A un anno dalla pandemia che a tolto il respiro a un mondo già da tempo in asfissia, siamo dentro alla terza ondata di covid… l’Italia a colori… il nuovo governo Draghi… la campagna vaccinale che stenta a decollare dalla sospensione di Astrazeneca ai tagli ripetuti alle forniture dei vaccini, con l’Unione Europea acquirente turpilata dalle multinazionali farmaceutiche. Adesso abbiamo anche un generale per la lotta alla pandemia … con quale esperienza in materia di campagne vaccinali? Sappiamo che è stato nella Nato in Kosovo e Afghanistan, speriamo non l’abbiano scelto per la capacità di presidiare in armi o bombardare. Non è una novità in assoluto, in Brasile il razzista Bolsonaro ha nominato tanti generali a gestire la pandemia che negava. Ora, se l’Europa può sperare di avere i vaccini in tempi brevi, il mondo povero dovrà aspettare. Ci si preoccupa solo di suddividere i vaccini tra europei o occidentali, lasciando gli scarti ai popoli del sud del mondo. Il vaccino dovrebbe essere un bene comune per tutti, non sottoposto alla proprietà dei brevetti da parte dei giganti della farmaceutica, sorta di collisione fra diritto alla vita o dal profitto. In un mondo normale il vaccino dovrebbe essere prodotto e distribuito in tutto il mondo, il vaccino non è un cioccolatino (copyright Franco Arminio), non è uno sfizio che ti devi comprare. In questo caso la proprietà è davvero un furto. Sola Cuba produce l’unico vaccino pubblico (Soberana), sviluppato e prodotto interamente dallo stato. Inoltre si prepara a distribuire le sue dosi ai paesi che non hanno risorse per procurarselo, avviando la più colossale campagna di solidarietà internazionale della storia dell’umanità.

Da noi si preferisce criminalizzare la solidarietà, ad iniziare da quella che salva le vite in mare, contro le leggi mortifere del controllo dei confini. Le Ong, affiancate a trafficanti e scafisti, accusate di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, grazie all’assurdo, inutile dannoso “reato di clandestinità” che non fa distinzione tra chi gestisce i lager libici e chi offre ospitalità e aiuto, tra chi sfrutta e approfitta e chi presta sostegno e aiuto alla fuga. Le modifiche ai decreti Salvini hanno ridotto le sanzioni pecuniarie per le Ong, ma non hanno modificato il quadro penale su cui si basano i processi. Non nutriamo nessuna fiducia che le cose possano minimamente migliorare con il governo attuale. L’operazione che ha portato alla nomina di Draghi è stata programmata e realizzata nei tempi e nei modi previsti. Una brutta, opaca operazione di potere, quel che volevano alcuni potenti settori dell’economia italiana e europea, la partecipazione al lauto banchetto dei fondi europei. Si voleva sottrarre la gestione alla squadra che li aveva ottenuti, per garantirne una destinazione adeguata agli appetiti e agli equilibri del capitalismo italiano a trazione settentrionale, rappresentato dalla Lega sovranista e xenofoba. Di questa tendenza Renzi è stato un efficace recettore. Si è così messa la ricostruzione postpandemica italiana nelle solide mani della governance europea, chiudendo in anticipo la discussione pubblica, nonché l’eventuale conflitto sociale, sulle modalità della ricostruzione, sul riequilibrio fra stato e mercato, sulla distribuzione delle risorse, sulla contraddizione fra logica del profitto e logica della cura (copyright Ida Dominijanni). Il vero asse del Governo si trova all’incrocio fra tecnici e politici di provata fede confindustriale, a cui è affidata la regia del Recovery Plan. La logica è la stessa che guidò gli esecutivi di Monti e poi di Renzi: concentrare tutte le risorse sulla parte più forte della società, nell’illusione che questa possa poi eventualmente trainare quella più debole. Drenare tutte le risorse pubbliche a favore delle imprese competitive sui mercati internazionali. Il sistema Italia come un’azienda affidata a un buon padre di famiglia (il “banchiere di tutti”), che rimette a posto il bilancio con un neoliberismo temperato. Il problema non è tanto Draghi, l’uomo del destino a cui, tragicamente, il nostro Paese deve affidarsi ad ogni tornante storico, ma la fragilità della politica. L’uomo dei poteri forti delle istituzioni finanziarie internazionali, è il frutto del vuoto della politica, non la sua causa. Il vero problema è il “vuoto” non chi lo ha riempito.

