PER GIULIO GIRARDI

…Io non so dove vanno le persone che muoiono, so dove restano.

Il 26 febbraio del 2012 Giulio Girardi ci lasciava. Lo ricordiamo con le parole di Vidaluz Meneses pronunciate il 21 giugno 2012 al Convegno di Roma (Palazzo Valentini) dal titolo: “Terre Nuove, Cieli Nuovi: il messaggio di Giulio Girardi” (Sintesi e adattamento redazionali).
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“Giulio Girardi e la sua Nicaragua Nicaraguita” di VIDALUZ MENESES
Fra noi che partecipavamo alla vita quotidiana di Giulio Girardi in Nicaragua, in pochi/e eravamo consapevoli della grandezza di quest’uomo. Ordinato sacerdote nel 1955, Giulio era stato in seguito professore di Filosofia presso l’Università di Torino, l’Università di Roma e l’Università Cattolica di Parigi, nonché partecipante del Concilio Vaticano II, dove aveva collaborato alla stesura della Gadium et Spes in qualità di esperto, e membro del tribunale Russell, responsabilità condivisa con García Márquez, Julio Cortázar ed Eduardo Galeano, solo per citarne alcuni. Sin dai primi anni ottanta, Giulio aveva cominciato a venire in Nicaragua su invito di padre Uriel Molina. In queste occasioni egli trovava ospitalità vicino al Centro Ecumenico Fray Antonio de Valdivieso, e più precisamente presso l’abitazione di doña Isolina Brenes, affettuosamente soprannominata doña Choli. Ella fece sì che la sua modesta dimora diventasse il luogo prediletto da Giulio Girardi durante le permanenze in Nicaragua. Giulio era solito pranzare nella trattoria accanto alla casa di doña Choli, per la meraviglia di padre Uriel Molina che un giorno ve lo trovò.
Di questo magnifico internazionalista parla Ernesto Cardenal nel prologo alla seconda edizione della sua opera Sandinismo, Marxismo, Cristianesimo: La confluenza. Cardenal racconta di aver incontrato per la prima volta Giulio quando si recò al tribunale Russell per presentare il caso del Nicaragua.
Ma ancor prima di vederlo di persona, Ernesto Cardenal lo leggeva trovandovi cose sorprendenti, come la lotta di classe e l’Eucarestia: idee coraggiose e nuove, e tuttavia lampanti sin dal primo momento, che circolavano su fogli ciclostilati e fotocopiati – che poi è il modo in cui tutto il movimento della Teologia della Liberazione circolava in America Latina.
Da parte sua, padre Uriel Molina, nella presentazione alla medesima opera, annotava: “La crisi è un periodo di movimento e di vita intesa come vita intensa.
La crisi di Giulio Girardi incontra la crisi del Nicaragua e si risolve con essa…
Giulio, come molti prima di lui, dovette perdere tutto per poter arrivare a quel punto zero in cui ritroviamo finalmente noi stessi. In questi momenti, quando incontriamo l’amore, lo stringiamo al cuore e non vogliamo lasciarlo, come ci insegna il Cantico dei Cantici.
Giulio incontrò la rivoluzione, e per nostra gioia la incontrò attraverso il Centro Valdivieso”.
A molti/e di noi la sua capacità di astrazione e di formulare teorie ci lasciò perplessi/e.
Aveva acquistato una piccola Lada sovietica: una di quelle auto che allora venivano importate in Nicaragua. Il personale del Centro Valdivieso lo vedeva arrivare, parcheggiarsi quasi in mezzo alla strada, poi scendere e andare direttamente in una piccola stanza dove se ne stava per ore a leggere e a scrivere.
Rafael Valdés, membro del Centro Valdivieso, lo accompagnò in due occasioni sulla costa atlantica, dove Giulio voleva contribuire al recupero della teologia negra (…)
La poetessa Michele Najlis ed io stabilimmo una strettissima relazione con Giulio. In più occasioni Michele gli offrì di trasferirsi in una stanza di casa sua, ma Giulio declinava sempre l’invito.
Lei ricorda in modo particolare la tenerezza e la delicatezza con cui Giulio portava caramelle ai suoi bambini (…)
Ricordo che, quando visitai Roma per la prima volta, Giulio mi offrì il suo appartamento che in quel momento non lo occupava. Fu così che mi riempì il frigo di cibo e bibite, e arrivò persino a offrirmi del denaro perché io potessi sostenere alcune spese straordinarie.
Questo fu un gesto di una generosità tale che non credo potrò mai dimenticare.
Nel 1992 Carlos Tünnerman presiedeva il consiglio di direzione dell’Iistituto Nicaraguense di Cultura Ispanica insieme con la poetessa Daisy Zamora, l’addetto alla cultura dell’ambasciata di Spagna ed io. Durante una delle nostre riunioni decidemmo di organizzare una settimana di attività legate all’anniversario della scoperta dell’America.
