TEMPI PRESENTI (luglio 2019)

Il 19 luglio in Nicaragua si è celebrato il 40° anniversario della Rivoluzione popolare sandinista. Consigliamo la lettura dell’articolo 40/19 “Fsln dimostrazione di forza e sostegno popolare” https://www.peacelink.it//latina/a/46715.html(…)  Se qualcosa ha dimostrato questo quarantesimo anniversario della rivoluzione popolare sandinista – il trionfo di un popolo sulla dittatura sanguinaria dei Somoza – è stata la rinnovata capacità di convocazione e di mobilitazione del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln), a poco più di un anno dall’inizio della grave crisi politico-sociale che ha sconquassato il paese (…)

Il subcomandante Marcos agli inizi di questo millennio sosteneva che non ci sono più i due blocchi est/ovest ma c’è il sotto e il sopra, una massa di gente che vive “sotto” e preme per salire ma chi sta “sopra” si affanna a respingere. Ha scritto Imma Barbarossa: “La novità oggi sta nel senso comune deteriorato e deturpato soprattutto nei social: quelli che morivano in mare nella strage di Lampedusa suscitavano ancora una certa pur flebile commozione, oggi di loro si direbbe ‘’potevano rimanere a casa loro’’. La solidarietà internazionalista ha ceduto il posto al populismo reazionario, all’individualismo corporativo, alla difesa dai ‘’clandestini’’ che attentano alla ‘’nostra’’ sicurezza, alla nostra proprietà, secondo una sorta di americanismo straccione. Sono poveri, sono sporchi, sono colpevoli. La condizione diventa una colpa (…) La globalizzazione capitalista nella sua versione neoliberista, che ha impoverito il cosiddetto ceto medio, si è accartocciata nella vecchia ideologia dell’identità e dell’essere ‘’padroni a casa propria’’, per soddisfare i bisogni e le aspirazioni dei soli abitanti della ‘’casa’’, che adesso per legge possono sparare e anche uccidere chi attenta alla casetta, alla villetta, al negozio”.

Non è improprio parlare di “neorazzisti”, dove la frase “Io non sono razzista, ma…” ha perso il “non” e il “ma”, ed è diventata: “Io sono razzista, dunque…”. Una sorta di circolo vizioso tra razzismo di stato, istituzionale, e razzismo popolare, per cui uomini, donne, bambini e bambine che affrontano il rischio di morire e che se approdano vivono in condizioni di miseria e di emarginazione sono considerati invasori, aggressori, pericolosi.

Così siamo arrivati a definire i soccorritori “vice scafisti”, le navi umanitarie “taxi del mare”, i migranti “croceristi”. Di fatto si è consumato un processo di deumanizzazione delle persone migranti in un intervallo di tempo, che a guardarlo oggi, sembra incredibilmente ridotto. Una vera e propria barbarie razzista, figlia di una visuale delirante in cui l’Europa non smette di precipitare.

La scrittrice francese Flore Murard-Yovanovitch nel suo ultimo libro “L’abisso” (Stampa Alternativa) mette in risalto il “Fascismo di frontiera”dei paesi Europei, un controllo militare dei confini (fatto di respingimenti, di omissioni di soccorso, di campi di concentramento) la cui esistenza c’è largamente sconosciuta.

Parla di una “cecità totale” con cui l’Occidente sta affrontando il flusso migratorio a cui si è molto lontani da voler veramente porre rimedio. La cecità, così, crea fantasmi, invasori immaginari da combattere e paura. Questa paura del “diverso”, che ha invaso non solo l’Italia, ma un po’ tutto il mondo, è quella che ha permesso di realizzare la più grande operazione mediatica messa in atto alla svolta del secolo: scaricare su chi sta peggio di noi, nel nostro paese come nel modo intero, criminalizzandolo, la responsabilità del malessere e della miseria provocate da quell’1% che sta appropriandosi a passi da gigante delle vite e del pianeta (la “casa comune”) di tutti.

