TEMPI PRESENTI:LUGLIO 2026

In copertina uno scatto iconico “Piedi nei sandali” di Tina Modotti, che vive tuttora, purtroppo, per la sua forza nel raccontare l’eterno migrare dell’essere umano – immortala sinteticamente i piedi di una persona: il viaggio e la fatica hanno consumato carne e suole. Non ci soffermiamo sulla figura di Tina Modotti, che pure meriterebbe un approfondimento: la sua opera è sociale e democratica, autentica e profonda nel suo mantenere un alto valore estetico e pedagogico. La sua storia (straordinaria ed eclettica fotografa italo americana) intrecciata a quella degli eventi più significativi del Novecento (attivista e militante comunista scomparsa a soli 45 anni a Città del Messico), è stata spesso interpretata a partire dalla fragilità ed eccezionalità della sua figura, diventata nel corso degli ultimi cinquanta anni una vera e propria icona in tutto il mondo. “Mi chiamavo Tina Modotti. Ho amato, lottato, fotografato, disobbedito, resistito. Ho camminato sempre verso la libertà, anche quando il mondo voleva trattenermi. E se oggi qualcuno mi ricorda, vuol dire che le mie immagini hanno scolpito una memoria indelebile”.

Quei “Piedi nei sandali” appartengono a tutti i migranti che scappano da contesti drammatici in cerca di una vita migliore, come quelli uccisi lunedì 1 giugno nella mattanza di Amendolara, in provincia di Cosenza. Quattro lavoratori, il pachistano Waseem Khan di 29 anni e gli afghani Amin Fazal Khogjani 28 anni, Ullah Ismat Qiemi 19 e Safi Layjad 27, bruciati vivi perché si sono ribellati al caporalato chiedendo di essere pagati. Quotidianamente persone migranti muoiono naufragati nel Mediterraneo si spiaggiano, altri braccianti vengono presi a fucilati, nella migliore delle ipotesi finiscono ustionati dal sole cocente del lavoro nei campi, ridotti a servi senza gleba. Chi è che nei fatti si prende cura delle vacche per il parmigiano? Chi raccoglie pomodori per il sugo? Chi prepara pizza e carbonare nelle nostre osterie? Stranieri. La cucina italiana, popolare, tradizionale identitaria, Patrimonio Unesco, si salva grazie agli stranieri che fanno mansioni che nessun italiano vuole più fare. Eppure le destre hanno costruito un’egemonia fondata sull’odio per lo straniero, portata avanti senza pause e con coerenza. La vediamo da Trump alla Meloni: contesti diversi, ma strategie convergenti. È la narrazione tossica che convince le persone che se vengono sfruttate, se la sanità non funziona, se i salari sono bassi, non è colpa di chi governa e di chi sfrutta. È più facile pensare che la colpa sia di chi è ancora più sfruttato e più disperato. Non è la migrazione che dev’essere fermata, ma il razzismo, lo sfruttamento, il classismo, il sessismo. “C’è qualcosa di immondo, di veramente immondo, nelle grida che ogni giorno e in ogni circostanza e da ogni pulpito vengono lanciate contro l’immigrazione di ogni colore e provenienza. C’è una vera e propria gara tra i governanti di oggi e quelli di domani a tambureggiare più forte. Suonano i loro corni come una partita di caccia alla volpe e tutti indossano stivali da campagna elettorale. Cercano e trovano le parole più truci, quelle più adatte a fare di un problema una piaga e ad accrescere il terror panico (…) Ogni mattina ognuno di noi comunitari, quando si alza dal letto per affrontare le durezze dell’esistenza, dovrebbe ringraziare il suo dio per essere nato da queste parti. Alla domanda rituale: “Come stai?” puoi rispondere tranquillamente: “Benissimo, non sono immigrato”. Anche se hai il cancro. Giacché la dannazione inguaribile di un immigrato, onesto o disonesto, non è accidentale e non è l’indigenza, lo sradicamento, lo sfruttamento o altri mali diffusi. E di essere un capro, effettivo o virtuale; a cui la società costituita affida il ruolo espiatorio che in ogni epoca tocca ai disgraziati di turno. Se sei immigrato ti succede perfino di produrre fascismo. Se sei comunitario puoi essere fascista senza nessuno sforzo. Sì, c’è qualcosa di immondo in Danimarca” (Luigi Pintor dal quotidiano “il manifesto” del lontano 7 dicembre 2000).

