TEMPI PRESENTI: LUGLIO 2025

Era il 26 febbraio 2025, quando il video “La paura è finita, è arrivata Trump Gaza”, creato dall’Intelligenza artificiale, ha fatto il giro del mondo, diffuso dal presidente degli Stati uniti sui suoi profili social ufficiali, che mostra la striscia di terra palestinese come una riviera mediorientale riedificata secondo i canoni del turismo esotico, in cui le odalische danzano, Trump e Netanyahu si rilassano a bordo piscina, Elon Musk lancia una pioggia di banconote americane e i nativi servono cocktail ai padroni bianchi. “Grazie alle nuove tecnologie di visualizzazione, la realtà delle centinaia di persone che ogni giorno muoiono a Gaza per le bombe israeliane, le malattie e la fame è sostituita dalla rappresentazione di un futuro dorato. Un futuro che nasce dal progetto colonialista, razzista e classista di annientamento di una popolazione intera” (M. Maneri, G. Serughetti). Al recente G7 il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto: “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi in Iran”. Come a Gaza, verrebbe da aggiungere. Dovrebbe far riflettere il paradosso per cui per difendersi da un escalation nucleare un paese che possiede la bomba atomica ne attacca uno che non la possiede, con il sostegno dell’unico paese che l’ha usata. È doloroso che, ottant’anni dalla Shoah, quello che si proclama come “Stato ebraico” stia facendo il “lavoro sporco” per un governo tedesco. Solo che non è affatto vero che Israele fa il lavoro sporco per tutti. Netanyahu fa il lavoro sporco esclusivamente per sé stesso, del tutto indifferente alle conseguenze delle sue azioni sugli altri, amici o nemici che siano, sul destino della regione mediorientale e più in generale della pace nel mondo. “Qualunque sia il suo governo, quali che siano le sue azioni, Israele è comunque sempre preventivamente assolto” (Marco Bascetta). L’impaccio con il quale politici e media esitano ad applicare al governo Netanyahu le stesse categorie di lettura della politica, della legge e della guerra, che usiamo per qualunque altro stato (così come le differenze di reazione dei mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro Vladmir Putin e Netanyhau), ci pongono una domanda: perché mai Netanyahu dovrebbe fermarsi, dal momento che fino ad oggi non ha incontrato reali ostacoli? Il “nuovo antisemitismo”, attribuito in blocco ai musulmani e a coloro che li difendono o criticano Israele, offre la possibilità di assolvere le destre radicali, in Europa come negli Stati uniti, il loro odio verso gli ebrei, passato e presente. E di trovare con loro un accordo sulla denuncia dei “veri” nemici comuni. Favorisce l’indifferenza verso la sofferenza palestinese e spinge a negare la realtà del genocidio. 

Ha scritto Andrea Fabozzi: “Sono passati ottanta anni dal 1945, l’ultimo anno di guerra, l’anno in cui il mondo pensò di risvegliarsi alla pace e di addormentare gli incubi. Potrebbero esserne passati ottocento per come il panorama di speranze si è rivoltato, le immagini di quei momenti storici si sono rinsecchite. Eppure quelle donne e quegli uomini che avevano visto il fondo della storia si erano faticosamente messi in cammino verso un futuro migliore erano i nostri padri e le nostre madri, nonni o bisnonni. Tre generazioni dopo, l’umanità ha voltato la testa e marcia sicura verso il disastro. Sospinta da un modello economico che produce fame e guerre e trascinando con sé la vita stessa sul pianeta”. Quelli che stiamo attraversando sono tempi infelici e di morte. Un mondo che calpesta i diritti e i principi che un tempo considerava sacri, ripudia ogni senso di dignità e premia violenza, menzogna crudeltà e servilismo. Dalle dichiarazioni di Trump sulla conquista militare di Panama e Groenlandia, alla dinamite piazzata da Israele sotto i pilastri della legalità internazionale, emerge con nitidezza come lo smantellamento violento dell’ordine internazionale non riguarda solo il revisionismo russo o l’ambizione egemonica cinese. Gli scenari di guerra ci sono sempre più vicini. Il futuro sembra essere destinato ad essere governato dalla legge della forza, piuttosto che dalla forza della legge. Le organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, rischiano di diventare sempre più marginali e inefficaci. I Paesi più “deboli” saranno costretti ad accettare questa giungla globale o a preparasi a subirne le nefaste conseguenze. La nostra è la sofferenza di tutti coloro che assistono impotenti alla barbarie, una condizione umana diffusa dopo la distruzione in diretta di Gaza, dove per passare da un’operazione di trasferimento fallita a una pulizia etnica sanguinosa, per arrivare a un disastro ancora più grave, non serve un piano sofisticato. Basta il silenzio. Allora non dobbiamo e non passiamo tacere. Non basta più la parola “guerra” cui contrapporre semplicemente la parola “pace”, issata come una lacerata bandiera bianca. La prima si autoalimenta in una sorta di orgia di distruzione intrecciata alla tortura dei corpi inermi, in un crescendo di crudeltà. Nella seconda il nostro ordinamento (democratico?) si contamina oltremisura con la logica bellica. Come sostiene Anna Bravo, smontare l’dea malsana che quando c’è guerra c’è storia, quando c’è pace no, o non a pieno titolo; come se la pace fosse un dono della fortuna o un vuoto fra una guerra e l’altra, mentre è il frutto di un lavoro umano, è quel lavorio stesso.

Non dobbiamo e non possiamo tacere, e lo facciamo con le parole di Ali Rashid, per decenni uno dei principali punti di riferimento della causa palestinese in Italia, per molti anni è stato il Primo Segretario della Delegazione generale palestinese. Nato in Giordania nel 1953 da genitori originari di Gerusalemme, Rashid ha dedicato la vita alla lotta per i diritti del popolo palestinese e degli oppressi di tutto il mondo. Come Associazione italia-Nicaragua lo avevamo conosciuto negli anni novanta, tramite il Centro Comunitario di Celleno, quando risiedeva ad Orvieto. Lo abbiamo avuto come relatore in diverse nostre iniziative, una per tutte la conferenza del 1 marzo 1997 a Viterbo: “La Pace in Palestina”. Il suo cuore malato si è fermato il 14 maggio di quest’anno, dopo una vita fatta di esilio e dolore. Ora ai palestinesi non resta neppure Ali Rashid. Dalla voce pacata, sommessa che però pretendeva l’ascolto e l’otteneva, anche dai nemici. Contro ogni sopraffazione è stato un costruttore tenace quanto inascoltato di pace. Addio Ali. “Eppure una volta eravamo tutti fratelli e abbiamo provato la ricchezza e i vantaggi della convivenza e del rispetto reciproco. Ci stiamo trasformando tutti in vittime e carnefici per la gabbia del finto stato nazionale con confini discriminatori sempre più stretti e selettivi in nome di fasulle razze e convenienze, di banali appartenenze e schieramenti. La ragione, l’umanità, la vita ci supplicano a dire no alla guerra! Non siamo condannati a farci a pezzi rassicurando tutti per un proprio futuro. Non dobbiamo discriminare i vivi e i morti”.

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