“Chilenos: 11 settembre 1973” – Claudio Fava

(Tratto da “I SICILIANI – L’UNITÀ” del gennaio 1995)
Questo viaggio in Cile si snoda fra passato e presente, fra memoria e cronaca. La memoria di quel giorno violento, l’11 settembre 1973, il golpe di Pinochet contro il presidente Salvator Allende, la repressione contro il popolo cileno, le deportazioni, l’esilio, la morte. Accanto, la cronaca di questo tempo: ciò che è sopravvissuto di quella stagione nel cuore della gente…”
Il primo pensiero di Carlos, quando apre gli occhi, è che quella voce non proviene dalla sua radio. Non ci sono radio a casa sua. Non ci sono televisori. Non è rimasto molto, in quella casa. Lui, la sua donna ed un bagaglio, già pronto per andarsene via dal Cile. È la radio dei vicini, ma la parete è sottile, un velo di gesso, e la voce dello speaker piove anche nella sua stanza, sul suo letto.
Carlos cerca la sveglia, sono le sette del mattino. Partirà stasera, ha un biglietto per New York. Solo, quella voce alla radio, quel tono ansimante, affrettato che racconta di militari e di sovversivi e di qualcosa che sta per accadere alla Moneda. La patria, dice a un tratto lo speaker, Carlos si alza, schiude le imposte. Fuori c’è un mattino lattiginoso su strade deserte. A Santiago la vita è come spenta. Adesso la radio parla del presidente Allende. Carlos accosta l’orecchio alla parte: Allende, dice un tipo con la voce dura, Allende non se ne vuole andare , dovremo bombardare la Moneda. Bombardare. Carlos adesso è sveglio, cerca i suoi vestiti, il suo biglietto, il passaporto. Sente i vicini aprono la finestra, si avvicina alle imposte, li vede appendere un drappo colorato. La Bandiera cilena. Vuol dire che loro stanno con i militari. I passaporto, pensa Carlos. Il biglietto. La radio adesso schiuma parole, il tono s’è alzato, cominciano i primi comunicati. La giunta militare, dice lo speaker, ecco, ecco il biglietto, chiunque resisterà all’arresto verrà fucilato sul posto, a che ora parte, maledizione?, sul posto e senza processo, dov’è il passaporto, chiunque abbia notizia di profughi politici di altre nazioni dovrà denunciarli immediatamente. L’ha trovato. Passaporto uruguayano. Si ferma, aspetta: lo speaker ha cominciato a leggere i nomi degli stranieri a cui bisogna dare la caccia. Sente il suo nome: Carlos Valera, giornalista. Ha un sorriso muto dentro lo stomaco. Non sapevo di valere tanto, pensa. Poi pensa che non ha più molto tempo. I vicini hanno spento la radio, li sente avvolti in un mormorio ostile. Fuori ormai c’è il sole. Adesso dovrà svegliare sua moglie.
Prendo la corriera dall’Alameda. Attraversiamo una pianura di salici e margherite. Poi il mare. Chiedo di Isla Negra, mi fanno scendere davanti alla posta del villaggio. La casa di Neruda è a cento metri, un sentiero di sassi che declina verso l’oceano; bella e oscena, una prua di legno e mattoni protesa sul mare, pietre e spigoli rotondi come le donne del suo Canto General. Il letto è in cima, una stanza aperta sull’oceano; sul comodino, un cannocchiale.
Su una mensola, la sua collezione di bicchieri colorati. Diceva: ogni colore, un sapore.
L’undici settembre del ’73 Neruda entrò nella morte.
Ascoltò alla radio le parole feroci dei militari.
Ascoltò l’ultimo discorso alla nazione del suo amicoSalvador Allende. Poi seppe che per il Cile era finita e decise che era tempo di andarsene.
La sua agonia durò dodici giorni.
A Santiago, i militari già lucidavano gli scarponi. Aspettiamo che muoia, erano gli ordini. Dopo il funerale sarebbero andati a casa del Poeta, a casa del comunista Neruda, per uccidere le sue cose.
