Nel precedente articolo sottolineavamo come l’attuale finanzcapitalismo (secondo la definizione di Gallino), avesse le sue radici nel liberismo degli anni ‘80; quando la Thatcher in Inghilterra, portava i conservatori alla vittoria con la prima campagna neoliberista dell’Occidente, ricoprendo tre mandati come Primo Ministro: 1979-1983, 1983-1987, 1987-1990. Si dimetteva nel 1990 in piena crisi del Golfo. Negli Usa Ronald Reagan veniva eletto presidente il 4 novembre 1980 e rieletto il 6 novembre 1984. Per lui il “male” era rappresentato dalla solidarietà e dall’egualitarismo, considerate espressioni dell’ideologia socialista. Consigliere economico di Ronald Reagan, del primo ministro Margaret Thatcher e del dittatore cileno Augusto Pinochet, era l’ultraliberista Milton Friedman figura di punta della Scuola neoliberista di Chicago. In Italia, la svolta liberista avveniva nel 1985, con il governo Craxi, preceduta dalla vertenza Fiat, la marcia dei quarantamila (14 ottobre 1980) e seguita dalla sconfitta nel referendum sulla scala mobile (10 giugno 1985); portava con sé il trionfo del conformismo consumista, del consenso spettacolare, del narcisismo egocentrico, dell’economia e della politica senza morale.
In questa situazione internazionale esplodeva improvvisa e inaspettata, (in quello considerato, da sempre, dagli Stati Uniti il “patio traseo”) la rivoluzione sandinista in Nicaragua. Era il tentativo di tenere insieme il dire e il fare, l’utopia e la pratica politica; il tentativo di sovvertire grammatiche politiche e modelli economici, gerarchie sociali e comportamenti civili. Una combinazione tra pensiero e iniziativa che nonostante limiti e anche errori si misurava orgogliosamente con una feroce guerra di aggressione. Una politica della vita che sapeva parlare alle vite. Per tutto questo, il sandinismo non era solo il governo rivoluzionario, ma era il tentativo di stimolare un pensiero poetico collettivo. Era il sogno che si sposava alla ragione. È stato un tentativo generoso anche se sconfitto.
Tornando al liberismo anni ‘80, lo scopo era quello di smantellare lo stato sociale europeo: le conquiste seguite alla seconda guerra mondiale, dei lavoratori, un benessere abbastanza diffuso), erano oggetto di una lunga crociata in nome della modernità e dell’efficienza. Le classi dominanti si erano mobilitate e avevano cominciato loro a condurre una lotta di classe per recuperare il terreno perduto. Si era puntato prima di tutto a contenere i salari, ovvero i redditi del lavoro dipendente, a reintrodurre condizioni di lavoro più rigide nelle fabbriche; a far salire nuovamente la quota dei profitti. In sostanza non era affatto venuta meno la lotta di classe. Semmai, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino aveva ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere. Iniziavano cos’ì trent’anni di assoluto dominio del liberismo, con la società capitalista che produceva disoccupazione e precarietà, non come fatto congiunturale ma come elemento strutturale. Dovrebbe essere evidente che il liberismo globale, ieri come oggi, è un programma politico di costruzione sociale di classe.
Com’è cambiato il mondo dai tempi della Thatcher e Ronald Reagan? Rispetto agli equilibri del potere finanziario tra ricchi e poveri non è cambiato granché: anche se il panorama politico si modifica di quando in quando, il 99% della popolazione è ancora alla mercé del restante 1%. Siamo ancora nel pieno della controrivoluzione iniziata da Reagan e dalla Thatcher, proseguita dai governi occidentali contro il movimento sindacale e il costituzionalismo democratico e sociale. Una pura e semplice rivoluzione reazionaria. Un’operazione da manuale di lotta di classe.
Su questa si è inserita la crisi, nata come finanziaria del 2010, trasformata in economica e sociale, diventa politica. Figlia dell’assenza di regole al movimento del capitale industriale (delocalizzazioni) e finanziario (speculazioni) e della socializzazione delle perdite dei privati (a cominciare dalle banche, alle quali gli Stati hanno regalato migliaia di euro). Così le agenzie di rating lavorano per la privatizzazione delle democrazie (i governi obbediscono alle loro decisioni), e le politiche adottate dai governi servono soltanto a drenare enormi ricchezze verso le oligarchie finanziarie. Questa crisi non è il sintomo del fallimento degli Stati, bensì l’effetto del fallimento del mercato, che gli Stati hanno provveduto a salvare. Nell’epoca del liberismo trionfante i governi cedono ai mercati finanziari la direzione della società accettando il neo-darwinismo competitivo globale. Le leggi dell’economia sono oggi presentate come naturali, oggettive e quindi imparziali; e soprattutto, vanno tutte nella stessa direzione, che è quella della competizione darwiniana. È preoccupante che politiche che fanno principalmente l’interesse dei pochi siano dette neutre e tecniche, mentre quelle che si propongono di fare l’interesse dei molti siano dette partigiane, non tecniche e quindi destituite di legittimità. Non solo, la violenza neoliberale si ammanta di un pesante corredo di giustificazione morale, di un supplemento morale non meno decisivo: “I licenziamenti per il bene dei giovani, l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne per il bene della parità, le tasse per il bene della nazione, il tutto all’interno del dispositivo del debito incardinato sull’etica della colpa” (Ida Dominijanni).