Il nostro progetto, approvato all’unanimità, doveva includere non solo le luci, ma anche le ombre di tale evento storico. Per questo motivo io proposi di presentare il libro di Giulio Girardi, “La conquista dell’America. Con quale diritto?” proposta che venne accolta da tutto il consiglio direttivo. A presentarlo fu padre José Maria Vigil, spagnolo residente in Nicaragua, mentre Giulio lesse un frammento dell’opera, così com’è d’usanza. Dopo alcuni commenti ebbe luogo un rinfresco.
Nei giorni seguenti mi arrivò una lettera di protesta dalla sede centrale dell’Istituto a Madrid, secondo cui si era mancato di rispetto alla madre patria nella sua stessa sede. Dal momento che la proposta era partita da me, risposi spiegando lo spirito che aveva portato ad includere l’opera di Giulio nel programma; al che la protesta si fermò.
Ovvio che tutto ciò che veniva prodotto da Giulio, uomo cristiano e rivoluzionario allo stesso tempo, era destinato a suscitare polemica. Egli fu molto coraggioso, erudito e audace. La sua opera Sandinismo, Marxismo, cristianesimo, la confluenza fu presentata da uno di marxisti più preparati entro le fila del FSLN, Rogelio Ramírez, il quale la classificò come “sorta di manifesto del cristianesimo rivoluzionario nicaraguense” (un testo che tornerebbe molto utile al governo attuale, visto che il suo motto – ripetuto fino alla nausea – recita: “cristiano, socialista e solidale”).
Sebbene Ramírez riconobbe che l’opera era troppo ricca per poter essere ridotta a un giudizio sommario, egli comunque espresse le proprie riserve filosofiche riguardo alla tesi che Giulio proponeva. Rogelio diceva che veniva data “troppa enfasi al carattere sognatore ed utopico di Sandino, come se costui non avesse analizzato oggettivamente e scientificamente il proprio contesto storico. Ciò implicherebbe che i grandi rivoluzionari erano persone sognatrici e filosoficamente idealiste”.
Ramírez espresse inoltre un secondo giudizio di urgenza congiunturale, affermando: “né Sandino, né tantomeno l’FSLN è comunista”, a dimostrazione di quanto fosse importante sottolineare ciò di fronte agli attacchi imperialisti di quegli anni. Rogelio aggiunse che non ci si doveva dimenticare che nessun partito comunista latinoamericano aveva mai simpatizzato con Sandino, salvo il cubano José Antonio Mella e il peruviano José Carlos Mariátegui, lodevoli eccezioni al dogmatismo dominante.
Un altro personaggio che intervenne nel dibattito fu il vecchio combattente nicaraguense Armando Amador, il quale pose obiezioni al terzo capitolo dedicato alla relazione tra Sandino e il movimento comunista.
Amador consigliò a Giulio di rielaborare il capitolo ed ampliarne le fonti documentarie. “Esiste un importante bibliografia che non è stata utilizzata”, sostenne Amador, “come ad esempio gli scritti di Julio Antonio Mella, la rivista Amauta di Mariátegui e la corrispondenza di Carlos Aponte con Gustavo Machado”. Amador, comunista che aveva vissuto per anni in Venezuela in seguito all’esilio impostogli dalla ditattura di Somoza, voleva che Giulio aggiungesse la differenza tra il settarismo dei comunisti messicani che si erano opposti a Sandino e ciò lui chiamava “la posizione illuminata di altri comunisti latinoamericani che avevano appoggiato con lungimiranza la lotta dell’eroe nicaraguense”.
Un altro interessante intervento fu quello di Jorge Alvarado Pisani, venezuelano stanziatosi in Nicaragua e ad oggi vicerettore dell’Università Centroamericana.
Pisani si concentrò sul secondo capitolo, quello in cui viene trattato il tema della teosofia di Sandino. Anch’egli concordava con Amador sulla necessità di ampliare le fonti documentarie, rivolgendosi, per esempio, all’opera del teosofo Joaquín Trincado, nonché agli apporti del nicaraguense José Santos Rivera, il cui valore, secondo Alvarado, risiedeva nella definizione che egli dava di Sandino come di un “comunista razionale”, così come Trincado stesso intendeva quest’espressione (…)
Dopo tre ulteriori commenti alla sua opera, Giulio si prese la briga di rispondere uno ad uno con la semplicità e la brillantezza che lo caratterizzavano.
Riassumendo la questione, disse infine: il problema centrale è “se io sia stato o meno fedele alle fonti. Il mio percorso cristiano, ovviamente, mi fa evidenziare alcuni aspetti, ma la questione è se questi aspetti si possano davvero trovare nelle fonti. Ritengo curioso che si dica che io, in quanto credente, interpreto le cose in modo valido… solo per i credenti. Si dovrebbe al contrario dimostrarmi che, per il mio essere credente, non ho compreso questo o quell’aspetto.
