TEMPI PRESENTI, maggio 2022.

Corre il sangue tra europei in guerra, sull’orlo di un conflitto atomico mondiale. Chi non rinuncia ad onorare la propria umana dignità non può che operare, con le parole e con gli atti, perché la carneficina cessi. Che non si uccida. Che tacciano le armi. Che non infuri un’ora di più la guerra. Solo si dica e si pretenda in nome della dignità di ciascuno. Perché siamo schierati con le vittime, le vittime di tutte le guerre, anche e soprattutto di quelle, ugualmente illegali, che il nostro governo ha condotto o a cui ha fornito armi nella scia altrui, in Iraq, in Libia, in Siria, nello Yemen. Ce ne accorgiamo soltanto ora perché questa volta le vittime sono collocate sotto i nostri occhi, sono europei come noi, difendono una Terra che riconosciamo come nostra; che non intendiamo abbandonare alla mercé di due potenze in declino che pur in conflitto tra loro, consolidano il proprio potere connivente in una casa europea che è anche nostra. Non si tratta di decidere “da che parte stare” tra aggrediti e aggressori, tra più deboli e più forti: si sta con gli aggrediti e i più deboli. La vittima merita solidarietà e va aiutata, anche se non necessariamente è buona e pura e non sempre i suoi sogni corrispondono alle nostre utopie. Gli ucraini definiscono fasciste le politiche russe; Putin sostiene di dover de-nazificare l’Ucraina. Fascisti contro nazisti, questa la reciproca rappresentazione tra le parti. Zelensky è un leader politico di conio assolutamente post-moderno: è progressista, è conservatore? È amico dei nazisti che allignano nel battaglione Azov o sta guidando una resistenza anti-fascista? È di destra, è di sinistra? Putin è alleato delle destre radicali di mezzo mondo, ma la sinistra pacifista viene definita “putiniana”. Una mappa illeggibile. Il punto allora è scegliere, consapevolmente, “come stare” con gli aggrediti. Con quali forme e quali mezzi, al fine di ridurre al minimo le sofferenze della popolazione e di avvicinare il più possibile la conclusione del conflitto. Fa parte dei dilemmi che lacerano di fronte a questa maledetta guerra. Mandare armi là dove ce ne sono già troppe non serve né all’uno né all’atro scopo. Significa gettare benzina su un fuoco che occorrerebbe invece spegnere prima possibile; alzare un livello di scontro che ci si dovrebbe sforzare di abbassare. Rischiare di allargare i confini di un conflitto che si dovrebbe invece limitare, finendo per coinvolgerci gli stessi che dovrebbero svolgere il ruolo di mediatori. “Aiutare il popolo ucraino aggredito” o “fare la guerra a Putin”, sono due cose in contraddizioni. La seconda opzione (combattere contro un nemico usando, peraltro i corpi degli altri) significa rendere lo scontro sempre più sanguinoso fino al rischio estremo. La prima implicherebbe compiere ogni possibile sforzo per favorire un negoziato accettabile per entrambe le parti in una prospettiva di pace onorevole. Il popolo ucraino ha diritto alla resistenza. Ma il diritto sopravviverà alla guerra se riuscirà a ripudiarla, non solo a sconfiggerla militarmente.

