TEMPI PRESENTI (Gennaio 2022)

Si è creato, oramai da troppo tempo, un vuoto tra America Latina e l’Italia e questo spazio vuoto rattrista perché stiamo perdendo una fetta di mondo importante. Di fatto tagliare l’America Latina dal proprio orizzonte culturale equivale ad amputarsi un braccio per un paese come l’Italia che vive di connessioni e incroci. Occorre quindi invertire questa rotta malefica e ritrovare presto quella strada maestra che collegava il nostro Paese a quel Continente che ha sempre parlato alla nostra anima come in uno specchio. Oggi possiamo volgere lo sguardo all’America latina, considerato da sempre dagli Stati uniti il loro “cortile di casa”, con un po’ di ottimismo. L’elezione del nuovo presidente del Cile (19 dicembre 2021), Gabriel Boric, è uno straordinario regalo. Innanzi tutto perché consolida la possibilità di una “seconda ondata” delle sinistre latinoamericane al governo, e segue le recentissime vittorie di Pedro Castillo in Perù (nazione in cui la sinistra non aveva mai vinto, e oggi alimenta la speranza di liberare il paese dall’eredità tossica del fujimorismo) & Xiomara Castro in Honduras, prima donna a diventare presidente del paese centroamericano. Più le lezioni municipali regionali in Venezuela, del 21 novembre scorso, stravinte dal governo Maduro con la conquista di 19 stati e straperse dall’opposizione, con solo 4 stati. Resta il problema che uno dei questi quattro, lo Stato di Barinas, era la roccaforte chavista, e resta il problema della bassa affluenza elettorale, appena il 41,8% degli elettori, quale disaffezione nei confronti del governo causa dall’appannamento dell’originario processo di transizione all’ecosocialismo, che era stato il sogno di Chàvez. La prima ondata di sinistra in America Latina che, all’inizio del secolo, aveva portato al governo forze di sinistra o progressiste in Nicaragua, Salvador, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, ha dimostrato che se non si pongono le basi per uno smantellamento della società neoliberista (avvenuta solo nel Venezuela di Chavez e in parte nella Bolivia di Evo Morales) la destra – con l’appoggio degli Stati Uniti – mantiene una forte capacità per riprendere il governo. O mediante elezioni, o con la forza il “golpe blando“ “istituzionale” come per esempio in Paraguay che spodestò Fernando Lugo, o il golpe militare in Bolivia che ha fatto cadere Morales, prima ancora in Honduras nel 2009 contro Zelaya.

Con il neopresidente cileno sembra prendere forma una nuova sinistra latinoamericana meticcia plurale nei riferimenti culturali e ideali: ecologismo, femminismo, socialismo e tracce di neocomunismo oltre all’orizzonte dei diritti sociali e civili. Molto probabilmente il nuovo governo punterà alla ricostruzione del paese e al rilancio delle politiche sociali. Non dimentichiamo che il Cile è stato il primo posto al mondo in cui si è sperimentato, sotto la dittatura fascista di Pinochet (golpe 11 settembre 1973) e la regia dei Chicago Boys, gli economisti guidati da Milton Friedman, il modello di “neoliberismo autoritario” portato alle estreme conseguenze con i processi di privatizzazione che colpivano l’intero sistema del welfare. Un modello, che sarebbe diventato dominante sul finire del secolo scorso ma anche nel nuovo secolo, e che in pochi anni fece gridare al miracolo cileno, a chi guardava al Prodotto Interno Lordo (P.I.L.) come solo indicatore del successo di un paese, e fece gridare di dolore milioni di cileni impoveriti, super sfruttati, privati dei servizi pubblici essenziali, nonché di ogni forma di libera espressione. Per quelli della nostra generazione, nati negli anni ’50 del secolo scorso, Cuba, il Cile, il Vietnam, lo stesso Nicaragua sandinista, sono storia che sentiamo come nostra, tanto sono state parte integranti della nostra militanza. Di cui ci sarebbe ancora bisogno, visto come va il mondo. Un mondo dove si tende a privilegiare il vecchio paradigma della semplificazione, invece di abitare la complessità, a iniziare dalle crisi che il pianeta attraversa. Crisi economica, ambientale, demografica, sociale, sanitaria, culturale e morale, crisi della democrazia; messa in crisi del connubio ormai inestricabile fra umanità e pianeta, fra civilizzazione umana e la vita della Terra, compresa la vita umana. Per restare alla crisi globale della democrazia, la “semplificazione” accomuna due soluzioni politiche, da una parte il neoliberismo della tecnocrazia e del globalismo neoliberista e della mondializzazione del liberismo economico e, dall’altra, il populismo del nazionalismo, nazinal-populismo e del sovranismo. Semplificano e svuotano la democrazia rendendola polarizzata e minimalista, e destinandola al governo del capo (autocrazia), o a quello dei competenti (epistocrazia), o a quello dei tecnici (tecnocrazi).

Per restare a casa nostra non si vede nessun governo che possa, o voglia, cambiare il dato fondamentale della politica economica del coronacapitalismo: tutto deve restare come prima, a cominciare dall’organizzazione del mercato del lavoro dove le rendite dei pochi crescono in maniera indirettamente proporzionale alle tutele e ai redditi di chi ha meno ed è sempre più insicuro, continuando ad allargare divari e disuguaglianze. Questo è il nodo politico che, al momento, nessuno riesce a mettere in discussione. Questa paradossale rincorsa all’indietro genera “mostri”: c’è chi riesce a paragonare una decisione di politica sanitaria alla Shoah, il green pass ai numeri tatuati sul braccio, o c’è chi sventola una bandiera con la croce uncinata come fosse una cosa normale. E ancora, i morti delle migrazioni, le donne e gli uomini che hanno perso la vita nel corso di questi anni al largo delle nostre coste o nell’antro buio delle nostre foreste bosniache o polacche, violentemente dimenticati e rimossi, o nella migliore delle ipotesi trattati semplicemente come un numero che ingrossa le macabre statistiche dei decessi per le migrazioni. Le istituzioni nazionali dei diversi Paesi europei (Italia compresa) che sul Mediterraneo si affacciano o che sono interessati dal viaggio che interessa queste donne e questi uomini, queste bambine e questi bambini, si sono mostrate sin qui (per usare un eufemismo) palesemente inadeguate. L’Europa, i governi europei, la comunità internazionale dovrebbero mettersi all’opera perché non esistano più “desaparecidos” della migrazione. Ecco perché, occorrerebbe un’organizzazione, nuova e inedita, del rapporto fra umanità e pianeta. Una capacità di progettare una nuova visione della vita, della società e del mondo.

Come Associazione Italia-Nicaragua abbiamo conosciuto un’Italia diversa, innanzitutto più ariosa, in cui si aveva a cuore anche quello che succedeva lontano da casa propria e in cui era ben chiaro che il destino dei popoli oppressi non poteva rimanere fuori dalle preoccupazioni di chi si dichiarava solidale in patria. Mai come in questo momento ci sembrano di attualità le parole di Antonio Gramsci: “Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via. La mia posizione morale è ottima: chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo. Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo” (In “Lettere dal carcere”).

Su RADIO SVOLTA “Special Event “LE ELEZIONI IN AMERICA LATINA”

https://radiosvolta.it/#1612952397122-b19a53ba-b5c73fb8-980d

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *