LE PAROLE HANNO UN PESO

Le parole hanno un peso, non camuffiamole, come primo passo riportiamole al loro reale significato. Perché nell’agenda politica la parola pace e quella che non solo semanticamente le si contrappone, vale a dire la guerra, nemmeno compaiono? Perché si avvalla la tesi che non esistono più destra e sinistra? E invece destra e sinistra esistono eccome, e la destra è quella che lotta per perpetuare la violenza dei dominatori, e la sinistra è quella che lotta per l’uguaglianza di diritti di tutti gli esseri umani” (Centro di ricerca per la pace di Viterbo). Se tutto questo è stato possibile, è perché è stata distrutta la nostra coscienza politica, la capacità di analisi logica e di giudizio morale; così alla tecnologia (democrazia digitale) è stata delegata la responsabilità morale. È ridicolo pensare che per cambiare qualcosa basti andare o comparire sui “social newt”, che è la tremenda illusione di tantissimi cresciuti negli anni berlusconiani della morte della sinistra. Proprio l’adesione ai valori di quel mondo mediatico che si sostituisce alla democrazia, alla solidarietà, è a parer nostro, una nuova (o non nuova) forma di accettazione delle logiche su cui oggi si basa il potere. La vittoria del sistema neoliberista si è avuta allorquando è riuscito a frammentare la società in tanti individui indipendenti non più in grado di pensare con il “noi”, ma solo con “l’io”. Poi esistono gli errori di chi anche tenacemente ha resistito: i tanti pezzi di società non pacificati che stentano a mettersi in comunicazione tra loro. Occorre perciò un lavoro di politicizzazione primaria, di alfabetizzazione politica, (felice definizione di Massimo Raffaeli), che rimetta la politica stessa al centro della nostra malata democrazia, espressione della lotta di liberazione delle persone e delle classi oppresse, per la giustizia sociale e il comune accadimento dei beni che a tutti appartengono, della lotta per i diritti umani di tutti gli esseri umani e per la difesa della biosfera. Un lavoro ineludibile, davanti ad una crisi sistemica che sta investendo le democrazie occidentali; che non è solo crisi economica ma politica, caratterizzata dalla dipendenza della seconda dalla prima.

La democrazia politica è nata ed è tuttora vincolata alle forme rappresentative dei parlamenti e dei governi nazionali. La subalternità delle politiche nazionali ai cosiddetti mercati – il fatto che è ai mercati ben più che ai loro elettorati che i governi nazionali devono rispondere – ha svuotato, insieme al ruolo di governo della politica, il ruolo e la stessa legittimità delle istituzioni rappresentative, alle quali i mercati impongono interventi antisociali, in danno del lavoro e dei diritti sociali e a vantaggio degli interessi privati della massimizzazione dei profitti, delle speculazioni finanziarie e della rapina dei beni comuni e vitali. Un lavoro di politicizzazione primaria, di alfabetizzazione politica, al limite del possibile nella stremata Italia attuale, stretta tra un populismo cieco e un governo di larghe intese che nel nome della “responsabilità” ignorano, quando non reprimono irresponsabilmente tutto ciò che di vivo e di non definitivamente rassegnato esiste ancora in questo paese. Pensiamo agli individui, moltissimi, lasciati soli nella crisi, nel dolore e nel risentimento, senza che ciò ha comportato da parte loro l’abbandonarsi al qualunquismo e al cinismo (due forme inconsce, umanissime della disperazione) e pensiamo agli altrettanti che non smettono di cercare un legame e un senso alla propria esistenza, nelle fabbriche, in ufficio o a scuola, cioè di costruire (spesso con straordinaria concretezza e lucidità) ogni giorno una minuscola polis, libera ed egualitaria, anche nelle piccole associazioni (come la nostra) o nella terra quotidiana di nessuno (un bar, la panchina di un parco, un muretto sotto casa) in cui li ha relegati l’assenza o la perdita del lavoro stesso. Sono le persone che hanno voce ma che nessuno ascolta e tanto meno rappresenta nelle istituzioni, e sono quanti, senza affatto esserlo, si trovano de-politicizzati di fatto e di diritto. Una sorte simile (di chi non ha potere né destino) a quella di milioni di immigrati di prima e seconda generazione che vivono in Italia, colpiti da leggi svergognate razziste, che provano a sopravvivere, ma per lo più rimangono politicamente muti, invisibili, spesso chiusi in una loro ostilità controidentitaria, d’ordine atavico e grettamente religioso. Un lavoro di politicizzazione primaria, di alfabetizzazione politica, dove la politica non sia rancorosa vendetta, ma ascolto e mano tesa; che sappia parlare anche ai cuori delle persone, non solo alla pancia come purtroppo avviene da anni. Che sappia essere un argine al populismo, il richiamo al rapporto diretto tra élites e popolo, scaturito dal sistema maggioritario con la scelta elettorale di una maggioranza e del suo capo. L’idea di una legittimazione assoluta proveniente dal voto popolare e la conseguente insofferenza per i limiti costituzionali e per la separazione dei poteri.

Si è prodotto così una deformazione delle istituzioni rappresentative generata dalla sostituzione del sistema elettorale con sistemi di tipo maggioritario che ha trasformato le elezioni dei parlamentari nella loro nomina da parte dei vertici dei partiti (ai quali, ben più che agli elettori, essi rispondono e dai quali dipendono); che hanno verticalizzato la rappresentanza e trasformato le forze politiche in partiti personali e talora padronali con vocazioni populistiche, svuotando infine il ruolo del parlamento. In questo lavoro di politicizzazione primaria, di alfabetizzazione politica, crediamo possa svolgere un ruolo anche una piccola associazione come Italia-Nicaragua, su questioni, per noi, decisive come la pace e il disarmo, l’opposizione al razzismo e al maschilismo, la lotta contro la violenza di classe dei ricchi e dei potenti, la difesa dell’ambiente e dei diritti umani, la scelta della solidarietà internazionale. In particolare, al neoliberismo incontrastato, va ormai opposto un principio di solidarietà, tenerezza dei popoli, che diventi pratica politica, economica e sociale. La solidarietà, in Nicaragua come in Italia, non è la panacea, ma almeno fa sentire meno solo chi soffre. È utopica, ma meravigliosamente concreta. È un punto di fuga situato all’infinito. L’importante è non perderlo mai di vista. Se questo paese non è soltanto televisione, se non è semplicemente una discarica pubblicitaria, se vi è ancora pensabile uno spazio residuo di dialogo e progetto tra esseri umani che rimangono integri, vivi, lo dobbiamo anche a chi in  tutti questi anni ha tenacemente testimoniato non solo la condivisione di speranze, bensì l’impegno collettivo per far diventare le utopie concrete. Chiudiamo con la famosa citazione di Sant’Agostino: “La speranza ha due bellissimi figli, lo sdegno per come sono le cose e il coraggio per cambiarle”.

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