Isabel non vuole andare via. L’aviazione ha cominciato a mitragliare il palazzo presidenziale alle undici esatte, appena è scaduto l’ultimatum, e adesso l’aria è ferita dal sibilo dei caccia che schizzano a bassa quota sul tetto della Moneda. Quel fischio lacerante fa più paura delle bombe. Eppure Isabel non ha paura. Se non fosse per suo padre: gli ha letto la morte negli occhi quando lo ha visto ad una finestra del suo studio, con il mitra puntato contro il cielo e l’elmetto d’acciaio in testa. Ha capito che non è solo un colpo di stato. La piazza è un recinto pieno d’acciaio, le autoblindo di Pinochet, i suoi carri armati, le sue mitragliatici. Non aspettano più: sparano.
Suo padre sta trattando con i golpisti, chiee una tregua di cinque minuti per far uscire dal palazzo la figlia e le altre donne che sono rimaste con lui. Cinque minuti, gli fa sapere Pinochet, poi ricominciano a bombardare. Isabel non vuole andarsene, la trascinano via. Con il Presidente restano quarantanove uomini. La sua guardia del corpo, i ragazzi del Mir, due ministri, un fotografo, tre medici. Dicono: Presidente, stanno per bombardare Radio Magallanes, l’ultima antenna rimasta fedele l governo. Arturo Jiron, il ministro della sanità gli porta carta e penna. Gli dice: lancia un appello, arriveranno in migliaia a difendere la Moneda. Salvador Allende gli fa di no con gli occhi. Troppi morti, pensa. Ce ne andiamo da soli, dice. Poi gli portano i microfoni per parlare al Cile per l’ultima volta.
Su un’asse di legno, nel giardino di Neruda, qualcuno a inciso tre parole: no hay olvido, non dimenticheremo.
La sabbia è bruna come il corallo. L’oceano le muore sopra senza fretta, come se fosse già sazio. Penso ai soldati, a quando vennero a saccheggiare. Immagino la crudeltà ottusa dei loro scarponi chiodati mandati a calpestare questo mare, a trafiggere questi colori, a distruggere i vetri colorati di Neruda, i suoi giocattoli di pezza, le sue pagine, le sue parole, le sue conchiglie.
Chissà i loro pensieri, dietro quelle baionette.
Era un uomo felice il Maestro.
Un peccato in più per i macellai di Pinochet.

Il ministro Manuel Enriquez dice che no, non sarebbe salito più si quella bilancia. Anche gli altri dicono di no con la testa. L’hanno capito, è un trucco degli aguzzini. Hanno lasciato apposta una bilancia accanto ai loro pagliericci, vogliono farli a pezzi psicologicamente: pesarsi e scoprire che in quel maledetto lager la vita se ne va assieme ai chili, giorno dopo giorno. Il ministro Enriquez faceva il medico prima che Allende lo chiamasse a governare con lui. Venti chili, dice, sono troppi. Venti chili in due settimane. Ci hanno tolto il potassio, dice, così dobbiamo pisciare ogni cinque minuti. Non vogliono nemmeno sprecare le pallottole, dice. Fuori c’è un vento che taglia la pelle. L’isola di Dawson, in fondo al mondo. Terra di pinguini e di prigionieri politici.
La cassetta comincia a girare, lo schermo della televisione si riempie di luce. Immagini nette, in bianco e nero. Il bombardamento della Moneda, girato e mai trasmesso dalla televisione cilena per vent’anni. Lo conservano alla Fondazione Allende, per chi è cresciuto in Cile con poca memoria nel cuore. Si vedono i caccia volare a bassa quota, un lungo istante di silenzio, poi una colonna di fumo denso che esplode da una finestra della Monada. La scena si ripete tre, quattro volte. Appare Pinochet. Lo intervistano, ha i baffi grigi e la faccia grigia di chi mente. Dovevamo farlo, dice. E il presidente Allende? Lui non se ne vuole andare. Gli abbiamo offerto per quattro volte un aereo, ha rifiutato. Pazienza.
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La voce di Allende arriva improvvisa e chiara. Il suo messaggio prima di uccidersi. Senti nelle sue parole la calma irreparabile della morte. Senti la dignità intatta, mai scalfita dai generali che lo hanno tradito. Senti il rispetto per la gente che non ha voluto chiamare al sacrificio e che ora saluta per l’ultima volta. “Si apriranno di nuovo i grandi viali per lasciar passare l’uomo, libero di costruire una strada migliore”. Parla senza durezza, senza rabbia. Dice, per chiudere: “La storia è nostra”. Ho un cerchio di pianto che mi afferra la gola. Sono passati ventun anni, penso, una vita. Me lo ripeto, uscendo nel sole d Santiago. Ma non serve. Il pianto resta dentro.