Una sorta di filo nero del razzismo che ha caratteristiche globali, da Trump a Bolsonaro, da Orban a Salvini, dove il “Noi” e il “Loro” è diventato l’argomento urticante e ansiogeno della narrazione che vuole polarizzare l’attenzione intorno al leader politico, mettendo a fuoco la figura del nemico esterno, ma anche interno. Il capo deve saper essere abile, furbo, tempestivo, capace di performance di ogni tipo. Tutto studiato a tavolino da esperti di comunicazione: formule comunicative, parole d’ordine, frecciate velenose contro l’obiettivo di turno. Finalizzato ad apparire come strenuo difensore delle ragioni del “popolo”, del “suo” popolo, e quindi a casa nostra, degli “italiani” in quanto popolo – “prima gli italiani” – dalle Alpi alla Sicilia. Così Salvini, più di ogni altro, più dell’ectoplasma Di Maio e dei suoi evanescenti deputati, svuota, giorno dopo giorno, la democrazia dai suoi contenuti e le istituzioni dal loro significato. Questo leghista ultrà diventato testa di cuoio, sta riducendo la società italiana a una curva di stadio, manichea e conformista. La xenofobia, il razzismo, l’esclusione identitaria su base nazionale hanno preso il posto dei valori enunciati nella nostra Costituzione. Quel che fa paura è il messaggio che viene trasmesso alle giovani generazioni, che dovrebbero essere educati alla sacralità della vita e dei diritti, ai valori della solidarietà e del cosmopolitismo.

Abbiamo dimenticato che i valori costituzionali sono risorti dalle ceneri di un’Europa dilaniata dagli orrori del nazismo. Ma la storia, c’è poco da fare, si ripete e già si vedono i complici dei nuovi orrori.

Certo la Lega di Salvini non è il fascismo squadrista, e per pensare che il passato si stia ripetendo identico bisogna essere un po’ miopi; ma per non vedere pezzi di quel passato nel nostro presente, bisogna essere proprio ciechi. Quindi, non è tanto il rischio che il passato torni a ripetersi nella medesima forma, ma  le analogie, reali o apparenti, con quella stagione rivelano qualcosa dell’abisso sul quale rischia di protendersi oggi la democrazia. Ci sono, in molti paesi, leader poco raccomandabili, arrivati al potere sull’onda di un voto popolare. Sarebbe ridicolo, oltre che controproducente, pensare di poterli esorcizzare paragonandoli al Duce e al Fuhrer; ma non può preoccupare una specie di coazione a ripetere involontaria, il riaffacciarsi di dinamiche, meccanismi che hanno portato al disastro la Germania di Weimar e con lei l’intera Europa. Gli incubi del passato scalciano nel futuro, ancora oggi.

La domanda centrale è se questo processo sia reversibile. è difficilissimo anche solo capire, mentre monta la canea razzista. Evidentemente ci troviamo nel pieno della crisi della solidarietà internazionalista, come scrive Imma Barbarossa, a iniziare da quella che era espressione del movimento operaio novecentesco, e riaffermare oggi le leggi universali della convivenza umana, contro le penose distinzioni istituzionali tra esseri umani legali ed essere umani illegali, è impresa sempre più ardua e difficile. Non solo, la difesa dei migranti non può essere ristretta nel solo campo dei bisogni primari; perché non esiste il diritto di non essere stuprati, di non morire di fame, ma il diritto di disporre del proprio corpo, di costruire un degno vivere.

Allora, occorre lavorare alla promozione di un vasto movimento di opposizione, di una controparte comune, per unificare le mille istanze che oggi si presentano in ordine sparso ai grandi appuntamenti del secolo. L’alternativa è quella di finire impallinati uno per uno, come lepri che corrono sole, zigzagando nella prateria sotto il fuoco dei cecchini.  

C’è da mettere in campo una nuova solidarietà umana universalista, costruttiva, edificata attraverso il sudore della fatica, le emozioni del cuore. Perché, com’è noto, nessuno si salva da solo. Perché nonostante tutto “C’è un’Italia civile che vuole salvare le vite. Che ritiene giusto soccorrere i naufraghi in pericolo di morte. Che ritiene giusto liberare le vittime innocenti imprigionate nei lager libici. Che ritiene giusto riconoscere il diritto d’asilo a chi è in fuga dalla guerra e dalla fame. C’è un’Italia civile che si oppone alle persecuzioni razziste ed alle scellerate misure contenute nel cosiddetto ‘’decreto sicurezza della razza’’. C’è un’Italia fedele alla Costituzione repubblicana e alla Dichiarazione universale dei diritti umani” (Peppe Sini).

Per questo sono più attuali che mai le parole di Ernesto Balducci: “Oggi i veri partigiani sono coloro che hanno deciso di dire di no, in tutti i modi, ai civilissimi nazisti del Duemila”.

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