TEMPI PRESENTI: MAGGIO 2026

Viviamo tempi sconvolti da continue esplosioni di odio, di orrende parole come “remigrazione” che veicolano razzismo e retoriche xenofobe, che a loro volta trovano piena legittimazione nello spazio pubblico, sui social network e nei linguaggi della politica, pratiche di disumanizzazione attraversano, in forme sempre più esplicite, anche quel che resta delle democrazie occidentali. “Remigrazione”, è un neologismo, un termine apparentemente nuovo, significa “migrazione indietro” ovvero “ritorno al luogo di origine con una migrazione in senso opposto”. In realtà è una forma volutamente ipocrita e manipolatoria per dire “espulsione forzata, deportazione di massa di persone arrivate attraverso una migrazione”. Rimandare indietro nei loro Paesi migranti che ne sono fuggiti per salvarsi la vita, quando per miracolo o fortuna, ci sono riusciti. Quando miseramente si accetta che uno Stato possa decidere chi vive e chi muore alla frontiera, la stessa logica, prima o poi, arriva dentro casa. È la stessa macchina repressiva. “Scusate. Scusate se non siamo affogati. Scusate se vi abbiamo ‘rubato’ il lavoro spezzandoci la schiena nei campi, sotto un sole che brucia la pelle e la dignità. Scusate per aver occupato quelle baracche senza finestre, baracche stellate solo per i buchi nel tetto, dove veniamo sfruttati a venti euro per dodici ore nei vostri poderi. Scusate per la nostra ‘arroganza’, per quello smartphone che stringiamo come un’ancora: l’unico ponte che ci resta con gli affetti che abbiamo dovuto lasciare, con le madri che pregano e i figli che crescono senza di noi. Scusate se, dicono, abbiamo rubato il futuro ai vostri figli. Scusate se abbiamo rubato le donne. Scusate se la nostra puzza vi disturba, una puzza fatta di paura, di sudore, di viaggi che nessuno sceglierebbe se avesse alternative. Scusate per la nostra fragilità, per la nostra debolezza. Scusate se non sappiamo reagire in una società che spesso ignora i propri figli e respinge chi arriva da fuori. Scusate se veniamo sfruttati dalle vostre organizzazioni criminali per spacciare nelle vostre piazze; scusate se fate finta di combattere ciò che in realtà vi nutre. Scusate se lavoriamo in nero, ma con dignità, solo per sopravvivere. Scusate se la vostra burocrazia infinita ci nega diritti elementari, come se respirare fosse già un privilegio concesso a metà. Scusate se siamo sopravvissuti alle guerre che voi stessi avete alimentato. Scusate se siamo sopravvissuti ai naufragi, ammassati su gommoni che avete l’audacia di chiamare ‘crociere’. Scusate se siamo ancora vivi. Scusate se volevamo soltanto vivere” (Soumaila Diawara, intellettuale afroitaliano, scrittore e attivista instancabile per i diritti dei lavoratori migranti).

