Con i tempi che corrono di crisi economica, politica e culturale, fare un discorso organico è difficile.
La situazione, nazionale e internazionale, è sempre più complicata e dolorosa: guerra, crisi, titoli tossici immessi sul mercato, iniezioni di liquidità monetaria, sfruttamento dell’uomo sull’uomo…
Nella crisi finanziaria mondiale, tra piani di recupero delle banche e assicurazioni di salvaguardia dei depositi, l’attenzione internazionale si è spostata, ancora una volta, sui destini delle popolazioni ricche del Nord del mondo, sull’impoverimento della classe media, sulla perdita di posti di lavoro, sul calo di potere d’acquisto dei salari, sul calo dei consumi e via enumerando.
Secondo l’ultima stima Istat, in Italia, i poveri sono oltre sette milioni e mezzo, quasi il 13% dell’intera popolazione. Certo, stiamo parlando di povertà relativa, qualcosa di incommensurabile con il miliardo e passa di persone che nel mondo vivono con un euro al giorno.
Per esse più chiari, la soglia di povertà relativa in Italia per una famiglia di 2 persone è fissata in 986 euro. Con meno di 1000 euro al mese, ci dice l’Istat, si vive (anzi si sopravvive) parecchio male, non si arriva alla fine del mese, anche a tirare la cinghia a più non posso.
Intanto abbiamo hanno visto pochissimi analisti appuntare la loro attenzione alle conseguenze che questa crisi del capitalismo finanziario mondiale ha, e continuerà per molto tempo a avere sulle politiche e gli impegni verso la lotta alla povertà, e sulla condizione materiale non nuova nella quale vivono e continuano a morire oltre un miliardo di esseri umani. <<Parlare delle “nuove povertà” in relazione al Sud del mondo, infatti, sarebbe importante anche per far capire ai molti cittadini nostrani, immersi nella depressione finanziaria, che siamo sulla stessa barca di chi, sino a oggi, per venire a cercare un destino migliore in casa nostra, sulle barche ci moriva>> (come ha scritto Raffaele Salinari).
Invece si trovano per le banche milioni di euro (che si diceva di non avere) e si piange miseria quando si tratta di lotta alla povertà: la Finanziaria ha tagliato drasticamente i fondi per la cooperazione allo sviluppo; ed i temi della solidarietà internazionale sono diventati, mercé la crisi economica, ancora più irrilevanti.
L’altra conseguenza del crack finanziario (non produce certo il fallimento del capitalismo), è che riduce la giustizia e la libertà; travolgendo quel poco di civiltà e spirito democratico che dai travagli del Novecento si era prodotto. Genera, anziché ritorno alla ragionevolezza e alla solidarietà tendenze a nuova barbarie, fatta di paura, indifferenza, rabbia impotente e aggressività, in basso, e di arroganza, dominio, disprezzo delle regole e dei diritti, in alto. <<Non è solo il carattere intrinsecamente autoritario e fascistoide di un governo e dei suoi metodi spicci, ma una sorta di dinamica regressiva “di sistema”. Di un intero “ordine delle cose” che si va componendo – e stringendo – intorno a noi, in una logica di chiusura di spazi e di violazione di valori fino a ieri solidi e indiscutibili>>, (secondo le parole di Marco Revelli).
Vale a dire che oggi il blocco sociale dominante non ha bisogno del fascismo (del resto il berlusconismo non è il fascismo), perché la “coercizione” è anche e soprattutto disseminata nel sociale.
Su questo è particolarmente interessante la riflessione fatta da Alberto Asor Rosa (nell’articolo “Il ventennio di Berlusconi”): <<Quel che mi sembra di vedere dal mio angolo visuale è la crescita di una sorta di dittatura (De Mauro: «governo autoritario, in cui il potere è concentrato nelle mani di uno solo»), ma di tipo nuovo, democratico-populista, fondata non sulla violenza e sulla coercizione esplicite ma sul consenso (come faceva, a modo suo, anche il fascismo…) ed esercitata con un astuto, davvero inedito in Europa mix di suggestioni mediatiche, stravolgimenti istituzionali e intermediazioni affaristiche. Il «modello» – che, come tutti i modelli forti, è politico, culturale e persino antropologico – sta penetrando in profondità e sta facendo fuori la continuità storica su cui si sono fondati finora l’identità e i valori «italiani» al cospetto del mondo (…) Per questo – non per motivi più tecnici e circoscritti, come qualcuno cede alla tentazione di argomentare, lasciandosi cullare dal sogno delle «riforme condivise» – vanno fatte fuori le articolazioni finora più autonome e indipendenti dello stato, in primissimo luogo la magistratura e la scuola: esse, infatti, in questo momento, per il solo fatto di conservare la loro indipendenza, costituiscono l’ostacolo maggiore alla compiuta realizzazione di tale disegno (naturalmente, mi rendo conto che, se le cose stanno come dico, la parte più interessante del discorso consisterebbe nel chiedersi come mai tale disegno distruttivo proceda attraverso il consenso: ma cosa sia diventato il popolo italiano in questi ultimi vent’anni, a cosa aspiri, in cosa creda, merita un discorso a parte, che prende ancora più di petto la politica, e che forse un giorno faremo)>>.