I paesi con problemi di bilancio, cresciuti negli ultimi due anni per salvare il settore finanziario, sono obbligati a risanare i conti tagliando le spese sociali, il che significa che quei tagli servono per pagare gli interessi agli investitori. Sono i mercati a commissionare popoli e democrazia, con la doppia guerra al lavoro e alla democrazia che è da sempre il segno della globalizzazione liberista. Pace, lavoro e democrazia sono incompatibili con il liberismo e con l’Europa liberista. Il tentativo, neanche tanto velato, da parte dei mercati è di sfruttare al meglio l’occasione della crisi economica per realizzare la “grande normalizzazione”, per riportare le lancette della storia a prima del 1929, per cancellare lo stato sociale e abrogare il compromesso tra capitale e lavoro. Non a caso, “la classe operaia italiana è livellata sotto il rullo compressore della reazione capitalistica” (Antonio Gramsci, 1921). Un’offensiva sopranazionale, senza precedenti, su scala europea; perché il terreno di scontro è l’intera Unione e non il singolo paese. Non abbiamo più a che fare solo con una piccola élite nazionale, ma con oligarchie transnazionali diffuse, interconnesse da interessi per nulla trasparenti.
Ha scritto Rossana Rossanda: “In verità il capitale è già oggi transnazionale (è la sua natura da sempre), mentre il lavoro è stretto nei perimetri nazionali. Il capitale svolazza, entra ed esce dall’Europa, mentre il lavoro ha la mobilità dei corpi, degli affetti, delle famiglie, della casa, del tessuto di relazioni di una vita – non si trasferisce in tempo reale per via informatica“.
Karl Marx diceva che il capitale aveva in sé i germi della sua propria distruzione, oggi forse direbbe che il capitalismo, in quanto sistema di sfruttamento creatore di plusvalore, lungi dall’autodistruggersi, si è rigenerato prendendo a prestito il volto invisibile del mercato, il suo corpo inafferrabile, la sua prodigiosa voracità. Neoliberista era l’ideologia dominante prima della crisi, neoliberista la risposta. È abbastanza incredibile che chi ha la responsabilità della crisi possa anche candidarsi a risolverla. Tuttavia la debolezza dell’alternativa in campo ha reso possibile questo incubo. L’Italia non rappresenta certo un’eccezione, con il governo Monti più subito per paura di un futuro peggiore che apprezzato, nella convinzione diffusa che ci sia poco da fare o che sia necessario a ricostruire un futuro. Così tanti si rallegrano che al posto di un faccendiere impresentabile sia venuto un onesto e distinto liberista. Onesto personalmente, s’intende. Non certo l’onesta sociale. Dopo il governo della volgarità populista, ecco quello dell’astuzia conservatrice. Cambia lo stile, è indubbio, ma non cambiano le finalità.
Persone garbate, distinte, ribadiscono che la crisi la devono pagare coloro che non l’hanno mai provocata: gli operai, i lavoratori dipendenti, gli studenti, il commercio al minuto, i precari, l’impresa artigiana, persino gli immigrati. Del resto Monti lo aveva detto, nel giorno in cui il suo governo si costituiva:la riforma Gelimini e la rivoluzione Marchionnesono le sue stelle polari. Così le manovre che sta realizzando sono esattamente quelle che Berlusconi aveva promesso nelle sue lettere d’intenti. Solo che andando avanti così, tra promesse e salassi, l’asino con troppi pesi sulla schiena finirà per schiantarsi. A cosa è servito stravolgere l’intero impianto dei diritti del lavoro senza che ciò crei un solo occupato in più? Che ce ne facciamo di tanta precarietà in entrata se non c’è un luogo in cui entrare? E perché rendere ancora più facile l’espulsione del lavoro, contestualmente all’allungamento dell’età lavorativa fino a 67-70 anni? La risposta è molto semplice: si voleva riconsegnare tutto il comando all’impresa; ed il posto di lavoro non è più un diritto ma un’arma caricata nelle mani del capitale. E di patrimoniale non se ne parla più.
Così come non si parla più di guerra e relativi costi. “Oggi, a causa della competizione globale, esasperata dalla crisi in corso, l’idea che sia possibile stare meglio tutti non agisce più; prevale quella che il meglio sia per alcuni a spese di altri. La costatazione che non siamo più animati dal sogno di stare tutti meglio, è un colpo mortale all’ideale dell’uguaglianza e alla politica dei diritti. E impone di riscoprire il discorso sull’uso della forza. C’è una violenza nelle cose e fra i viventi che prelude a un ritorno della legge del più forte: dobbiamo pensarci” (Luisa Muraro).