Viviamo tempi sciagurati di slogan reazionari ad iniziare dalla triade della destra italiana “Dio-Patria-Famiglia” (simile a quello del maresciallo di Francia Philippe Pétain alla guida del governo collaborazionista di Vichy dal 1940 al 1944: “Lavoro-Patria-Famiglia”), riprova che la destra pretende di battersi non tanto in nome di un’ideologia, quanto per affermare dei valori presentati come impolitici, e in quanto tali estranei alla storicità. Per la destra i valori non si discutono, ed essa pretende di rappresentarli. Davanti a questi tempi che grondano sangue, piagati dall’inferno di continui rigurgiti di violenza e di spietate tentazioni e devastazioni belliche, il nostro compito dovrebbe essere quello di parlare di resistenza e solidarietà, di non rassegnarci alla brutale marginalizzazione e ferocia che lo storto mondo così com’è (ingiusto, insopportabilmente ingiusto) produce con una potenza e con un’inesorabilità che nessuno sembra più in grado di contrastare. L’abbiamo fatto in passato. Oggi è più difficile. Non perché la solidarietà internazionale sia meno reale, ma perché qualcosa di profondo è cambiato. Viviamo in un palese disprezzo del diritto internazionale e la voce principale delle Nazioni Unite, quella del suo segretario generale, tace. O sussurra. E questo avviene proprio nel momento in cui più folle e roboante, amplificata da tutti i media, si leva quella dell’autoproclamato re del mondo, che dispone della guerra e della pace, sconvolge gli assetti della Nato, ridicolizza i suoi stessi alleati, ritira gli Usa dalla gran parte degli organismi dell’Onu e insulta quelli che restano in piedi. Così in un palese disprezzo dello Stato di diritto la forza è diventata legge, sia che si tratti del genocidio a Gaza, dei rapimenti a Caracas, dell’attacco all’Iran (la libertà che stanno offrendo agli iraniani è la libertà della tomba: i morti non si organizzano, i morti non chiedono autodeterminazione), dei migranti lungo le rotte del Nord Africa, del Mediterraneo, o dei Balcani e della Manica. In termini immediati, tutto è iniziato con Israele. Una volta che l’Europa, in particolare la Germania, ha deciso di sostenere incondizionatamente il genocidio a Gaza, tutte le restrizioni legali ed etiche sono scomparse. Con questo vuoto, cosa si può dire ora delle “buffonate” degli Stati uniti di Donald Trump? Niente! In un mondo senza legge, cosa succederà quando invaderanno l’Europa (Groenlandia-Danimarca)? Sotto queste nubi tempestose, se la Cina occupasse Taiwan e la Russia continuasse ad avanzare in Ucraina, sarebbero solo incidenti locali in un mondo in fiamme. Con l’Europa in cenere.

Risultato, la guerra è tornata a configurarsi come strumento ordinario delle relazioni internazionali. Il mondo è un luogo intrinsecamente ostile e il nemico non è mai un attore politico con cui negoziare, ma l’incarnazione metafisica dell’oppressore. Le nostre società vedono il “nemico ovunque” per non dovere guardare dentro sé stesse. Le guerre non costano quasi nulla ai loro autori e il mondo assorbe ogni trauma, si abbrutisce e va avanti.  Così da un’alba a un tramonto, di più in più, cresce la follia cieca e inarrestabile sulla Terra e la devasta. Una pazzia omicida infiamma uomini privi di ben dell’intelletto, con armi concepite per distruggere ogni vestigio di umanità fino a compromettere le medesime forme di vita sul pianeta. Ci troviamo davanti ad uno scenario che definire pessimista è poca. Eppure possiamo e dobbiamo trovare la strada per un rapporto diverso, finalmente equo e paritario tra tutti gli esseri umani, per l’inviolabilità dei popoli e il ripudio della guerra. Urge una soluzione globale, che punti a costituzionalizzare il mondo che necessita di trovare passioni positive che facciano da collante e presa popolare. Pensiamo in particolare al progetto della “Costituzione della Terra”, elaborato da Luigi Ferrajoli, ex magistrato, filosofo del diritto e allievo di Norberto Bobio, e sostenuto da numerosi intellettuali i giuristi. Così ne parla l’avvocata, docente universitaria e attivista, Anna Falcone: “è un progetto orgogliosamente utopistico, nel senso più serio della parola, non come evasione dall’esistente, ma come unico orizzonte possibile verso il quale tendere per garantire la sopravvivenza dell’umanità e il rilancio delle democrazie. Le catastrofi globali che abbiamo di fronte – guerre, minaccia nucleare, crisi climatica, diseguaglianze, violazioni dei diritti umani, migrazioni di massa – ci dicono che nessun governo e nessun soggetto economico, per quanto potente, può affrontarle da solo. Per questo la costruzione di garanzie globali non è un esercizio accademico, ma una necessità politica e civile. Un demanio planetario che sottragga i beni vitali alla devastazione del mercato; limiti rigorosi alle emissioni; la messa al bando delle armi e degli eserciti; istituti globali di garanzia per la salute, l’istruzione, la sussistenza; un fisco globale progressivo capace di finanziare questi obiettivi. Tutto questo può apparire difficilissimo, ma non è meno realistico dell’alternativa che abbiamo davanti, cioè il disastro”.