Intanto però la solidarietà o è armata o non è, e chi cerca alternative subisce l’accusa di collaborazionismo filorusso e di essere amico del macellaio. Si è usato il paragone con i partigiani per sostenere la linea dell’”armiamoli a casa loro”, utile solo a sopire i sensi di colpa per la propria passata e presente impotenza. È capitato, anche, di vedere vecchi post-fascisti tessere l’elogio di quei partigiani che fino a ieri indicavano come feroci infoibatori e che oggi, in quanto “armati”, diventano modello da imitare. Le difficoltà di un paragone storico fra tempi e contesti molto diversi. Allora, purtroppo, la guerra mondiale era da tempo scoppiata, per la lotta partigiana il grosso degli armamenti proveniva dallo scioglimento del regio esercito o veniva conquistato con colpi di mano. Quando gli alleati fornivano armi ai partigiani erano già in guerra con la Germania, e particolare non secondario, avevano già “gli stivali sul terreno”, in Italia, ed erano loro, non gli invasori tedeschi, che bombardavano le nostre città occupate col fine di far durare di meno la guerra. Come è stato scritto, il paragone regge solo se: pensiamo di essere già in guerra con la Russia; pensiamo di vincerla militarmente; pensiamo che l’invio di armi abbrevierà il conflitto anziché prolungarlo, incaricando gli ucraini di fare la guerra con le nostre armi per nostro conto. L’uso propagandistico della storia, giocato sulla cancellazione delle specificità di contesto e sull’eticizzazione simbolica di fatti tra loro diversi ricondotti a un unico, semplificato, effetto emotivo, non ci aiuta certo a resistere alla vertigine della guerra. Anzi. Non a caso l’ANPI, associazione partigiani, è sistematicamente al centro di continui e feroci attacchi per la sua scelta pacifista, in coerenza con lo statuto (articolo 7), dove si dice che gli organi dell’associazione sono tenuti a valorizzare la pace. Aver rimosso l’articolo 11 non è stata una buona scelta. Il principio costituzionale pacifista non è uno strumento obsoleto e l’articolo 11 non è una disposizione vigliacca. Perseguire con determinazione la via diplomatica e scartare, a priori, la guerra quale strumento di risoluzione delle controversie internazionali è l’unica soluzione realisticamente perseguibile. Ad avercelo insegnato è stata la generazione costituente. Forgiata dai valori della resistenza antifascista, umanamente provata dai flagelli di due guerre mondiali, atterrita dalla Shoah e da Hiroshima. Pensiamo alla compassione di tanti partigiani persino per il nemico: Lucia Ottobrini, partigiana, che faceva saltare i camion dei soldati nazisti ma diceva “anche il nemico è un uomo”, ricordava quei ragazzi che tornavano a casa cantando, e si è portata dentro la pena per tutta la vita, perché, come diceva Carla Capponi, partigiana, uccidere è un atto contro natura e ogni volta che lo fai uccidi un pezzetto di te. Dante Bartolini, partigiano, raccontava le epiche battaglie, le camoniette naziste date alle fiamme, ma non dimenticava che quelli che ci morivano chiusi dentro erano “povera gente”. Come tutti i partigiani, anche adesso in altre parti del mondo, sparavano e uccidevano, ma le vittime, persino i nemici, le vedevano e ne soffrivano. È a quella generazione che si deve la decisione di collocare il principio pacifista tra i pilastri portanti del nostro ordinamento democratico. Una lezione di civiltà, ma anche di realismo, che la Repubblica ha, oggi più che mai, il dovere di fare propria. Alcuni opinionisti, perorare la causa della Nato, ricorrono alla seconda parte dell’artico 11 della Costituzione: “l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Scordando di dirci che quando fu scritta la Costituzione, la Nato non c’era, ma esistevano invece le Nazioni Unite, cui i costituenti evidentemente si riferivano e che i fautori della Nato, una guerra dopo l’altra, hanno sistematicamente demolito. L’Onu l’organizzazione internazionale in grado di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”, è stato svuotato e annichilito, confinato al massimo nel ruolo umanitario di infermiere. Così resta solo la strada del riarmo e portare al 2% del PIL le spese militari: 38 miliardi di euro all’anno all’industria bellica. È necessario allora ricordare che mentre mancheranno risorse per la scuola, la sanità, la ricerca, il Sud, la manutenzione della città, i nostri governi spenderanno 104 milioni al giorno per poter uccidere essere umani in qualche angolo della terra, distruggere città, devastare territori, alterare il clima, creare insomma un mondo “migliore” per le prossime generazioni. Se vuoi ripudiare e abolire la guerra e costruire la pace non puoi aumentare le spese militari. Ricordiamo come Sandro Pertini, si batté per inserire la riduzione delle spese militari in Costituzione. Da presidente della Repubblica (nel messaggio di fine anno del 1978) disse: “Si svuotino gli arsenali, sorgente di morte, si riempiano i granai, sorgente di vita”.

