Dopo la sconfitta elettorale del FSLN il Nicaragua ha firmato (nel 1991) il suo primo accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’ultimo (il quinto accordo) è stato firmato nel 2007.
I PROGRAMMI CON IL FMI COME STRUMENTI DI RISTRUTTURAZIONE REGRESSIVA DELLA SOCIETÀ (Analisi dell’economista A. Acevedo Vogl)
(N.B riduzione ed adattamento redazionale) :
È importante rimarcare il contesto sociopolitico ed economico nel quale si inserirono questi Programmi.
Dal 1990 il paese è entrato in un periodo di transizione tra due processi di natura opposta: il processo promosso dalla Rivoluzione sandinista, che ha rappresentato un tentativo di inclusione sociale della maggioranza della popolazione, ed il processo di ristrutturazione iniziato con il trionfo elettorale della UNO.
Le denominate politiche di stabilizzazione e di “riforme strutturali”, avendo come ariete fondamentale i Programmi con il FMI, agirono come strumento della ristrutturazione regressiva della società.
Agli inizi degli anni 90, il Nicaragua emergeva da una guerra distruttiva, con un marcato e profondo deterioramento della sua economia.
In quelle condizioni, ciò che risultava necessario era iniziare un forte processo di investimento per sviluppare l’infrastruttura ed il capitale umano del paese, entrambi arretrati e deteriorati dalla guerra. Il FMI ha invece imposto drastici programmi di stabilizzazione, cercando di raggiungere deficit fiscali minimi, in condizioni in cui le entrate fiscali erano eccessivamente ridotte, mentre priorizzava l’uso delle limitate risorse per portare a termine il pagamento del Debito Estero, il quale arrivò ad assorbire in media il 51 % delle entrate fiscali (…)
In un contesto di basse entrate fiscali e di un ingrossato servizio del Debito Estero, mantenere un deficit fiscale molto ridotto implicava mantenere a livelli assolutamente minimi la spesa pro capite che il governo poteva effettuare per rispettare le sue responsabilità fondamentali in termini di istruzione, salute, acqua potabile, abitazioni, ecc.
Dal punto di vista della teoria economica, l’investimento pubblico risulta indispensabile in ambiti come il capitale umano, la conoscenza e la tecnologia e il capitale fisico, che costituiscono requisiti fondamentali dello sviluppo.
Le politiche di restrizione e di priorità del Debito Pubblico, promosse dal FMI costituirono una restrizione fondamentale alla possibilità di questi paesi di portare a termine gli investimenti che avrebbero permesso loro di recuperare prospettive di sviluppo futuro.
Questo ha voluto dire che le condizioni del FMI non hanno solamente imposto al paese alti costi ed elevati costi sociali alla popolazione, ma ha anche implicato costi irreversibili a lungo termine. In effetti, se i paesi in via di sviluppo sono rimasti paralizzati da queste politiche, sono anche stati privati della possibilità di recuperare prospettive basilari di sviluppo futuro.
Non si spiega inoltre perché si sia concentrato esclusivamente sul contenimento della spesa, mentre si assicurava l’enorme pagamento del Debito Estero, restringendo al massimo gli altri titoli della spesa.
Contemporaneamente, vennero abbandonate le zone rurali, nelle quali si concentrano i maggiori livelli di povertà e dove sopravvive ancora oggi il 43% della popolazione, essendo inoltre il settore che genera maggiori fonti di lavoro nel paese (…)
Vennero smantellate le istituzioni di sostegno all’agricoltura e ai piccoli e medi produttori. Queste misure approfondirono la povertà della popolazione rurale e furono adottate in base a concetti secondo i quali gli interventi governativi sempre distorcono i mercati. Questi ultimi, invece, lasciati liberi di agire, avrebbero prodotto una ristrutturazione che avrebbe favorito una maggiore “efficienza” nel settore.
Il FMI, invece di assicurare al paese infrastrutture per il futuro, si concentrò sulle privatizzazioni delle imprese pubbliche e sull’apertura dell’economia.
La veloce apertura dell’economia provocò l’immediato smantellamento della piccola industria artigianale e di una parte importante dell’industria nazionale. La deregolamentazione finanziaria concentrò il credito sul commercio e sul consumo, e sui clienti con maggiori entrate, riducendo al minimo il finanziamento delle attività produttive dei piccoli e medi produttori.
È inoltre degna d’attenzione l’esagerata enfasi posta dal FMI sulla privatizzazione delle Imprese di Servizio Pubblico, nelle aree della generazione e distribuzione di energia elettrica e telecomunicazioni.
Queste imprese vennero vendute a prezzi stracciati sotto la pressione del FMI, rappresentando un’enorme perdita per il settore pubblico, a beneficio di grandi imprese private (…)
Uno degli assi centrali della politica del FMI fu la forte riduzione del personale e la drastica riduzione del salario dei lavoratori dello Stato, attraverso il “congelamento” dei salari in termini nominali.
Come risultato di questa politica, la “spesa in stipendi e salari” del Governo passò dal 30% della Spesa Totale del Governo Centrale nel 1992, al 17% nel 1997 (…)
È in questo periodo che cominciò a crearsi l’enorme dislivello salariale che ancora oggi si trascinano i maestri, i poliziotti, infermieri, medici, ecc.
In questo modo veniva scartata la possibilità di un’opzione politica che tendesse a un concetto di sviluppo che non concordasse con la visione degli organismi finanziari multilaterali.
Nonostante ciò è necessario esplorare altre forme e strumenti affinché il futuro del paese e dei milioni di esseri umani che ci vivono non venga deciso da processi escludenti. Se così non fosse, si starebbe rafforzando la percezione di condizionamento del futuro in base all’imposizione di una logica e di un pensiero dominante, che non lascia spazio alla propria libertà, né all’esercizio stesso della democrazia, che implica la possibilità di scegliere liberamente tra varie opzioni.
(Testo Giorgio Trucchi – Lista Informativa “Nicaragua y más” Ass.ne Italia-Nicaragua – e-mail 25 luglio 2008)