TEMPI PRESENTI (maggio 2020)

Eccoci qua, abbastanza provati da quarantene e trasformazioni radicali di stili di vita, con un pensiero a quanti di noi hanno dovuto affrontare o stanno ancora subendo prove più impegnative. Il coronavirsu, la prima angoscia planetaria della nostra vita, forse non ha buttato a mare la nostra civiltà. Quello che è certo è che abbiamo cominciato col lasciare che accadessero, a poca distanza da noi, atrocità infinite; abbiamo criminalizzato quei volontari che su navi scarsamente attrezzate, perlustravano i mari in cerca di naufraghi da salvare; poi ad accettare che i nostri cari muoiano abbandonati e soli, perdendo di vista che le persone muoiono una volta sola. “Di tutto questo –amore, affetto, pietà, comunanza, lungimiranza– era fatta, è fatta ancora la nostra civiltà. Malgrado odiatori, insultatori, attentatori, la nostra civiltà era, è ancora, esattamente questo… Ma che insegnamento possiamo mai trarre dal disinteresse per tutto quello che non riguarda strettamente la nostra sopravvivenza? Un tale forse disinteresse da farci mostrare i denti contro le persone che se ne preoccupano (…) Forse questo dobbiamo imparare: a usare i nostri denti per tenere stretti gli stracci e i brandelli del mondo che affoga insieme ai naufraghi del Mediterraneo, per poterli un giorno, speriamo presto, raccogliere sulla spiaggia e ricucire amorevolmente, pietosamente, prima i indossarli di nuovo” (Ginevra Bompiani).  

Non è facile immaginare un programma per il “dopo”. Ha scritto il Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera (di Viterbo): “In questi tempi in cui la tragedia dell’epidemia pone l’umanità di fronte a responsabilità ineludibili, in primo luogo occorre agire per salvare le vite; prendersi cura del mondo vivente; prender coscienza della fragilità non solo delle singole esistenze, ma delle società e delle culture, degli ecosistemi e della stessa biosfera: e presa coscienza di ciò agire per preservare la vita in tutte le sue forme, e contrastare quindi tutte le ideologie e le pratiche – sia attive che omissive – distruttive e mortifere, tutte le iniquità, tutte le devastazioni, tutti gli avvelenamenti, tutti i rapporti di dominazione e tutti gli stili di vita che provocano alienazione e perdite, dissipazione e narcosi, umiliazioni e sofferenze, privazione di senso e disperazione, abusi e viltà, cecità e indifferenza, degradazione e desertificazione morale, sociale, fisica: in una parola l’annichilimento dell’umanità. La tragedia in corso ci convoca a un esame di coscienza, e dunque a deciderci a fare ciò che è’ giusto e benefico e ad opporci a ciò che buono e giusto non è. Ci convoca a collocarci – in ogni nostra intellezione e cogitazione, in ogni nostra volizione e in ogni nostro atto – dal punto di vista dell’umanità. Ci convoca quindi ad abbracciare la scelta della nonviolenza, che è l’opposizione la più nitida e la più intransigente a tutte le violenze e a tutte le viltà, a tutte le infingardaggini e a tutte le rassegnazioni; ci convoca a rompere ogni subalternità e complicità con il male e la morte”. Tutti noi siamo consapevoli di non essere all’altezza dei tempi, dentro un mondo dominato da ineguaglianze e ingiustizie, ma cerchiamo almeno di chiamare le cose con il loro nome.  “È una pandemia, non una guerra… Non si vince, si supera. Non si combatte, si cura e si previene. Non ci sono colpevoli e innocenti, traditori e fedelissimi. Ci sono persone che soffrono e persone che sono state risparmiate, persone che hanno interiorizzato la necessità di cambiare abitudini e persone che fanno fatica a farlo. Non sono le persone che fanno del male, è il virus. E soprattutto non ci sarà nessuna soluzione a questo dramma se non la pratichiamo insieme a livello planetario” (Rosella De Leonibus). Poi, certo non è vero che “siamo tutti sulla stessa barca”. Se consideriamo la barca come ecosistema planetario, l’espressione è giusta; ma sulla barca ci sono quelli che stanno in prima classe e quelli che stanno nella stiva. Sulla barca unica ci sono i destinati alla sommersione e i destinati alla salvazione, come dimostra la vicenda del Titanic. In questo momento le distanze sono destinate ad aumentare. Quelli che stanno in alto saranno sempre più in alto e quelli che stanno in basso staranno sempre più in basso.