Il problema è che questo avviene senza trovare, davanti a sé, barriere di protezione. Sistemi di allarme. Capacità di reazione. In una parola: opposizione.
A mancare è soprattutto un autentico progetto politico: la costruzione di un orizzonte di senso che riesca a spiegare il mondo, le relazioni reciproche tra gli esseri umani. Non a caso le sinistre sono state sconfitte e ora sono impegnate in dispute interne da cortile, perché non avevano e non hanno un progetto per il Paese, né ciascuno per conto suo né, tanto meno, tutti quanti insieme. La costruzione di questo progetto può avvenire solo se si ritorna a ragionare intorno ai grandi temi posti dai movimenti emersi nel Novecento: femminismo, ecologismo, socialismo, pacifismo nonviolento, e la stessa solidarietà internazionale. Una sinistra unita e plurale è perciò possibile, ma deve avere nel suo DNA l’opposizione al razzismo, l’opposizione al patriarcato e al femminicidio, l’opposizione alla distruzione della biosfera, l’opposizione ai poteri criminali e al regime della corruzione, l’opposizione a qualsiasi sfruttamento, che difenda tutti i diritti umani di tutti gli esseri umani.
Non è impresa facile, ma continuiamo a pensare che l’Italia è un paese migliore della destra che la governa; ma anche dell’opposizione che lo contrasta in parlamento. Almeno per quella parte che soffre con vergogna le volgarità e le furbate medianiche della cultura berlusconiana, il carnevale istituzionale del populismo dei ricchi. Si pensi alle manifestazioni contro la Gelmini, di studenti, insegnati e genitori, che hanno segnato una prima rottura del vasto fronte che ha portato Berlusconi a palazzo Chigi.
In tutto questo si inserisce la nostra piccola Associazione. Siamo nati nel secolo scorso, abbiamo i nostri anni, rughe e lividi, ma (con tutti gli errori e limiti), nelle attuale circostanze, crediamo che Italia-Nicaragua sia un soggetto utile nel ricostruire un tessuto sociale democratico, nonviolento, solidale, antirazzista, nel promuovere la solidarietà internazionale. Una solidarietà sempre interattiva e politica, mai assistenziale di chi si limita ai cerotti sulle ferite dei “poveri”. Per questo non vi abbiamo mai chiesto la carità pelosa dei messaggini sms.
Quell’occuparci del resto del mondo con un sms da 1 euro serve solo a mettere a posto la nostra coscienza.
Quello a cui vi chiediamo di partecipare è un compito tutto politico: di rimozione delle cause dell’ingiustizia e della fine dello sfruttamento e della sottomissione dei molti ai pochi, in Italia come in Nicaragua. Sostenere la nostra Associazione significa dimostrare una solidarietà che in periodo di crisi, diventa una maniera di affermare una visione del mondo diversa da quella che ha portato alla tempesta finanziaria attuale. Per tutto questo continuiamo ad essere insieme alla Asociaciòn Nicaraguese de Afectados por Insuficiencia Renal Crònica nel cercare di alleviare la grave situazione sanitaria che colpisce gli ex lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero ammalati di Insufficienza Renale Cronica (IRC), per i pesticidi utilizzati dalla multinazionale nicaraguense Pellas, nel momento in cui (vergognosamente) l’ambasciatore italiano in Nicaragua, Sig. Alberto Boniver, ha nominato il signor Carlos Pellai Chamorro, Console Onorario d’Italia a Granata, con parole che si commentano da sole: “Chi meglio di te, mio caro Carlos, che potrei definire un Console di lusso. Chi meglio di te, l’imprenditore più importante del paese e forse del centroamerica”. Per tutto questo continuiamo la nostra lotta con le donne del Nicaragua per chiedere il ripristino dell’ aborto terapeutico, la cui cancellazione produce vittime ogni anno soprattutto tra le frange più povere della popolazione. Così come continua il nostro sostegno alle organizzazioni popolari impegnate nel settore socio-sanitario, per l’infanzia e l’educazione culturale (vedi il progetto “Nicaraguita” di adozione a distanza di borse di studio per giovani universitari); o per lo sviluppo rurale in favore delle famiglie contadine impoverite; così come per la formazione sindacale dei lavoratori delle maquiladoras, fabbriche in cui capitale straniero controlla l’intero ciclo produttivo, fornendo la materia prima di lavorazione, e la commercializzazione finale del prodotto. Le maquilas sono soprattutto tessili; vi lavorano, in maggioranza, donne giovani e giovanissime, sottoposte a pesanti pressioni, persino sessuali. La sindacalizzazione è vietata, le condizioni lavorative sono insalubri, il clima è repressivo. Una delle caratteristiche di tale fenomeno, figlio della globalizzazione, è l’estrema volatilità del capitale investito nelle fabbriche. La bassa professionalizzazione richiesta, un basso investimento in macchinari, la grande disponibilità di manodopera a buon mercato, la ipersensibilità rispetto ai vantaggi relativi offerti da altri paesi, sono fattori che fanno sì che queste fabbriche possono essere spostate da un paese all’altro, quando le condizioni produttive di uno non siano ritenute più convenienti da chi detiene il controllo della catena produttiva.