La confluenza fra marxismo e cristianesimo è stata la preoccupazione di tutta la mia vita. Alcuni hanno detto che il marxismo sandinista da me impostato non corrisponde al sandinismo reale, ma si tratta piuttosto della proiezione dei miei desideri.
Ho forse presentato la Storia del Nicaragua o la mia propria storia?
Entrambe, io credo. Ma di nuovo, la questione di fondo è se il marxismo sandinista sia o meno implicito nell’impostazione e nella pratica dei sandinisti”.
Girardi concluse ribadendo che la rivoluzione sandinista era caratterizzata dall’apertura internazionale, e che gli internazionalisti impegnati in essa erano “nicaraguensi per scelta”, dato che partecipavano insieme con i nicaraguensi alla costruzione di una cultura alternativa di rilevanza mondiale. Al termine del suo discorso, Giulio fu salutato con un’ovazione dai partecipanti.
Nell’intervista fatta da José Argüello a Giulio nel 1986 troviamo alcune domande-chiave per comprendere ciò che ha portato Girardi a scrivere la sua opera. Per esempio: “In Nicaragua la pratica anticipa la teoria e abbiamo avuto esperienze ricche e profonde senza alcuna teoria che le accompagnasse. Lei crede che la rivoluzione esiga qualche riformulazione teorica importante?”. Nella sua risposta Giulio, tra le altre cose, disse: “La partecipazione di massa dei cristiani al cambiamento sociale è stata possibile perché i cristiani hanno cominciato a vivere la loro fede in maniera nuova e creativa.
Questa novità è dunque andata approfondendosi nel cuore stesso della lotta.
La suddetta esperienza offre dunque la possibilità e la necessità di fondare una riformulazione teologica a partire dal punto di vista degli oppressi.
Tuttavia non mi sembra che il potenziale di rinnovamento teologico sia sufficientemente valorizzato. Ovvio che ci sono questioni pratiche ben più urgenti, ma è altrettanto ovvio che un approfondimento teorico arricchirebbe di gran lunga la pratica cristiana e rivoluzionaria, in Nicaragua come in altri paesi”.
Giulio amò appassionatamente la rivoluzione nicaraguense e credette nei suoi capi. Questa convinzione così profonda lo portava a difendere ogni aspetto di un processo continuamente minacciato e aggredito dalla controrivoluzione, senza mai porlo in questione (…)
Nonostante ciò, la giornalista e attivista cristiana María López Vigil, che pure ricorda la passione e la buona fede di Giulio nei confronti della rivoluzione e dei suoi dirigenti, sostiene che, non appena saputo della denuncia di abuso sessuale della figliastra del comandante Daniel Ortega, Zoilamérica Narváez, Giulio andò a farle visita nel suo ufficio durante il suo annuale viaggio in Nicaragua per chiederle maggiori informazioni circa ciò che aveva letto sul caso. Zoilamérica gli raccontò tutta la vicenda, al che Giulio non soltanto si dimostrò totalmente disposto a darle credito e, soprattutto, a credere nell’abuso, ma fu anche l’unico sandinista straniero investito dell’ordine Carlos Fonseca a scrivere su questo tema, parlandone come della seconda sconfitta morale dell’FSLN dopo l’appropriazione indebita di beni di Stato.
Sappiamo che il testo fu divulgato nel web in lingua italiana.
Per concludere questo breve ricordo del nostro fratello Giulio Girardi, voglio parlare della sua speranza incrollabile.
Negli anni novanta, dopo la nostra sconfitta, Giulio ebbe l’opportunità di viaggiare attraverso tutta l’America Latina. Nel suo passaggio in Nicaragua ci lasciò degli indizi sul nuovo percorso verso l’utopia, così come suggerisce il titolo della sua conferenza Sviluppo locale sostenibile. Potere locale alternativo e rifondazione della speranza.
In essa Giulio identifica “lo sviluppo sostenibile come un progetto fondamentalmente economico, ma che non può essere separato da un processo di trasformazione politica che fornisca le condizioni per l’autodeterminazione e la partecipazione a livello economico; motivo per cui si tratta di un processo di democraticizzazione reale e decentralizzazione del potere”.
In questo progetto emerge la necessità di una cultura antagonista al neoliberalismo e viene riconosciuta un’altra condizione essenziale per rendere efficace l’autodeterminazione politica ed economica, nonché il protagonismo delle donne e la necessità di un’educazione popolare emancipatrice.
Si segnala poi che la maggiore ispirazione e motivazione viene data da un cristianesimo che, ritornando alle sue origini evangeliche, rompa le alleanze storiche con i poteri politico-economici e parteggi invece con e per gli oppressi consapevoli e ribelli.
In tale contesto, Giulio rivaluta come fonte non meno forte d’ispirazione le religioni indigene originarie e di matrice africana, per il loro amore e la loro identificazione con madre natura.
Giulio, con la sua prospettiva futurista e planetaria, continua e continuerà a nutrire i nostri progetti, e dunque a vivere tra tutti e tutte noi.

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