Fine del mese di luglio e fine del Governo Draghi, implosione dell’unità nazionale. L’Italia corre verso le urne e inizia una campagna elettorale dentro la tragica escalation bellica e le gravissime emergenze sociali. L’incertezza domina nel mondo, con la sua lunga lista delle aree di crisi: dall’Afghanistan alla Siria, Libia, Yemen, Mali, corno d’Africa, Iran, ecc. la guerra in Ucraina (e le sue conseguenze sull’energia, l’inflazione e la minaccia alimentare), la crisi climatica, le ingiustizie e i drammi dei rifugiati, tutto concorre a rendere poco visibile l’evoluzione in corso. Dall’Europa fino alle due sponde del Pacifico, il mondo è affettivamente e mentalmente molto confuso. “Un paese guidato da un regime dittatoriale, avente come principale sostegno un’oligarchia mafiosa, predatrice dei beni e dei diritti del suo popolo, ha invaso un altro paese, governato da una classe dirigente largamente corrotta secondo regole approssimativamente democratiche (più sul piano formale che della sostanza). Due popoli che hanno convissuto per secoli in un modo sufficientemente pacifico con notevoli commistioni e traffici sul piano dei legami personali, degli scambi sociali e della cultura, si sono ritrovati divisi da un odio impensabile. I danni saranno incalcolabili soprattutto per il popolo ucraino (già diventato un agnello sacrificale), ma anche per i russi e per gli europei” (Sarantis Thanopulos).

Ci troviamo davanti a una guerra che contiene tante guerre. Si può ancora chiamare guerra per procura? Certo lo è, ma è una guerra che da un momento all’altro può diventare uno scontro diretto tra la Russia e l’Alleanza Atlantica. Lo scenario apertosi con l’invasione russa dell’Ucraina ha spalancato le porte alla complessità della situazione internazionale, dove non c’è più un ordine mondiale definito e dove le diverse potenze sono in conflitto per la definizione di un nuovo ordine internazionale. La guerra stessa sembra il concentrato di molte guerre, come una sorta di matrioska, al cui interno troviamo: un conflitto civile interno all’Ucraina determinato dalle spinte separatiste delle regioni del Donbass; un conflitto fra Stati, determinato dall’invasione russa dell’Ucraina; un conflitto fra imperialismi e blocchi militari che vede la Russia da una parte e Usa, Nato e governi europei dall’altra; infine, si intravede la possibile guerra futura che vedrà in campo i veri contendenti all’egemonia mondiale, ovvero Usa e Cina. Gli Usa, che conducono le danze, stanno approfittando di questo conflitto, senza rischiare neppure un soldato, per stendere al tappeto un avversario storico e mettere a segno alcuni vantaggi strategici: sfinire Mosca, mettere in difficoltà la Cina, imbarazzata dagli insuccessi dei russi, rafforzare l’Alleanza Atlantica e non da ultimo portare a casa lucrosi contratti con le esportazioni di armi, cereali e gas. Nonostante la Nato appaia rafforzata (ingresso di Svezia e Finlandia reso possibile solo con la “svendita” del popolo curdo all’amico dittatore – definizione di Mario Draghi 8 aprile 2021 – turco Erdogan a seguito delle mosse compiute dalla Russia, bisogna lavorare affinché l’opinione pubblica smetta di considerare la più aggressiva macchina bellica del mondo come la soluzione ai problemi della sicurezza globale. Al contrario, va mostrato come questa sia un’organizzazione pericolosa e inefficace che, con la sua volontà di espansione e di dominio unipolare, contribuisce ad aumentare le tensioni belliche nel mondo.