Faremo tutto questo, come sempre e più di sempre.
Perché è questo il nostro modo di fare politica. Ma per farlo abbiamo bisogno di un vostro sostegno. Una tessera per il 2009, un piccolo contributo economico di €, 20,00 da versare tramite il conto corrente postane n° 87586269 intestato a Ass.ne Amicizia e Solidarietà Italia-Nicaragua Circolo di Viterbo. Lo chiediamo, questo piccolo contributo, con la consapevolezza che i soldi non sono la misura di tutte le cose, e che ci sono soldi e soldi. I soldi mandati alla nostra Associazione, quasi sempre con un grande sacrificio personale, sono il segno che in questo nostro Paese ci sono ancora persone che credono nella solidarietà internazionale, che investono ancora su “un altro mondo possibile”, che non si arrendono – ad esempio – alle paure xenofobe, come quelle della guerra allo “straniero”. Chiediamo troppo?
Una considerazione finale sul Nicaragua. Premesso che come Associazione Italia-Nicaragua continueremo a giudicare l’attuale governo del Fronte sandinista (Fsln) per quello che farà: di positivo come gli investimenti in progetti per la riduzione della povertà e per riattivare il settore agricolo; e di negativo, come la scelta scellerata di penalizzare l’aborto terapeutico o il perdurare della confusione stato-partito; ci sembra doveroso sottolineare, rispetto alle discusse elezioni municipali del 9 novembre 2008, che se la colpa ce l’hanno un po’ tutti soprattutto per gli scontri feroci che si sono avuti tra simpatizzanti liberali e sandinisti (con Ortega che invece di chiamare alla calma e al confronto è scomparso dal giorno delle elezioni, e con Montealegre che ha fatto di tutto per far precipitare la situazione, vero artefice della benzina gettata sul fuoco), nella realtà si sia assistito ad un tentativo premeditato di gettare fango sul processo elettorale e di destabilizzare il governo Ortega, in vista anche delle elezioni presidenziali del 2011, elemento di una guerra mediatica che si sta architettando per impedire ad ogni costo anche la vittoria del Fmln in Salvador (elezioni marzo 2009) e la fine dell’egemonia statunitense in centroamerica.
Infine, con un po’ di orgoglio, comunichiamo che per il prossimo marzo è prevista la pubblicazione del nostro libro: ”Nicaragua: noi donne, le invisibili. La solidarietà internazionale con occhi e cuore di donna”.
Pag. 4 Per esse più chiari, la soglia di povertà relativa in Italia per una famiglia di 2 persone è fissata in 986 euro. Con meno di 1000 euro al mese, ci dice l’Istat, si vive (anzi si sopravvive) parecchio male, non si arriva alla fine del mese, anche a tirare la cinghia a più non posso.
Intanto abbiamo hanno visto pochissimi analisti appuntare la loro attenzione alle conseguenze che questa crisi del capitalismo finanziario mondiale ha, e continuerà per molto tempo a avere sulle politiche e gli impegni verso la lotta alla povertà, e sulla condizione materiale non nuova nella quale vivono e continuano a morire oltre un miliardo di esseri umani. <<Parlare delle “nuove povertà” in relazione al Sud del mondo, infatti, sarebbe importante anche per far capire ai molti cittadini nostrani, immersi nella depressione finanziaria, che siamo sulla stessa barca di chi, sino a oggi, per venire a cercare un destino migliore in casa nostra, sulle barche ci moriva>> (come ha scritto Raffaele Salinari).
Invece si trovano per le banche milioni di euro (che si diceva di non avere) e si piange miseria quando si tratta di lotta alla povertà: la Finanziaria ha tagliato drasticamente i fondi per la cooperazione allo sviluppo; ed i temi della solidarietà internazionale sono diventati, mercé la crisi economica, ancora più irrilevanti.
L’altra conseguenza del crack finanziario (non produce certo il fallimento del capitalismo), è che riduce la giustizia e la libertà; travolgendo quel poco di civiltà e spirito democratico che dai travagli del Novecento si era prodotto. Genera, anziché ritorno alla ragionevolezza e alla solidarietà tendenze a nuova barbarie, fatta di paura, indifferenza, rabbia impotente e aggressività, in basso, e di arroganza, dominio, disprezzo delle regole e dei diritti, in alto. <<Non è solo il carattere intrinsecamente autoritario e fascistoide di un governo e dei suoi metodi spicci, ma una sorta di dinamica regressiva “di sistema”. Di un intero “ordine delle cose” che si va componendo – e stringendo – intorno a noi, in una logica di chiusura di spazi e di violazione di valori fino a ieri solidi e indiscutibili>>, (secondo le parole di Marco Revelli).
Vale a dire che oggi il blocco sociale dominante non ha bisogno del fascismo (del resto il berlusconismo non è il fascismo), perché la “coercizione” è anche e soprattutto disseminata nel sociale.
Su questo è particolarmente interessante la riflessione fatta da Alberto Asor Rosa (nell’articolo “Il ventennio di Berlusconi”): <<Quel che mi sembra di vedere dal mio angolo visuale è la crescita di una sorta di dittatura (De Mauro: «governo autoritario, in cui il potere è concentrato nelle mani di uno solo»), ma di tipo nuovo, democratico-populista, fondata non sulla violenza e sulla coercizione esplicite ma sul consenso (come faceva, a modo suo, anche il fascismo…) ed esercitata con un astuto, davvero inedito in Europa mix di suggestioni mediatiche, stravolgimenti istituzionali e intermediazioni affaristiche. Il «modello» – che, come tutti i modelli forti, è politico, culturale e persino antropologico – sta penetrando in profondità e sta facendo fuori la continuità storica su cui si sono fondati finora l’identità e i valori «italiani» al cospetto del mondo (…) Per questo – non per motivi più tecnici e circoscritti, come qualcuno cede alla tentazione di argomentare, lasciandosi cullare dal sogno delle «riforme condivise» – vanno fatte fuori le articolazioni finora più autonome e indipendenti dello stato, in primissimo luogo la magistratura e la scuola: esse, infatti, in questo momento, per il solo fatto di conservare la loro indipendenza, costituiscono l’ostacolo maggiore alla compiuta realizzazione di tale disegno (naturalmente, mi rendo conto che, se le cose stanno come dico, la parte più interessante del discorso consisterebbe nel chiedersi come mai tale disegno distruttivo proceda attraverso il consenso: ma cosa sia diventato il popolo italiano in questi ultimi vent’anni, a cosa aspiri, in cosa creda, merita un discorso a parte, che prende ancora più di petto la politica, e che forse un giorno faremo)>>.
Il problema è che questo avviene senza trovare, davanti a sé, barriere di protezione. Sistemi di allarme. Capacità di reazione. In una parola: opposizione.
A mancare è soprattutto un autentico progetto politico: la costruzione di un orizzonte di senso che riesca a spiegare il mondo, le relazioni reciproche tra gli esseri umani. Non a caso le sinistre sono state sconfitte e ora sono impegnate in dispute interne da cortile, perché non avevano e non hanno un progetto per il Paese, né ciascuno per conto suo né, tanto meno, tutti quanti insieme. La costruzione di questo progetto può avvenire solo se si ritorna a ragionare intorno ai grandi temi posti dai movimenti emersi nel Novecento: femminismo, ecologismo, socialismo, pacifismo nonviolento, e la stessa solidarietà internazionale. Una sinistra unita e plurale è perciò possibile, ma deve avere nel suo DNA l’opposizione al razzismo, l’opposizione al patriarcato e al femminicidio, l’opposizione alla distruzione della biosfera, l’opposizione ai poteri criminali e al regime della corruzione, l’opposizione a qualsiasi sfruttamento, che difenda tutti i diritti umani di tutti gli esseri umani.