Così il governo, che riassume in sé quasi l’intero Parlamento, ha avuto l’effetto di ringalluzzire le destre, abili nel doppio gioco governo-opposizione, e favorire l’implosione prima dei 5 stelle e poi del Pd balcanizzato (le dimissioni di Zingaretti a cui è seguita la chiamata di Letta, come salvatore di una brca che fa acqua). Ecco perché questo governo, nato non si sa perché sulle spoglie di un governo morto non si sa perché, non può andare nella direzione di una società più giusta, più solidale, dove le persone siano considerate per quello che valgono e non i termini di denaro. Ci vorrebbe un governo ispirato alla capacità di vedere il tragico nella umanità e di alleviarlo. Viviamo sopra una montagna di merci ma la povertà nel mondo dilaga, e cresce l’abisso tra ricchissimi e poverissimi. Siamo al tempo del trionfo della scienza e della tecnica ma dobbiamo tremare perché un esserino infinitamente piccolo ci minaccia. Vogliamo andare su Marte ma sulla Terra stiamo mettendo in pericolo l’ambiente che assicura la nostra sopravvivenza. Certo, allo stato attuale, non riusciamo nemmeno a progettare un’alternativa all’attuale organizzazione socio-ecologica capitalista, che non si fondi più sulla distruzione o sul dominio dell’ordine della vita sul pianeta. Non c’è nessuna voglia di cambiare il mondo ma solo di sfruttarlo meglio degli altri. “Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione, (scrive Franco Arminio). Un’attenzione da riservare a quell’intimità fragile che viene sostituita – e non se ne può più – da una premura amministrativa per la crescita. Beato il Paese che ascolta i suoi poeti”.

Invece, tra le conseguenze del Covid, sembra esserci una sorta di sgravio delle coscienze, di assottigliamento dell’attenzione: il mondo si è allontanato. Il vero distanziamento è questo: non vedere oltre l’uscio di casa. Siamo concentrati sempre più sui nostri rancori; quando non dovremmo più sopportare le insensate spese per gli armamenti o le grandi opere inutili e devastanti. Non dovremmo più vivere con le teste voltate, ignorando interi continenti e le indicibili sofferenze delle periferie del mondo. È dovuto morire un ambasciatore italiano, Attanasio Luca, il suo carabiniere Vittorio Iacovacci e il suo autista congolese Mustafa Milambo, perché si parlasse, almeno per qualche giorno, della tragedia del Congo e la sua guerra civile, dura da 20 anni, per prendersi le ricchezze minerarie. Fregare al Congo le materie prime e far scappare la gente che ci abita sopra pagando mercenari per ammazzare, come ha ricordato padre Albanese. Non resta che costruire spazi di solidarietà nel cielo tetro del patriarcato capitalista che ci circonda e opprime. “è l’ora di uscire dal sistema onnidistruttivo della rapina e della violenza e di costruire la società del bene comune, il regno della giustizia e della libertà, la comunità universale della nonviolenza, la civile convivenza dell’umanità intera. è l’ora di riconoscere , rispettare, difendere, inverare la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani, di tutti gli esseri viventi, dell’intero mondo vivente. È l’ora della responsabilità, è l’ora della lotta per la salvezza comune, per l’universale liberazione, per affermare la fraternità e la sororità che nessuna e nessuno abbandona al male e all’annientamento” (Peppe Sini).