Svezia e Finlandia, hanno scelto così di rinnegare la loro tradizionale politica di neutralità. Durante la guerra fredda i socialdemocratici svedesi avevano espresso il principio della solidarietà internazionale attraverso il sostegno ai movimenti di liberazione nazionale nel cosiddetto sud del mondo. Nessuna figura ha incarnato questo spirito meglio di Olof Palme, grande figura di costruttore di ponti di pace, leader prestigioso, fatto fuori in circostanze misteriose in cui non è escluso il ruolo di servizi segreti stranieri. “Gli Stati Uniti sembrano incapaci di comprendere il processo di liberazione in questo continente e di farlo evolvere costruttivamente. L’atteggiamento verso i movimenti di liberazione dell’America Latina è gretto e miope come lo fu quello verso Mao Tse-tung e Ho Chi Min. Questa potenza mondiale si sente minacciata in qualsiasi parte della terra popoli poveri lottino per la propria liberazione nazionale e sociale. Ma questa liberazione è necessaria e inevitabile” Olof Palme, 20 aprile 1974. In questa situazione bellica la cosa più preoccupante è che non sembra esserci una soluzione diplomatica. Nessuno degli attori in campo sembra attivarsi per ciò che sarebbe subito necessario: il cessate il fuoco immediato e l’apertura di negoziati. Fino a che punto gli occidentali intendono “indebolire la Russia”? E qual è l’obiettivo militare e politico accettabile da Putin in Ucraina? Sia la Russia sia l’Ucraina credono di poter continuare a fare progressi militari, trasformando il conflitto in una guerra di logoramento senza prospettive vitali per negoziati di pace a breve termine. Una guerra può sostanzialmente finire in due modi: con una parte che annienta l’altra, oppure con un accordo che non può certo essere raggiunto se non si rinuncia al presupposto della demonizzazione assoluta dell’altro. La pace, o meglio un accordo che pone fine al conflitto, non si fa tra amici, ma tra quelli che si percepiscono come nemici.

Purtroppo l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha disatteso la sua missione fondamentale di preservare la pace e la sicurezza. Sono passati cinquantaquattro giorni prima che il segretario generale Antònio Guterres lanciasse un’iniziativa diplomatica, fallimentare, come il fallimento in Siria. L’Onu si sta trasformando in super-agenzia umanitaria, lasciando la pace e la sicurezza in balia delle incognite dei giochi tra potenze. Non a caso quanto più cresce la Nato come sistema di sicurezza, tanto più decade l’Onu. Una traiettoria inesorabile praticata in Kosovo, in Libia e soprattutto nel 2003 in Iraq, quando ogni sforzo atlantico venne impiegato per degradare la capacità dell’Onu di trattare, mediare, impartire qualcosa di simile a una giustizia internazionale. È urgente riformare l’Organizzazione delle Nazioni unite e di restituirle credibilità, di dotarla dei mezzi per preservare la pace universale e proteggere la dignità umana. È urgente costruire un movimento consapevole che la guerra si ripudia con il disarmo, con la sostituzione della solidarietà e dell’eguaglianza alla competitività e alla disuguaglianza, levare il lievito della paura e mettere quello della tenerezza; che pace, diritti, giustizia sociale e ambientale sono inscindibili. Non siamo neutrali: stiamo dalla parte della martoriata popolazione ucraina. Ecco perché la prima cosa ovvia da fare è fermare la guerra. L’unica morale in tempi di guerra è salvare vite, risparmiare lutti e stragi, evitare morti. Da qui la necessità inderogabile di una cultura della pace. Occorre ripensare, costruire un possibile mondo di Pace multipolare e multiculturale. Se vuoi fermare la guerra e affermare la Pace devi armare le coscienze, avere una visione di futuro, investire nel progresso sociale, nell’eguaglianza dei diritti e delle possibilità. Una strada lunga ma obbligata. Dobbiamo scegliere la via del disarmo, di una nuova funzione degli organismi internazionali affinché imparino a lavorare con la diplomazia e la politica, senza le armi e contro le armi. “La pace più svantaggiosa è preferibile alla guerra più legittima “ (Erasmo Da Rotterdam).