TEMPI PRESENTI. Settembre 2024

Tutti ci troviamo a fare i conti con una impotenza che paralizza, e si traduce in mancanza di speranza. Abbiamo una grande difficoltà a dire, a capire che cosa sta succedendo nel mondo: guerra, armamenti e armi, immigrazione, crisi climatica, ecc., sembrano una montagna che giorno dopo giorno diventa sempre più alta. Alla fine resta un mistero di individualità smarrite nella rete dove si diffonde cinismo e nichilismo: gli immigrati che se ne stiano a casa loro, la guerra è altrui… che se la sbrighino russi e ucraini, israeliani e arabi, domani forse cinesi e americani, purché lontano da casa. In realtà stiamo ballando sull’orlo del vulcano. Siamo nell’era della proliferazione delle armi di distruzione di massa, non solo nucleari. Perché credere che c’è sicurezza solo con una spesa militare ancora più alta, con un numero ancora maggiore di carri armati, con un maggiore di testate nucleari. Ci vuole un formidabile atto di fede per convincersi che migliaia di bombe atomiche in possesso di attori sempre più imprevedibili e numerosi – lanciati da vettori ipersonici capaci di colpire il bersaglio in pochi minuti e rendere inabitabili interi continenti – siano prodotte solo per i rispettivi magazzini. Quanto all’Italia, la robusta presenza militare americana, con basi essenziali per combattere nell’Euromediterraneo e depositi di bombe atomiche, ci rendono potenza nucleare passiva, cioè bersaglio. In realtà la guerra giova solo ai mercanti di armi e la sicurezza non raddoppia se si raddoppiano le spese militari e le armi. Non si dimezza se si dimezzano le spese e le armi. Aumenterà se i due avversari imparano a guardarsi a vicenda. È così che possiamo imparare di nuovo come fare la pace. Il pacifismo resta un valore assieme alla creatività dello sforzo nonviolento. Ha scritto, nel novembre 1983, Natalia Ginzburg: “L’idea che la pace debba essere armata e difesa con le armi è una idea totalmente falsa: la pace vera non può che essere disarmata, la pace vera ha in odio le armi e un simile odio essa lo pone al di sopra di tutto. Quello per cui l’Italia dovrebbe battersi è il disarmo unilaterale”.

Un problema che non riguarda solo l’Italia ma l’intera Europa somma incoerente di politiche nazionali e di complessiva dipendenza dalla Nato. Così i paesi dell’Unione in vario modo partecipano alla guerra fornendo armi, finanziamenti, consiglieri, complicità. La possibilità di costruire una Europa autonoma e democratica passa innanzitutto attraverso la vittoria della pace, cioè della consapevolezza che una nuova civiltà va costruita, magari ritornando all’originario Il Manifesto di Ventontene – molto esaltato a chiacchiere e poco letto – per l’unità europea. Quel testo auspicava una Europa di democrazia socialista e cioè di libertà solidale e di giustizia sociale, in una economia di primato dell’interesse pubblico e di cooperazione tra proprietà pubblica e iniziativa privata. Al contrario l’Europa che i suoi trattati costituiscono (da Roma a Maastricht) si ispira al liberismo economico, rafforza relativamente (a Lisbona) i diritti civili ma sottovaluta o ignora i diritti sociali. Costruisce una moneta comune ma senza uno Stato che vi corrisponda. E nella politica estera e di sicurezza mantiene le sovranità nazionali e la subalternità al patto atlantico. L’onda nera, con la sua avanzata di nazionalismo e autoritarismo, e l’euroindifferenza sono i due più macroscopici prodotti di una Unione europea socialmente debole, politicamente impotente e finanziariamente implacabile. Popolari, socialisti e liberali europei, quasi la totalità delle maggioranze che governano i Paesi dell’Unione europea e la maggioranza dell’attuale Europarlamento, hanno deciso di investire principalmente su due direttrici in materia di immigrazione e diritto d’asilo: esternalizzazione delle frontiere e detenzione amministrativa come strumento ordinario di gestione dei flussi migratori. Unite alla teoria della “deterrenza”, alla base delle strategie migratorie del governo Meloni, che funziona così: rendo sempre più difficile e costoso raggiungere l’Italia, – finanziando i regimi nordafricani, ostacolando il soccorso in mare o mandando le persone in Albania – affinché sia sempre meno conveniente partire. Misure che rappresentano altrettanti colpi assestati a quella solidarietà che fu tra i principi fondativi dell’Unione europea. Ursula von der Leyen, rieletta alla Commissione europea, ha promesso di blindare ulteriormente le frontiere dell’Unione europea, triplicando l’organico di Frontex (agenzia europea per il controllo delle frontiere), dotandolo di più moderne tecnologie, in particolare l’acquisto di droni. Ricordiamo che in passato Frontex ha dovuto rispondere all’accusa di aver deliberatamente ignorato i respingimenti di migranti effettuati dalla Guardia costiera greca.

Aver scelto così di competere sul terreno del razzismo e della riduzione dei diritti con Orban, Le Pen, Salvini e Meloni, cioè con i conservatori e l’estrema destra, da parte di coloro che dichiarano di voler arginare, rappresenta un regalo ingiustificato ad una cultura che è diventata egemone al di là di ogni nesso con la realtà. Purtroppo ogni naufragio rappresenta un fallimento collettivo, un segno tangibile dell’incapacità degli Stati europei di proteggere le persone più vulnerabili. Allo stesso tempo è doveroso sottolineare che le migrazioni creano conflitto, non perché ci invadono, ma perché sovvertono l’ordine dei privilegi, del genere e della classe che si regge sui confini. Abbiamo imparato che con i libri e la poesia, forse ancor meno con i film e la pittura, non si cambia il mondo, ma possono aprire occhi e coscienza su ciò che si preferirebbe ignorare. A non accettare il mondo così come ci si presenta ma a cercare, scegliendo meglio il nostro posto, di cambiarlo in meglio, per quanto può esserci, faticosamente, possibile. Per questo concludiamo con una bellissima poesia, parole che curano, parole che liberano, o quantomeno parole che creano un varco, di Mahmūd Darwīsh (13 marzo 1941, Al-Birwa – 9 agosto 2008, Houston, Texas, Stati Uniti), testimone di pace, tra i massimi poeti del mondo arabo, con i suoi canti permette di sentire i fiori e l’incenso, portavoce di tutte le vittime di guerra, che la subiscono senza né averla voluta, né averla provocata (copyright Giuseppe Moscati). Darwìsh scrittore, saggista e giornalista palestinese cui spesso è stato inibito di recitare in pubblico, ha cantato “la sua vicissitudine di uomo, la gioia e il dolore, le speranze e le delusioni, l’amore e la rabbia, la cultura araba e l’impegno per la causa palestinese, lo sradicamento e la nostalgia per la terra natale, la pace e anche più lo stato di guerra, e insomma la vita e la morte, quella che gli uomini si infliggono tra loro, senza esserne mai davvero stanchi, sembrerebbe, e quella dispensata invece, più o meno giustamente ma centro incontrastabilmente, dalla natura e dal tempo” (Roberto Galaverni). “Pensa agli altri” – “Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri, / non dimenticare il cibo delle colombe. / Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri, / non dimenticare coloro che chiedono la pace. / Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri, / coloro che mungono le nuvole. / Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri, / non dimenticare i popoli delle tende. / Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri, / coloro che non trovano un posto dove dormire. / Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri, / coloro che hanno perso il diritto di esprimersi. / Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso, / e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio”.

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