categorie: i neri, i romeni,i musulmani, gli ebrei, i politici, ecc. Non può dubitare, deve essere sicuro di sé, la percezione dell’altro come pericolo deve essere certa, senza crepe, tanto che l’altro si trovi nella parte alta dell’asse verticale dell’odio (“quelli di sopra”, i potenti), tanto che si trovino nella parte bassa (“quelli di sotto”, i poveri, gli stranieri, ecc.). In questo modo i crimini e le violenze diventano, ogni giorno di più, non solo necessari ma giustificabili. La realtà è che quest’odio ha una matrice ideologica e non è mai naturale. Non deflagra all’improvviso ma solo dopo averlo coltivato, come frutto. Non nasce dal nulla ma ha sempre un contesto specifico che lo spiega e dal quale nasce. È preparato, è un prodotto confezionato in un determinato contesto storico-culturale. Viene raccontato, raffigurato, rappresentato. I profittatori della paura annaffiano continuamente l’oggetto dell’odio e lo tengono costantemente a portata di mano.3 odioA tutto questo noi Associazione Italia-Nicaragua, come tanti altri, continuiamo ad opporci, anche se abbiamo la sensazione di essere voci deboli, che parlano nel deserto. Quando parliamo coi parenti, i colleghi, i vicini di casa o i ragazzi, ci rendiamo conto di quanto sia dilagante un razzismo becero e volgare, basato sui pregiudizi che non hanno riscontro nella realtà. Emerge un mondo dove la solidarietà è bandita, così come la coscienza di classe. Criminalizzare le attività umanitarie nel Mediterraneo ha ulteriormente inasprito il clima già compromesso sul tema migrazione. C’è il risentimento, il rancore diffuso che ha nella Rete il suo amplificatore. Antonio Gramsci scrisse in quello straordinario laboratorio della resistenza all’oppressione che sono stati i “Quaderni dal carcere” dell’interregno, cioè di quando un mondo muore e un altro ha difficoltà a mostrarsi. L’interregno è però non il tempo dell’attesa messianica in qualche sovvertimento, ma il tempo dell’agire politico affinché la presa di parola non ripieghi su se stessa come lamento più o meno rabbioso del populismo contemporaneo. Bensì diventi la materia vivente di un esodo collettivo dal mondo della precarietà, intesa nel senso più ampio del termine.4 AIN 2018Crediamo che questo agire politico non possa prescindere dal valore dirompente della solidarietà internazionale, quella che partendo dalla rivoluzione sandinista in Nicaragua abbiamo definito come “tenerezza dei popoli”; perché il progetto di una società più giusta e umana, basata sul motto del 1789: liberté, egalité, fraternité, non è una formula storicamente esaurita. Anzi conferma la propria validità nel contestare le radici delle sofferenze, delle pratiche servili ramificate nel ginepraio della postmodernità liquida. Una solidarietà che è orizzontale e non va dall’alto verso il basso, ma rispetta gli altri e impara dagli altri; che, pur tra mille difficoltà, cerca di informare su quanto avviene in America Latina e sulla (più o meno presunta) “fine del ciclo progressista”. È giusto riflettere sulle cause profonde di un indubbio cambiamento di egemonia sul subcontinente. Ma senza dimenticare la forza con cui gli apparati repressivi dello Stato e la connivenza di istituzioni in teoria neutrali (non solo il potere giudiziario, ma anche le commissioni elettorali, come ci ricorda l’Honduras con le elezioni presidenziali rubate del 26 novembre 2017) nel fiancheggiare il ritorno al potere delle oligarchie di sempre.5 bertaDi fatto il popolo honduregno è stato nuovamente vittima di un colpo di Stato dopo quello del 2009. Importa a qualcuno di questo golpe e che nei paesi latinoamericani si continuino a violare i principi elementari della democrazia? Dove sono i “venezuelanologi” di casa nostra che si stracciano le vesti per i diritti umani? L’oligarchia honduregna, che ha rubato la vittoria a Salvador Nasralla (candidato Alleanza di opposizione contro la dittatura), può dormire sonni tranquilli per quello che riguarda la comunità internazionale: il golpe paga sempre perché, passata la tempesta iniziale, sempre più simile a un acquazzone con il ripetersi dei casi, i protagonisti – anziché finire in galera – potranno riconquistare il potere e tenerselo stretto a colpi di brogli elettorali. Ma è assai improbabile che il discorso si chiuda qui per il popolo honduregno che sta pagando un prezzo di sangue non indifferente, almeno 45 gli omicidi. La lotta prosegue con lo sciopero nazionale che inizierà il 20 gennaio e si prolungherà per una settimana in cui la mobilitazione sarà totale.