UNA TESSERA PER IL 2021!

Si chiude un anno difficile a livello planetario, fortemente caratterizzato dalla pandemia del covid-19, che ha tinto il 2020 di un senso di destino tragico, annichilendoci, rimpicciolendo ogni altra preoccupazione fino a farla apparire insignificante. Il nuovo anno si apre nel segno dell’ansia e della paura. Un senso di inevitabilità della catastrofe pare essersi diffuso tanto forte, quanto l’ansia che ci attanaglia nell’indeterminatezza del futuro. Siamo entrati in un tunnel e non riusciamo a vedere una luce in lontananza. Di fatto non sappiamo come potrebbe evolversi il virus, corre silenzioso da persona a persona, nei prossimi mesi né come e quando finirà. Malato è il mondo di oggi che per far fronte alla pandemia chiude gli occhi sperando che tutto finisca, sperando nel ritorno alla normalità; quella normalità che è il problema, rappresentata da un modello socio-economico che ha connotato ogni realtà produttiva, sociale, relazionale sulla base dello sfruttamento e della mercificazione, mettendo in contraddizione reddito e salute, dividendo le esistenze in vite degne e vite da scarto. Si finge di ignorare la vera questione in campo, che non potrà esistere ripresa senza un ripensamento del modello di sviluppo e di società. Per esempio predisponendo da subito un piano di conversione ecologica della produzione agricola e industriale, della gestione dei beni comuni del territorio e di conversione sociale e culturale attraverso il diritto al reddito e la costruzione di un nuovo welfare universale, una patrimoniale sulle grandi ricchezze. Abbandonando i “valori” oggi dominanti, fradici e tossici: patologia consumista, sottocultura del privilegio, spreco, sperequazioni ingiustificabili, economia di morte, avvelenamento dell’habitat, nuove forme di schiavismo, spogliazione del pianeta. Il Covid come cartina di tornasole del modello neoliberista distruttore di natura e umanità. Le epidemie fanno più male là dove c’è povertà e disgregazione delle strutture comunitarie, non solo sanitarie. Non è solo l’incapacità delle classi dirigenti di dare risposte (vuoto della politica), non è solo l’economia a disgregarsi, anche la società rischia di collassare. Così nell’Italia, presa in contropiede da una seconda ondata più alta del previsto, avremmo voluto sentirci dire con chiarezza dal nostro governo perché alcune cose evidenti non sono state affrontate con efficacia (trasporto pubblico, medicina di base, terapie intensive, tamponi, ecc.), mentre le proteste delle categorie meno sicure nel reddito e più colpite dai nuovi mini-lockdown (però le fabbriche di armi non si sono mai fermate, come tante fabbriche considerare “essenziali” che hanno devastato ambiente e salute vedi l’Ilva), rischiano di agitare una guerra di tutti contro tutti, l’esplosione della miscela sociale. Il paese è in forte sofferenza, stretto tra l’emergenza economica e sociale. Le condizioni di vita di milioni di italiani sono fortemente peggiorate. Persino la tenuta psicologica dei cittadini è a rischio. Nessuno è esente da responsabilità, (facile chiudere le piazze, più difficile organizzare la macchina dei servizi pubblici), nessuno è innocente, tantomeno la destra con lo slogan “libertà, libertà”, o la pandemia è finita e il governo ce lo nasconde per restare al potere, anzi no, la pandemia non è mai finita e il governo non ha fatto nulla per arginarla. Il Covid-19 è così lo specchio del Paese, fredda superficie che riflette senza filtri la frammentazione della sua classe dirigente, l’inconsistenza dei suoi corpi intermedi, la pochezza dei suoi mezzi di comunicazione di massa. La ricerca del capro espiatorio: i giovani irresponsabili, gli anziani fragili, i dipendenti pubblici che “vogliono il lockdown” perché così lavorano meno, le mamme che vogliono le scuole aperte, è nulla più che la conseguenza della guerra di tutti contro tutti.