Da questa situazione non usciamo senza un “nuovo mondo” più giusto e sano. Tutto andrà bene solo se andrà bene per tutti. E’ questa la lezione, che purtroppo l’Europa non sembra in grado di realizzare. Tutti conosciamo il difetto d’origine di come è stata costruita l’Unione europea, partire dalla moneta anziché dalla politica è stato uno sbaglio. L’unione europea è in piena crisi politica, economica, sociale e morale. Già evidente, prima del Coronavirus, nella questione delle migrazioni. Per essere chiari la Commissione europea, di fatto ancora oggi, fornisce supporto finanziario a progetti che sostengono il respingimento di persone verso la Libia. Un Paese in guerra, dove migliaia di persone subiscono terribili abusi. Il momento è drammatico e richiede un cambiamento radicale negli attuali paradigmi europei. L’assenza di solidarietà, la forte competizione tra paesi europei e la presenza di paradisi fiscali all’interno dell’eurozona alimentano tensioni che potrebbero potenzialmente portare alla disgregazione dell’Unione. In questo momento, più che mai, la cooperazione e la solidarietà avvantaggerebbero tutti i paesi dell’Unione europea. Ha scritto il filosofo francese, Étienne Balibar: “O l’Europa si reinvesta come un progetto di solidarietà tra i popoli oppure si squalifica e esplode, cosa che avrà conseguenze drammatiche, poiché nessun paese può farcela da solo”. In realtà l’Europa non deve inventare nulla. Deve semplicemente mettere in atto le grandi idee dei padri fondatori che sessant’anni fa iniziarono il processo di unificazione europea all’indomani di quell’altra grande tragedia europea, la seconda guerra mondiale. Quando domani l’Unione Europea e le nostre classi dirigenti ci diranno che non possiamo sforare il deficit, che dobbiamo tagliare ancora la sanità, la scuola, che non ci sono i soldi per mettere insieme piena occupazione e riconversione ecologica; quando i nazionalisti diranno che bisogna decidere se aiutare i pensionati italiani o salvare chi annega nel Mediterraneo; quando insomma ci diranno che non sono possibili politiche pubbliche in economia perché non ci sono i soldi, allora ricordiamoci di quello che in questi giorni è stato possibile.

Perché domani, è bene saperlo, si porrà la questione su come risolvere e su chi far ricadere i costi della crisi sociale ed ecologica che ci attende; e se mancheranno i soggetti politici capaci di organizzare gli interessi delle maggioranze sociali, se queste cioè non saranno capaci di “farsi stato”, allora saranno costrette a subire ancora, come in passato, le misure emergenziali che il governo neoliberale impone sistematicamente alla società. Il coronavirus potrebbe insegnarci che la solidarietà non è solo un buon sentimento, ma un sentimento necessario, che la cura degli altri non è solo beneficenza ma un modo di vivere, che essere buoni non è debolezza, ma forza e consapevolezza, che costruire un mondo senza muri non è utopia ma realismo. Noi, come Associazione Italia-Nicaragua, cercheremo di continuare a seminare solidarietà, perché è un seme fondamentale per uscire da questa crisi in modo più umano, tollerabile e solidale. Perché la terra va rispettata, perché siamo figli e quindi fratelli, che un doppio filo rosso lega ogni parte del mondo all’altra, che non c’è andata senza ritorno, che l’eccessivo sviluppo di una parte del mondo e l’impoverimento dell’altra parte non è equilibrio. INFINE, in occasione della dichiarazione dei redditi, ricordatevi di destinare il 5×100 alla nostra Associazione

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