Siamo tornati all’uso della forza per dirimere i conflitti e la guerra è tornata ad essere l’orizzonte entro il quale bisogna vivere. È questo il tratto distintivo della nostra epoca, del nuovo ordine mondiale che si va delineando dentro il tendenziale bipolarismo tra Stati Uniti e Cina. Assistiamo impotenti a dirette televisive con guerre che toccano apici di disumanità, che assomigliano sempre più ad azioni terroristiche, massacri, genocidi, pulizia etnica, al misconoscimento delle organizzazioni internazionali a cui è stato dato il compito di mantenere le pace e la sicurezza tra le Nazioni e la tutela dei diritti, come l’Onu e la Corte penale internazionale. È il trionfo della necropolitica (copyright Donatella Di Cesare), una politica di morte che vede come risoluzione del conflitto la disumanizzazione e l’uccisione dell’atro, la deturpazione del suo corpo. E quando le armi smetteranno il loro lavoro distruttivo, come si farà a dialogare, a parlarsi, a trovare un briciolo di umanità comune? Saremo capaci di scovare le parole che portano verità, o, come spesso accade, sarà il racconto dei vincitori a dettare le regole? “Il 24 febbraio 2022 abbiamo assistito stupiti ed increduli al tentativo di invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, che si è trasformato in una guerra sanguinosa combattuta sul territorio europeo con il coinvolgimento della Nato senza capacità alcuna da parte dei paesi europei di prodigarsi per una soluzione diplomatica. Il 7 ottobre 2023 è stato un giorno di orrore, la cui responsabilità è stata attribuita ad un intero popolo condannato all’annientamento per volontà della parte offesa e con il consenso fattivo dell’intero Occidente. Un genocidio in atto che né le Nazioni Unite, né la Corte internazionale di giustizia, né il buon senso politico, né lo spirito umanitario hanno potuto arrestare. Il 5 novembre 2024 – con le elezioni presidenziali negli Usa – siamo stati messi di fronte all’evidenza che la democrazia, di cui vantiamo la superiorità culturale e morale fino a volerla esportare ovunque, è ormai ridotta ad un puro esercizio elettorale condizionabile secondo convenienza da poteri economici e tecnologici sottratti all’interesse pubblico” (Giancarlo Gaeta).

In mezzo a queste tre date lo smottamento a destra evidenziato dalla elezione al governo di molte nazioni di personaggi non solo privi di una qualche rettitudine etico-politica, ma che anzi su tale mancanza fanno leva per acquistare consenso, spesso utilizzando il malcontento delle fasce popolari più svantaggiate. Il presidente argentino, Javer Milei, punta alla costruzione di una grande “internazionale” della destra, di cui si candida come promotore in America Latina, assegnando la leadership planetaria di essa al presidente Donald Trump e quella europea all’italiana Meloni. In Europa, il rapido avanzamento di forze politiche estremiste che hanno diretta discendenza da partiti liberticidi che nella prima metà del Novecento, si sono macchiati dei peggiori crimini. Il rischio, neanche troppo velato, è che si possa imboccare una traiettoria weimariana, quella che il secolo scorso, condusse un esperimento vitale e dinamico come la Repubblica di Weimar al catastrofico epilogo del Terzo Reich. Fascisti e suprematisti hanno costruito un progetto politico molto ambizioso, molto radicale, ad esempio, con la difesa di una civiltà bianca e cristiana di fronte al pericolo assoluto rappresentato da migranti e mussulmani, questo è ovviamente “utopico” perché l’Europa non sarà mai bianca e cristiana, ma loro ci credono e lo vedono come orizzonte. Trump, da parte sua, porta avanti una politica imperiale perché questa è la natura del suo secondo mandato. Il presidente americano vuole trattare direttamente con Putin le sorti dell’Ucraina (è impressionate la prossimità tra Trump e Putin per quel concerne la concezione della democrazia e l’esercizio del potere. Quello che la Russia sta facendo in Ucraina non è così diverso da quel che gli Stati Uniti hanno fatto negli ultimi decenni in Medio Oriente e Afghanistan in nome della democrazia); così come intende negoziare direttamente con il leader cinese. La sua preferenza per i dittatori appare evidente, così come è palese il suo fastidio per le democrazie che considera imbelli e inconcludenti. Ma questo è anche il momento della verità per l’Europa, trovare alternative agli Stati uniti – che non siano la guerra – e alla visione del mondo di Trump basata su un’unica superpotenza. Solo che siamo all’agonia della politica estera comune europea che ha sempre seguito l’agenda americano-israeliana, dall’Est Europa al Medio Oriente, (si veda il “doppio standard” giuridico e morale applicato nei confronti dell’Ucraina e della Palestina), ora ne paghiamo le conseguenze. Così, la classe dirigente europea non dice una sola parola di chiarezza su quanto sta avvenendo, salvo un non meglio identificato sostegno a Kiev “fino alla fine”. Fino alla fine di che? La fine della guerra? La fine di Zelensky? La fine di Putin o la fine dell’Europa? Di tutte, con ogni evidenza è quest’ultima la più probabile. Resta il riarmo annunciato da Von der Layen, (la cifra stratosferica di 800 miliardi di euro destinata a divorare la spesa sociale), un’altra forma di “soluzione” economica del conflitto, visto l’andamento dei titoli delle aziende produttrici di armi, ennesima sottomissione europea al complesso militar-industriale israelo-americano. “Chiediamo giustamente a Putin di ritirarsi dai territori occupati in Ucraina ma Israele occupa il Libano (…) Giustifichiamo tutto con la necessità di Israele di preservare la sua sicurezza, le stesse argomentazioni che usa Putin quando chiede alla Nato di tenersi lontana dall’Ucraina” (Alberto Negri).

Sarebbe un segno di forza, di civiltà e di intelligenza politica se una nuova Unione Europea accompagnasse una seria iniziativa di pace tra Ucraina e Russia facendo propria e promuovendo, contro l’aggressività degli imperi attuali e la loro corsa insensata a sempre maggiori armamenti, la prospettiva di un disarmo globale quale unica garanzia di un’effettiva pace. “Signore e signori: ogni mattina ci svegliamo con un’altra immagine orribile proveniente da Gaza. Oggi vediamo il video di un carro armato israeliano che investe avanti e indietro il cadavere di un civile palestinese. Rispettato pubblico: Sono una consulente psichiatra, con una lunga esperienza con i professionisti della salute mentale a Gaza. Ma non sono qui per parlarvi dell’impatto inimmaginabile di un genocidio sulla salute mentale dei palestinesi, né per romanticizzare il Sumud palestinese. Sono qui per avvertirvi dell’imminente collasso del nostro senso di comune umanità. In quanto palestinese priva di cittadinanza e alle prese con un livello di violenza israeliana senza precedenti a Gerusalemme e in Cisgiordania, faccio appello ai vostri principi universali di esseri umani affinché ci aiutino a denunciare la straziante realtà che si sta svolgendo a Gaza, un luogo che sta venendo segnato da uno dei capitoli più bui della storia. Le implacabili atrocità commesse di ora in ora a Gaza sono una macchia sulla coscienza dell’umanità, lasciando un segno indelebile sulla nostra capacità di relazionarci l’un l’altro come esseri umani”

(dal libro “Il tempo del genocidio. Rendere testimonianza di un anno in Palestina” di Samah Jabr – Edizioni Sensibili alle Foglie).