C’è chi ha giustamente osservato che dalla pandemia si uscirà migliori o peggiori. Se non impariamo a essere una comunità solidale, se solo quando sono in crisi ci preoccupiamo dei beni comuni, dalla sanità all’ambiente, finiremo male. Stiamo pagando un prezzo altissimo per aver portato avanti per decenni la cultura del predominio del singolo e dell’interesse personale sull’interesse comune. Il coronavirus, che ha messo alla scoperta la spietatezza del capitalismo, dovrebbe insegnarci o ri-insegnarci il valore della solidarietà, mettendo il “noi” al posto della solitudine competitiva dell’”io”, l’interrelazione di genere al posto del dominio patriarcale, l’interdipendenza con la natura al posto dell’estrattivismo produttivo. Ci si salva con l’aiuto reciproco, guardando oltre il nostro orizzonte. Nella vita senza gli altri non siamo niente o molto poco ed è necessario procedere insieme se vogliamo rendere il mondo un luogo bello in cui sostare. E che “salvare” se stessi non è sufficiente. E soprattutto, non basta mai. Siamo di fronte al bivio di sempre, scegliere fra la Borsa e la vita.Se parliamo di Borsa, dobbiamo guardare al cuore del capitalismo mondiale, gli Usa, al frangente critico nell’evoluzione neoliberale con le elezioni presidenziali del 3 novembre che hanno visto la vittoria di Biden e l’America spaccata in due metà. I milioni di voti per Trump sono preferenze date al celodurismo, al rancore che sfocia nel darwinismo sociale, al ripristino di antiche gerarchie sociali e razziali, alla diminuzione dei diritti civili di donne e minoranze conquistate in mezzo secolo di lotte. Quel 48% resta convinto che Biden abbia scippato la presidenza al loro capo. Il trumpismo ed i trumpisti, rimangono una forza reale. È bene poi ricordare che negli Usa, le decisioni fondamentali di politica estera, come quelle relative alle guerre, sono state prese sempre su base bipartisan, democratici e repubblicani. Sorta di partito trasversale, che non appare alle urne, ma continua a lavorare perché ”l’America, ancora una volta, guidi il mondo”. Quanto all’America latina, dove Trump ha imposto una riedizione della dottrina Monroe, il gigante del Nord che detta legge e gli alleati–vassalli che ubbidiscono, la domanda che sorge è come la vittoria di Biden potrà cambiare questa situazione. è troppo sperare che la prossima presidenza possa aprire una fase basata sul dialogo e non sulla politica di ingerenza?

Intanto, in Bolivia le elezioni presidenziali del 18 ottobre hanno visto la vittoria di Luis Arce, del Movimento per il socialismo (Mas), dell’ex presidente Evo Morales (estromesso dal golpe di un anno fa). Ha vinto la sinistra dell’integrazione, della riduzione delle disuguaglianze, contro la destra dell’indifferenza alla povertà, privatizzazioni, indebitamento e inserimento subalterno nel sistema mondo dato solo dall’export di materie prime, che nel caso della Bolivia vogliono dire litio, il motore delle batterie del XXI secolo. Una vittoria in totale continuità con la politica di Evo Morales e i risultati di quel governo. Lo Stato plurinazionale che prevede molteplici diritti costituzionali per i popoli indigeni originali. Un esempio al quale, nonostante i limiti, guardano molti popoli indigeni e comunità contadine. Il Mas è riuscito a riprendersi il potere per via elettorale e senza ulteriori spargimenti di sangue, nel paese che detiene il record di colpi di stato, oltre 180 dopo l’indipendenza dalla Spagna. Resta da vedere l’uso che saprà farne, a partire dal riscatto dei principi della Costituzione del 2009, a cominciare dal buen vivir, via via calpestati durante l’amministrazione Morales a favore del modello estrattivista predatorio. In Cile, il 25 ottobre, un voto massiccio al referendum, ha cancellato la Costituzione varata dal regime militare di Pinochet nel 1980. È il primo passo nella costruzione di un paese più giusto e inclusivo. Due avvenimenti che possono avere importanti riflessi in tutta l’America Latina, dove nei prossimi mesi avranno luogo elezioni in Paraguay, Venezuela e nel 2021, in Ecuador e Nicaragua. Così mentre in America Latina la sinistra fa dei passi in avanti, da noi nell’Occidente considerato avanzato la sinistra ha fatto dei passi indietro, rimane ferma e divisa, almeno in Italia, e non riesce ad aprire una discussione seria sulla fase che sta attraversando il capitalismo. A nostro modesto parere, le sinistre latinoamericane hanno accettato la democrazia come sistema politico e le elezioni come strumento per giungere al potere. Insomma la linea ereditata da Salvador Allende. Così la democrazia istituzionale e rappresentativa si è convertita in un valore, in uno spazio di azione delle sinistre sociali e progressiste, mentre le borghesie e oligarchie latinoamericane, come pure l’imperialismo, non hanno scrupoli a gettare alle ortiche le proprie norme, legalità, istituzioni, ecc., utilizzando le nuove forme di colpi di Stato. Quanto alle elezioni in Nicaragua, tutti i sondaggi (che pure devono essere presi con la dovuta cautela) danno per scontata la vittoria del FSLN e la riconferma alla presidenza di Daniel Ortega. Si può pensare tutto il il bene o il male possibile, dell’attuale governo nicaraguense, quello che è certa è l’inconsistenza dell’opposizione, allo sbando, frammentata e litigiosa. A Washington e Miami sono preoccupati, l’anno elettorale si avvicina e l’opposizione non ha idee, progetti, programmi. L’ambasciatore USA a Managua, Sullivan, si sbraccia e si sgola, ma é rissa interna per accaparrarsi i milioni di dollari statunitensi ed europei già stanziati per la campagna elettorale. Nessun gruppo ha credibilità per vincere ma tutti hanno denti aguzzi e fame di denari stranieri. Intanto due uragani, nell’arco della settimana di metà novembre, hanno colpito l’America Centrale, causando devastazione, distruzione e un saldo di vittime umane ancora in aggiornamento. Il popolo nicaraguense e il suo governo si sono mobilitati per prevenire e ridurre i danni. Non mancherà il nostro sostegno come Ass.ne Italia-Nicaragua, in termini politici e sociali, come in quelli strettamente materiali.