I popoli non si proteggono aumentando la spesa militare. Si proteggono con la giustizia sociale, la cooperazione, la solidarietà internazionale. “Tutti parlano di pace ma nessuno educa alla pace. A questo mondo, si educa per la competizione, e la competizione è l’inizio di ogni guerra. Quando si educherà per la cooperazione e per offrirci l’un l’altro solidarietà, quel giorno si starà educando per la pace” (Maria Montessori). Intanto, nel bilancio del nostro governo, si stanzia solo lo 0,2% per le azioni di cooperazione internazionale allo sviluppo e le emergenze umanitarie. Ritornano anche le parole di Alber Einstein all’indomani della fallimentare conferenza sul disarmo del 1932 a Ginevra: “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”. È lo strumento della guerra ad essere un crimine contro l’umanità. La si può abolire solo con un salto di qualità della coscienza civile, con l’affermazione della cultura della pace, della convivenza civile, di una diversa visione del mondo e la formazione di classi dirigenti nuove per tempi nuovi di pace. Il punto è la necessità di uscire per sempre dalla logica della guerra, tessere la Pace e disarmare la Guerra: una strada in salita fatta di accordi, negoziati, messa al bando di armi distruttive (atomica in primis), ristabilendo la credibilità di forze di interposizione internazionali. Passi che richiedono una riforma dell’Onu, la fine del diritto di veto, l’allargamento del Consiglio di sicurezza. Una strada di saggezza che l’Italia aveva imboccato che ha poi accantonato. Senza partire dal ripudio delle guerre, senza costruire gli strumenti per prevenirle e senza esaminare con onestà gli errori del passato, resta solo un’autostrada dove al casello si paga col 2% della nostra ricchezza l’ennesima corsa agli armamenti: l’asfalto per il prossimo conflitto. La pace non è gratis, la pace si conquista con la lotta, con la lotta alla guerra, il pacifismo non è una passeggiata, e la pace, esattamente come la democrazia, bisogna costruirla, giorno per giorno, non ci viene regalata. È il prodotto di un lavoro paziente, intelligente e tenace, di lunga lena, che non vuol dire solo (si fa per dire) demilitarizzazione dei territori con la messa al bando delle organizzazioni militari (come la Nato) e dei loro strumenti di morte, ma anche, prioritariamente, costruzione di condizioni e relazioni umane non competitive, fondate sulla giustizia sociale ed ambientale. È questo, d’altra parte, il senso profondo che sottende l’art. 11 della nostra Carta fondamentale, il ripudio della guerra va costruito, perché pace non è, semplicemente, assenza di guerra. Il pacifismo non nasce oggi, è venuto alla ribalta già in occasione della prima guerra mondiale, e anche noi siamo stati protagonisti del grande movimento popolare degli anni ’80 che affollava le piazze europee di giovani armati dello slogan “per un’Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali”, (mai purtroppo diventato base della politica europea dopo la caduta del Muro), e poi cresciuto è diventato addirittura “Seconda potenza mondiale”, come ebbe a titolare la sua prima pagina il New York Times a commento delle manifestazioni mondiali che il 15 febbraio del 2003 si tennero contro la seconda guerra all’Irak. Il limite è che diventa pressoché impossibile fermare la guerra una volta che è iniziata. La guerra è sempre il sanguinoso sbocco di una pace fallita. Non ha caso quella in Ucraina si prospetta una guerra di lunga durata, come prevede  Biden; una guerra che  la Russia non può vincere e la NATO non può perdere  per il semplice fatto che gli Stati Uniti destinano ogni anno 663 miliardi di dollari alle spese militari e la Russia ne spende sessantuno. Mentre l’Europa è stata, finita, inchiodata al dilemma geopolitico del secolo e forse della nostra sopravvivenza: fare la guerra a Mosca senza entrare in guerra. Perciò la pace migliore non è il dopo-guerra, ma quella che crea le condizioni materiali, politiche e morali perché alla guerra non si arrivi. In caso di guerra però bisogna avere la