“Sulla scena del mondo oggi non vi è solo il primato assoluto del capitalismo, ma anche il ritorno di sciagure che si ritenevano appartenenti a un passato finito per sempre. Emergono alla luce del sole l’odio etnico, le guerre di religione, il nazionalismo militante e il localismo corporativo, questioni considerate appartenenti a un passato sepolto e di conseguenza ignorate dalla politica-progetto. E invece oggi la globalizzazione dei capitali, delle merci, dei lavori coesiste con il fondamentalismo etnico, religioso, nazionalistico e localistico, come se fossero entrambi effetto di ritrovate libertà. La società finanziara transnazionale ha il diritto di spostare capitali dall’America e dall’Europa prima in Cina e poi in Vietnam, se attratta da vantaggiose politiche verso gli investimenti internazionali. In parallelo sciiti e sunniti, serbi e albanesi, israeliani, palestinesi e cosi via hanno il diritto di farsi violenza. Sembra consentirlo un clima politico dove l’uso della forza è una libertà accessibile a tutti, dal ragazzo americano che spara sui compagni di scuola ai militanti talebani che stanno scacciando un altro esercito invasore. È sufficiente comprare le armi nel negozio dietro l’angolo per il ragazzo, sul mercato internazionale per i guerriglieri” (Rita di Leo).
Lottare contro questo capitalismo finanziario neoliberista si può e si deve. Ma perché di fronte alla catastrofe non si trova la forza di superare queste politiche neoliberali? Perché non emerge un discorso alternativo della sinistra europea? Si è introiettato, nelle forze di sinistra, il virus neoliberale; si è diffusa l’idea che, per dirla come la Thatcher, non ci sono alternative. Quando la politica è per definizione la ricerca di alternative: “Il mondo d’oggi può essere descritto agli uomini d’oggi solo a patto che lo si descriva come un mondo che può essere cambiato” (Bertold Brecht).
Il forum “Un’altra strada per l’Europa” (Bruxelles 28/06/2012), ha avanzato delle proposte sui limiti da porre al dominio della finanza e alle banche, e sugli interventi d’emergenza per i paesi colpiti dalla speculazione; così come Sbilanciamoci: “… Tagliamo pure la spesa pubblica, ma quella militare e non quella sociale, quella per le scuole private e non per l’istruzione pubblica, quella degli abusi delle convenzioni sanitarie con le megastrutture private e non della sanità pubblica, quella delle agevolazioni alle pensioni private e non quelle pubbliche (…) Il cambio di rotta consiste nel rovesciamento del paradigma neoliberista e dell’austerity che ci sta portando alla rovina. Le direttrici sono tre: la sostenibilità sociale e ambientale di un sistema economico di qualità; diritti di cittadinanza, del lavoro, del welfare degni di un paese civile; la conoscenza architrave di un sistema di istruzione e di formazione capace di far crescere il paese. Ma non c’è possibilità di fuoriuscita dalla crisi se non si ristabiliscono condizioni di uguaglianza e di giustizia economica e sociale: serve una redistribuzione della ricchezza dal 10% più agiato a favore del 90% della popolazione su cui ricade tutto il peso della crisi”. Si deve essere ecologisti, ma quindi anticapitalisti. Sostenitori di una supremazia del pubblico sull’economia, in modo da determinare l’indirizzo e la non dannosità per l’ambiente. Come dimostra la vicenda dell’Ilva di Taranto, non c’è dilemma fra lavoro e ambiente, c’è un sistema di proprietà, accettato da tutti, che distrugge l’uno o l’altro, o tutti e due.
Ha scritto Luisa Muraro: “Viviamo in un’epoca regressiva e difficile che, in qualche modo, assomiglia al seicento. Grandi catastrofi, carestie, guerre, ma anche, allora, la possibilità di porre le basi di una nuova modernità scientifica, politica e culturale. Il Seicento fu un secolo durissimo, di disordine ma inaugurale, la gente soffriva ma c’era gente che cercava un orientamento“. La solidarietà internazionale è un orientamento che richiedere di “combattere senza odiare, di disfare senza distruggere, lottare senza farsi distruggere” (Luisa Muraro). L’unica strada per uscire dalla logica del mors tua – vita mea e sostituirla con il vita tua – vita mea. Il nostro programma è quello di sempre: costruire libertà e uguaglianza nella solidarietà.
Tuscania, 21 settembre 2012. (Editoriale: “L’asino con troppi pesi” dal bollettino “Quelli che Solidarietà “N° 6 Novembre – Dicembre 2012)
A ROMA sabato 13 ottobre dalle ore 17:30 & domenica 14 “Incontro-Riunione” dei Circoli dell’Associazione Italia-Nicaragua in Via S. Tommaso D’Aquino n° 11a.




