AUGURI!!!

(Tutti gli aggiornamenti sulla situazione in Nicaragua nel sito Nazionale dell’Associazione Italia-Nicaragua: http://www.itanica.org/ e sul bollettino Nicarahuac: http://www.itanica.org/itanica/nicahuac/nica146.pdf.-
Prossima Assemblea dell’Associazione Italia-Nicaragua, sabato 20 ottobre a Bologna)

 “Auguri ai morti. A quegli uomini, a quelle donne, a tutti quei bambini senza nome che giacciono nella bara d’acqua del Mediterraneo. Auguri a loro che non hanno potuto completare il viaggio. Auguri a quei fantasmi illacrimati, senza tomba su cui un padre, una sposa, un figlio, potranno ricordare e piangere.La morte illacrimata, ci dice Pisolini, toglie alla vita ogni senso, perché le impedisce di entrare nel ricordo e di rivestirsi di sacro. Senza il cordoglio, senza un lamento di fronte al corpo funebre esibito, la vita perde la sua necessità perché non può essere raccontata, non può tradursi in immagini e parole che la affidano al mito.Nel pianto di un parente, di un amico, magari di una comunità, si ritrova invece la unità e compiutezza alle azioni singole e forse insensate. Il pianto cioè agisce come un fulmineo montaggio della vita: sceglie i suoi momenti veramente significativi e li mette in successione, facendo del presente un passato chiaro, stabile, certo, linguisticamente ben descrivibile (…) Auguri quindi ai vivi, perché sappiano tornare a piangere. Auguri perché vogliamo riconoscere, perché sappiamo seppellire. Solo così noi vivi, che nella mancanza di pietà siamo dei morti, restiamo umani. Perché la parola umanità e il valore dell’umanità risiedono in questo: nell’accogliere la vita, nell’ospitarla, curarla, riscaldarla, nutrirla; ma anche nel saper inumare ossia restituire il corpo alla terra per darne nome e identità e memoria anche alla morte (…) Dare nome e identità alle migliaia di persone morte in mare significa strapparsi a un’incuria che dimostra che non le consideravamo uguali a noi neanche da vive.” (Laura Marchetti).1Non li consideravamo e non li consideriamo uguali a noi, perché siamo diventati un paese di razzisti e xenofobi. Per questo i richiami alla Costituzione, alla solidarietà, a principi minimi di decenza e umanità, alla nostra stessa storia di migranti cadono in una sostanziale indifferenza, e non rallentano la marcia dei “nuovi barbari”. Così si fanno le ronde contro gli stranieri, si dividono i migranti fra quelli di serie A (profughi di guerra) e quelli di serie B (economici). Siamo un paese di razzisti e xenofobi in preda all’odio più viscerale. Vendere odio è un commercio che rende, soprattutto a livello di consenso elettorale. Investi pochissimo in studi, riflessioni e ricerca, metti sul mercato una merce contraffatta e avariata, la proponi con slogan che colpiscono la pancia e l’attenzione, urli e prometti miracoli per venderla facile. È una materia volatile e fa leva su sensazioni, antipatie, ansie rancori, frustrazioni e impressioni, si adatta perfettamente a persone, idea di razza, nazionalità, religione, provenienze, usi e costumi. Il venditore di odio non ama sottilizzare, distinguere, valutare, tutta robaccia per intellettualoidi dediti a masturbazioni mentali, mentre qui ci vuole un uomo forte che sa ottenere quello che serve con la voce grossa. L’odio per i diversi parte dalla convinzione che l’odiatore è usurpato e perfetto, assediato e in pericolo, puro lui e bestie gli altri. Così, alla retorica dei “noi contro loro” (degli italiani impauriti dallo straniero), si è aggiunta un’ulteriore pericolosa divisione “noi contro voi”: degli italiani che accusano altri italiani di fare il “loro” gioco. 2 SalviniIn un paese profondamente segnato dalla precarietà e dall’incertezza, che vede cinque milioni nella fascia di povertà assoluta e altri milioni in quella relativa, la chiave è la paura. Dei penultimi di diventare ultimi, degli ultimi di essere dimenticati e scivolare fuori classifica, dei figli di stare peggio dei padri. È la paura che ci domina, una paura onnipresente e devastante. Ci si adatta acriticamente al rancore spalmandosi come benzina propedeutica al consenso, con il cerino in mano per mobilitarlo contro l’altro da sé o agendo sulle paure di diventare ultimi, senza porre la questione del come risalire nella scala delle disuguaglianze. Masse di lavoratori impoveriti, accecate da promesse reazionarie di ruolo e di ordine, che stanno calcando la scena e che sono lanciate a bomba non contro l’ingiustizia, ma contro i migranti, contro le donne, ecc. I migranti, e non solo in Italia, vengono utilizzati come capro espiatorio per coprire i danni sempre maggiori di un sistema finanziario-capitalista che sta impoverendo l’intero pianeta. E sono un paravento per nascondere l’assoluto vuoto di progettualità politica.3 migranti-italiaIn teoria, non c’è nulla che possa impedire a un disoccupato, una precaria, e tanto meno un operaio, un’impiegata, un commerciante o un artigiano, un’insegnate, di capire che l’immigrato non è il suo nemico e che spesso lo è proprio chi glielo presenta come tale, magari in un quadro di facili ricette a base di chiusure, gretti localismi e neonazionalismi. Difficile dare torto al miliardario Warren Buffet, quando ha affermato che negli ultimi 20 anni c’è stata una guerra di classe e la sua classe ha vinto. I partiti della sinistra europei, si sono fatti strumento della violenza finanziaria, si sono piegati alle politiche austeritarie a costo di scomparire, come sta accadendo. La storia mostra di non avere molta fantasia, e sta riproponendo la dinamica che portò al nazismo e poi alla seconda guerra mondiale: esattamente come negli anni venti del secolo scorso, la disperazione produce un effetto di tipo identitario che si manifesta in un fronte nazional-operaista: uno schiavista alla presidenza americana, la Brexit, l’affermazione clerico-fascista in Polonia, la crescita del Front National e così via.4 buona-utopia-860x280Agli operai impoveriti dal sistema finanziario le destre di oggi ripetono quel che Hitler disse ai lavoratori impoveriti dalle decisioni del Congresso di Versailles: non siete lavoratori sconfitti, ma guerrieri nazionali che vinceranno. Non vinsero, ma distrussero l’Europa. Neppure questa volta vinceranno, ma possono distruggere il mondo (copyright Franco Berardi Bifo) Ha scritto Massimo Villone: ”Chi oggi vuole uscire dall’irrilevanza deve scrivere un progetto che veda italiani e migranti protagonisti insieme di una crescita di diritti individuali e collettivi. Una nuova stagione di eguali speranze. Ma non se ne vede al momento il segno”. Serve magari un’utopia, liberandoci finalmente della pedagogia sociale che insegna non ci sono alternative”, ma un’utopia laica e libertaria, antiegemonica ma persuasiva e aperta all’autocorrezione, perché comunque “l’utopia è il principio di ogni progresso, il tentativo di un futuro migliore”, secondo Anatole France, scrittore francese, Premio Nobel per la letteratura nell’anno 1921. Con la consapevolezza che affinché nasca l’utopia servono due condizioni base: la sensazione condivisa collettivamente che il mondo stia peggio di come potrebbe e dovrebbe stare; e la consapevolezza sempre condivisa collettivamente, di essere all’altezza del compito di trasformarlo in meglio. Senza questa utopia è impossibile cambiare il mondo o almeno provarci. – Tuscania, 16 settembre 2018.

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