capacità di pensare alla pace. Proprio quando il conflitto è più acuto e disperante bisogna avere la capacità, e  forse il coraggio, di descrivere scenari del tutto alternativi. Per esempio quello di una Europa pacifica capace di pensare se stessa “dall’Atlantico agli Urali”, come si diceva una volta. Quando Altiero Spinelli e Ernesto Rossi scrissero il loro famoso manifesto nel carcere di Ventotene disegnando una Europa “libera e unita”, prefigurando gli Stati uniti di Europa, era l’anno 1941. C’era in atto una orrenda guerra mondiale scatenata da Hitler e non era affatto chiaro chi l’avrebbe vinta. Oggi dovremmo avere almeno altrettanta potenza visionaria. O come Virginia Woolf nell’agosto del 1940, nel famoso scritto “Pensare la pace durante un raid aereo” “… La notte scorsa e quella precedente i tedeschi erano sopra la nostra casa. Adesso sono tornati. È un’esperienza strana, trovarsi sdraiati al buio ad ascoltare il volo di un calabrone che in ogni momento potrebbe pungerti fatalmente. È un rumore che interrompe il fluire calmo e continuo di un pensiero sulla pace; eppure un frastuono che costringe a concentrarsi sulla pace, molto più di una preghiera o di un inno nazionale. Finché non pensiamo la pace tanto intensamente da materializzarla, ci ritroveremo tutti – non solo questo singolo corpo in questo singolo letto ma milioni di corpi non ancora nati – in un’unica tenebra con il medesimo ronzio mortifero sopra la testa. Sforziamoci allora di pensare a come costruire l’unico rifugio antiaereo efficace mentre le mitragliatrici sulla collina sparano a raffica, i fari toccano le nuvole e di tanto in tanto cade una bomba, a volte vicino, altre lontano”. Sempre Virginia Woolf si interrogava su cosa si deve fare per prevenire la guerra, sottintendendo cosa possono fare le donne per contribuire a tale progetto. La risposta è questa: che si mettano a disposizione tre simboliche ghinee e si diano una al fondo per l’istruzione femminile, l’altra al fondo per garantire l’accesso delle donne alle libere professioni e l’ultima a un’associazione femminile pacifista chiamata “la società delle estranee”. Virginia lo diceva nel 1938, ma le donne sono ancora in attesa delle 3 ghinee. Perché è vero, sono gli uomini a subire l’attrazione della competitività e delle sfide, la virilità guerriera di cui parla Lea Melandri: “La guerra riporta un ordine sempre più minacciato: quello dei ruoli, considerati ancora “naturali” del maschio e della femmina, l’uomo in armi, le donne alla cura dei figli e della quotidianità minacciata”.

Transcultura Donna TRANSCULTURA DONNA

In conclusione vogliamo ricordare Edda Cicogna che nel mese di aprile ci ha lasciato. Come Associazione Italia-Nicaragua vogliamo ringraziarla per la forza e la passione che ha messo in tutte le sue numerose attività: insegnante, militante femminista, animatrice di attività culturali che valorizzassero la solidarietà concreta per la liberazione di tutti gli esseri umani. In particolare, con il Gruppo Transcultura Donna di Genova ha sostenuto la lotta delle donne del Nicaragua con forte spirito di reciprocità. Così sentiamo un dolore per la sua scomparsa, ma è un dolore sereno in quanto era la serenità che riusciva a trasmettere, non perché fosse serena, ma perché con lei sentivamo un’aria di famiglia, un linguaggio comune, un legame saldato dalle esperienze vissute insieme nella solidarietà con il popolo nicaraguense, che la distanza nel tempo, negli ultimi anni di difficoltà dell’Associazione Italia-Nicaragua, e nello spazio non ha minimamente scalfito. Non ce le siamo mai dette queste cose, salvo qualcosa durante la stesura del nostro libro “Nicaragua: noi donne, le invisibili”. Forse lo ha impedito e lasciato lì fra i non detti il pudore legato a un’idea di “politica” che sembra non ci sia più e che piaceva ad Edda: quella in cui le idee governano le emozioni perché sono a loro volta governate dalle passioni. Le passioni sono fatte di emozioni, ma hanno molto di più. Edda lo sapeva bene.

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