Si è creata così una frattura politica velenosa che attraversa tutta la nostra società, una divisione tra forze dell’apertura (minoritarie), da sempre favorevoli al naturale contatto e travaso tra i popoli, e forze della chiusura (maggioritarie) che invece parlano in nome della sovranità, o meglio del sovranismo. In sostanza stiamo tradendo le basi della nostra Costituzione, che, dopo l’onta del fascismo, aveva reinserito l’Italia nel consesso della comunità internazionale proclamando il ripudio della guerra, i valori della pace, della giustizia e della solidarietà tra i popoli, la disponibilità a limitare la sovranità nazionale, l’apertura al diritto internazionale, la sacralità dei diritti inviolabili dell’essere umano, la protezione degli stranieri. Si ha l’impressione di assistere a uno sfascio generale, a una velocissima corsa verso la catastrofe. Anche l’Unione Europea esibisce il suo scellerato razzismo, il 12 giugno è entrato in vigore il Patto asilo immigrazione, che decide di intensificare le incarcerazioni e le deportazioni di esseri umani inermi e innocenti.  «Tutte le istituzioni sono caserme poco modificate, un portone, un bagno in cima e uno in fondo, poi o aule di scuole, celle di carceri, camerate di ospedale o di caserma, ma è sempre un modello militare»: scriveva così, molti anni fa, Lidia Menapace. Cosa possiamo fare? È tutto talmente distorto che si perdono le coordinate, non esiste una stella polare che possa indicarci la strada? «Si dice: è morto da eroe. Perché non si dice mai: ha subito una splendida, eroica mutilazione? Si dice: è caduto per la patria. Perché non si dice mai: si è fatto amputare entrambe le gambe per la patria? Il vocabolario della guerra è fatto dai diplomatici, dai militari, dai potenti. Dovrebbe essere corretto dai reduci, dalle vedove, dagli orfani, dai medici e dai poeti». Questo scriveva Arthur Schnitzler. Noi crediamo che non si fermeranno le guerre, I massacri di innocenti, le stragi, senza il disarmo e la smilitarizzazione. Non si rispetteranno i diritti umani, non si vivrà in libertà e solidarietà senza il disarmo e la smilitarizzazione. Noi crediamo che oggi la nonviolenza deve diventare popolare affinché riesca a ispirare le forze politiche democratiche e a civilizzare i governi. Ha scritto Roberto Mancini: “Se persone, comunità e popoli si svegliano, convergendo sulla via della nonviolenza intesa come politica della giustizia riparativa, allora l’umanità imparerà a ripudiare l’iniquità, la competizione, la guerra. Questa coscienza corale sta crescendo ovunque nel mondo senza fare notizia. Un giorno non lontano sarà matura per pretendere la pace disarmando i governi criminali. Allora la spirale della violenza che tuttora moltiplica le vittime sarà spezzata”. È con questo auspicio che invitiamo a firmare per la campagna “Un’altra difesa è possibile” per promuovere la proposta di una legge di iniziativa popolare sulla difesa non armata e nonviolenta di Rete pace e disarmo. L’obiettivo è quello di dar vita a un’alternativa concreta alla difesa militare (come previsto dall’art. 52 della Costituzione), valorizzando il Servizio civile, i Corpi civili di pace e la Protezione civile, e prevedendo di poter finanziare queste azioni grazie all’opzione fiscale scelta dai cittadini in sede di dichiarazione dei redditi. Servono 50.000 firme per portare la proposta in Parlamento. Bastano due minuti con Spid o Cie! A questo link il modulo ufficiale: firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008. Maggiori informazioni su www.difesacivilenonviolenta.org. La raccolta firme è valida fino al 15 settembre 2026.

Buone Vacanze a tutte e tutti, arrivederci al prossimo numero la Redazione. Tuscania, 05/07/26