NON PIÙ I POTENTI CONQUISTADORES

In questo tempo, di esacerbato narcisismo e di estremo culto dell’individualismo, tutto ciò che ci è straneo, e che pertanto dovrebbe risvegliare il fascino per il reciproco riconoscimento, più che mai viene visto come minaccioso. Voltiamo le spalle all’altro – l’immigrante, il povero, il nero, l’indigeno, la donna, l’omosessuale – nel tentativo di preservarci, dimenticandoci che in questo modo facciamo implodere la nostra stessa esistenza. Ci arrendiamo alla solitudine e all’egoismo, negando noi stessi” (Luiz Ruffato, scrittore brasiliano).

Non solo, assecondiamo quei perversi dispositivi del potere economico capitalista che organizzano la vita distinguendo vite che valgono da quelle che non valgono, vite degne di cura da quelle che non lo sono, vite degne di lutto da quelle indegne di lacrime; togliendo parola, ascolto e veridicità a coloro che non hanno potere. Nella attuale crisi, l’aria anti-immigrati, anti-rom, antisemita soffia forte in tutta l’Europa. È molto difficile far capire che i responsabili dei guai in cui siamo immersi non sono i disperati del mondo, ma chi comanda nel mondo e ha determinato tanta disperazione. La rappresentazione della politica italiana in era post-ideologica e post-guerra fredda ha manifestato una prepotente vocazione a portare a galla tutto il sentimento antisolidaristico, individualistico, antistatuale, antilegalitario che aveva represso nei decenni precedenti. Abbiamo saputo che col denaro si può comprare tutto: la giovinezza, il potere, la politica, la felicità, la legalità. Le aragoste e i senatori. È stato proprio così. Abbiamo anticipato e dilatato le peggiori tendenze della demagogia populista europea. Abbiamo prodotto la più ignobile e sfrontata delle classi dirigenti. Abbiamo pensato di far governare i furbi, sperando che usassero la loro furbizia anche a nostro vantaggio; è questo in sintesi il dna dell’intramontabile esperienza berlusconiana.

Ed adesso? Adesso sembriamo rassegnati a non trovare più chi metta in pratica gli ideali della solidarietà, dell’eguaglianza, di giustizia sociale, dell’abolizione definitiva dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Che cosa siamo diventati oggi, noi, gli europei prigionieri della crisi economica e finanziaria? Non più i potenti e invincibili conquistadores.  Nemmeno soltanto gli operai della Fiat o della Renaut. Somigliamo sempre di più ai colonizzati, costretti a fare i conti con un processo crescente di sottoproletarizzazione. La spinta fornita dalla flessibilità del lavoro, il nuovo moderno servaggio del nostro tempo, ha creato un esercito di precari, che ha sostituito l’esercito industriale di riserve di marxiana memoria. Il movimento operaio occidentale ha pagato lo scotto d’una troppo lunga, e colpevole, illusione di autosufficienza, nazionale e occidentale. Il conflitto di classe nei Paesi sviluppati si risolveva spesso in un compromesso alle spalle dei meno avanzati, in quanto ambedue gli antagonisti del Nord trovavano un punto di equilibrio nella redistribuzione del reddito a spese della rapina capitalistica e imperialista del Sud (visto, nella migliore delle ipotesi, come ricettore di cooperazione allo sviluppo, o come un mercato… “a buon mercato”), sulla quale il proletariato occidentale faceva in buona parte silenzio. 

Oggi, se osserviamo l’America Latina, le cose sono cambiate. Da quel continente giungono notizie di crescita economica, o almeno di forte tenuta, di riduzione della povertà e delle ingiustizie, di ampliamento delle classi medie, di rafforzamento delle istituzioni democratiche e di impegno per la sostenibilità dello sviluppo. Non a caso, nel 2014 si festeggiamo i dieci anni dell’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli ideata da Cuba e Venezuela in opposizione all’Accordo di libero commercio per le Americhe, di stampo neoliberista. Il problema è come si può ricostruire o costruire, attraverso quali passaggi – snodi – tappe, una critica agli esiti attuali del capitalismo, una soggettività politica antagonista, le forme comunitarie in cui un processo di liberazione dal lavoro (farne un soggetto invece che merce) e un nuovo modello di sviluppo e di relazioni umane tra popoli possono affermarsi. Come riuscire a fare avanzare, dentro l’oscuro presente che occupa questi nostro tempo, una sottile striscia di futuro. Questa striscia di futuro inevitabilmente rimanda alla solidarietà, all’eguaglianza, alla giustizia sociale; valori che fanno parte del dna dell’Associazione Italia-Nicaragua e di quella parte del nostro Paese che ancora non si rassegna ad assistere silente allo scempio della giustizia, dei diritti, della dignità delle persone, che pare essere il nuovo fondamento della nostra (“terza”) Repubblica.        

In questo continua a trovare il senso della nostra Associazione; l’orizzonte continua a restare grande e la mira a essere politica. Non siamo i sopravvissuti del secolo passato (quello che si è chiuso salutando l’ultimo negoziatore di pace e la voce della dignità nera che salvò la coscienza dei bianchi: Nelson Mandela), ma avamposti di un mondo a venire. Una direzione di marcia contro il pensiero unico ammantato di neutralità tecnica e per un nuovo umanesimo, in Italia come in Nicaragua, rivolto alle persone in carne ed ossa, alle loro sofferenze, alle loro speranze. Per questo la nostra solidarietà internazionale, di base e per la nuda vita, ed i nostri progetti hanno sempre dato un nome e un volto a chi non contava per nessuno. Per questo il problema di quanti sono i progetti, di quanto costano e di quanto durano, non è il principale, basta che hanno, oggi come ieri, quel volto che ci fa lottare, sperare e che sono strumenti per affrontare in modo inedito un neoliberismo che nel gorgo di questi ultimi 30 anni, pur in crisi profonda (e forse proprio per questo), sta esprimendo il peggio di sé stesso in termini di iniquità economiche, sociali, ambientali. Per questo fanno parte di quei gesti che si ostinano a rendere possibile l’impossibile.

 

Certo i nostri progetti e campagne in Nicaragua possono sembrare poco e forse lo sono. Eppure un aforisma ci può aiutare: “Nessuno ha mai commesso un errore più grande di colui che non ha fatto niente perché poteva fare troppo poco” (Edmund Burke, statista e filosofo irlandese, 1729-1797). Da qui l’invito al tesseramento: un piccolo e grande gesto insieme. Intanto, grazie di cuore per il vostro aiuto.

 

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