Non se lo ricordava più così. Così grande, così vuoto.
Lo stadio di Santiago l’aveva conosciuto solo una volta, perché gli avevano fatto fare un concerto, e traboccava di gente.
Adesso Victor Jara sente subito che è un’altra cosa.
Glielo dice la canna del fucile piantata fra le costole.
Glielo dice la faccia di quelli che sono arrivati prima di lui, ammassati in cima alla tribuna occidentale.
I volti tumefatti, gli occhi carichi di domande.
Lui, Victor, l’hanno preso all’università.
Con altri seicento studenti.
Dicono che sia spacciato, che per uno che cantava quelle canzoni non c’è scampo. Victor aspetta di capire, di vedere fin dove vogliono arrivare questi generali.
Lo capisce all’alba, dopo un sonno breve sui gradini di pietra dello stadio.
Durante la notte se ne sono portati via parecchi.
Li hanno ammassati al velodromo, poi hanno cominciato a mitragliarli. Poi sono venuti i pompieri per spazzare via con gli idranti le macchie di sangue. Si sono dimenticati di raccattare le scarpe. Qualcuno le ha contate: cinquattaquattro. Victor non ha tempo per altre domande. Vendono verso di lui, sono tanti, qualcuno è in uniforme, qualcuno. Hanno una faccia spigolosa e scarpe pesanti. Sbattono i piedi, come se cercassero il rumore. Adesso sono sopra di lui…
Torno alla Fondazione Allende.
Chiedo cifre e documenti. Mi mostrano i verbali delle sedute del Senato americano. Sul golpe e sui suoi padrini non ci sono mai stati segreti. Per esempio Nixon, nel ’71: “Non tollereremo a lungo il governo marxista di Allemde”. La Cia non si fa pregare
Tra il 1971 e il 1973, gli anni del governo di Allende, finanzia in nero le opposizioni e i circoli militari cileni con settanta milioni di dollari.
Anche l’Itt, la multinazionale dei telefoni che Allende voleva nazionalizzare, fa la propria parte.
E provvede alla paga per cinquantamila camionisti durante 47 giorni di sciopero che paralizzano il Cile nell’estate del ’73. Per far arrivare a Santiago il denaro non ci sono problemi: la valigia diplomatica dell’ambasciatore americano.
Altri numeri. Gli agenti infiltrati dalla Cia nel Cile alla vigilia del golpe: millecinquecento. I miliari di dollari fatturati dall’Itt ogni anno nel mondo: otto. Le radio finanziate dalla Cia nel Cile durante la presidenza Allende: quaranta. Gli ufficiali cileni addestrati a Panama dagli americani nel 1973: 257. Gli operai chiamati da Allende a far parte del suo governo: quattro. I cileni costretti all’esilio: un milioneeottocentomila. Un quinto della popolazione.
Infine mi mostrano una foto. È di due giorni prima, il generale Augusto Pinochet che saluta e sorride.
È ancora il capo delle forze armate, inamovibile, insindacabile. Ha appena nominato i nuovi generali del suo stato maggiore. L’ex capo della Dina, la polizia segreta cilena. L’ex responsabile dei tribunali militari. Il suo ex braccio destro durante la dittatura. Il giornale dice che il presidente Frei ha “accettato” le nomine del generalissimo.
Il funerale parte come un animale stanco, si trascina fra due ali di militari con il fucile ad altezza d’uomo.
Eppure. Eppure qualcosa accade, un verbo segreto che vola sulla città, attraversa le strade, scuote le persone e i pensieri. E allora, d’incanto, il funerale si anima, cresce, si gonfia di mani che salutano e di fazzoletti bianchi e di parole prima mormorate in fretta, poi dette, poi cantate, infine urlate in faccia ai militari, in faccia alle loro baionette, in faccia alle loro bocche mute. Il Cile saluta così Pablo Neruda, sulle note dell’Internazionale, dodici giorni dopo il golpe. L’ultimo saluto, l’ultima canzone prima del lungo inverno.

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