La solidarietà non è una dote di bontà individuale, per noi è stata sempre un atto politico. Non c’è mai appartenuta la carità; l’idea di un’èlite al potere che concede la sua generosa benevolenza ai più poveri e agli oppressi, ovviamente questi stessi politici esprimono poi tutto il loro disprezzo per chiunque cerchi di alleviare la povertà tassando le loro fortune. I ricchi e i potenti preferiscono storicamente la carità e la filantropia alla solidarietà, in modo tale da lasciare intatta la distinzione tra chi dona e chi riceve. La solidarietà non è unilaterale, è una forma di reciprocità radicale nella consapevolezza che le nostre vite sono intrecciate, intrecciate non significa indistinte, perché la solidarietà implica anche riconoscere che non siamo tutti esattamente uguali. Una solidarietà che aspiri al cambiamento e alla trasformazione impone non solo di vedere le sofferenze degli altri e farsene carico, ma anche di riconoscere gli altri come uguali, superando le differenze senza cancellarle. La solidarietà non è data ma deve essere creata; va costruita, non trovata. è la pratica di aiutare le persone a rendersi conto che sono – o meglio, siamo – tutti sulla stessa barca. Certamente come Associazione Italia-Nicaragua non siamo esenti da limiti e criticità, ma questo fa parte del gioco, di chi si impegna quotidianamente. La solidarietà è la disposizione ad affrontare il mondo nella sua complessità con la consapevolezza di cambiarlo; dove la costruzione di vincoli reciproci e di coalizioni eterogenee, sarà essenziale nella lotta per un mondo più ecologicamente sostenibile ed economicamente giusto. La solidarietà non dovrebbe solo ispirare la lotta, ma anche aiutarci a capire per cosa stiamo combattendo. Inaugurare l’era dello “stato di solidarietà”, uno stato che non si limita a ridistribuire le risorse ai “beneficiari” ma democratizza il controllo su come queste risorse sono prodotte, assegnate e gestite. Uno stato di solidarietà richiede che siano condivisi sia il sacrificio sia la ricompensa. Dobbiamo salvarci l’un l’altro, o solidarietà per sempre, o il nostro tempo è scaduto.

Per tutto questo vi chiediamo di dare una mano alla cultura della solidarietà internazionale; per proseguire l’attività è necessario conoscere le forze su cui si può effettivamente contare e riceverne nei limiti del possibile un sostegno, consapevoli dell’attuale emergenza finanziaria aggravata dalla pandemia. Tesserarsi non è solo un gesto di solidarietà, è una presa di posizione controcorrente, è un modo concreto per sostenere il presente e il futuro dell’Associazione Italia-Nicaragua. Viviamo solo del denaro che ci arriva tramite le tessere e il 5×1000, a cui aggiungiamo molto lavoro fatto gratuitamente e con passione. Non è retorica, non abbiamo nessun altro tipo di finanziamento. È un piccolo miracolo, in questo Paese triste e scoraggiato. Chi non s’iscrive non fa nulla di male, ma bisogna sapere che è un gesto di sottrazione. Un tentativo collettivo va fatto, alla fine magari fra un anno ci arrendiamo, ma è meglio arrendersi tutti assieme piuttosto che ognuno per conto suo. Non solo, se il bollettino “Quelli che Solidarietà” (quest’anno ha subito un ulteriore incremento dei costi rappresentati dal confezionamento con busta cartacea) può uscire con i suoi sei numeri (ogni volta che arriviamo alla fine dell’anno ci chiediamo come siamo riusciti a farcela) è perché ci sono soci che hanno scelto di concedersi il piccolo lusso di versare qualcosa in più del prezzo del tesseramento. Certo esiste la possibilità di passare dalla pubblicazione on-line, ma la nostra è una difesa convinta dell’utilità di un testo cartaceo. Il mezzo usato non è indifferente e la velocità cui siamo indotti, l’usa e getta del mondo digitale (internet tutto brucia, pensieri e dimensione interiore) sia uno dei fattori di crisi messi in discussione dal coronavirus. Non siamo contrari ai social, alle nuove tecnologie, da anni si è aggiunto al bollettino cartaceo il sito blog (anche mantenere attivo un sito online ha i suoi costi). Cartaceo e digitale costituiscono due modalità diverse ma complementari di essere AIN. Ringraziamo tutti quelli che hanno continuato a seguirci con affetto e fiducia, nella nostra piccola grande impresa, di chi crede in una società non escludente, ma giusta e solidale. Siamo come quei contadini che, col loro sacchetto di semi rossi, continuano ancora ostinati a seminare per far germogliare qualche oasi nell’immane deserto che incombe e che tutto inghiotte. Si tratta semplicemente di scegliere la vita. Tutti assieme, la vita. Perché vi è una sola umanità in un unico mondo vivente, casa comune dell’umanità intera.

Anticipatamente auguri di un sereno Natale e di felice Anno Nuovo con il Nicaragua nel cuore, sempre.

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