TEMPI PRESENTI. MAGGIO 2024

Il nostro è il tempo della complessità, ma le guerre l’hanno fatto diventare il tempo del caos, smarrendo qualsiasi ipotesi universale di convivenza. Innanzitutto due guerre insensate: l’aggressione criminale della Russia all’Ucraina e la guerra di Israele contro la popolazione palestinese di Gaza, in risposta alla terribile strage terrorista del 7 ottobre compiuta da Hamas. Due guerre accomunate dagli odi identitari, dal fatto che in entrambe sono difettati sia il diritto che la politica e dall’avallo penoso offerto, dal dibattito pubblico, al loro protrarsi come guerre senza fine, quali massacri di persone innocenti. Mentre l’Italia e l’Europa vanno a destra, quest’ultima non è riuscita a unire gli sforzi per la democrazia, (che è sempre frutto di un lungo cammino), e a difendersi dal ritorno dell’antisemitismo, del razzismo e della xenofobia, nonché dalla paura di tutto ciò che è “diverso”. La realtà è che noi amiamo i dittatori e le finte democrazie. Netanyahu è il leader che è stato più volte al Cremlino. Non ha messo sanzioni a Mosca né dato una pallottola a Zelenski. Gli alleati di Putin in Medio Oriente per tenere in piedi il siriano Assad, Hezbollah e pasdaran iraniani, sono nemici di Israele. Ma Putin non ha mai detto una parola contro i raid israeliani in Siria. In fondo Netanyahu “aiuta” Putin a tenere a bada alleati difficili e ognuno massacra chi vuole nel cortile di casa sua, che sia in Ucraina, a Gaza o al Cairo, mentre le monarchie assolute del Golfo stanno zitte e sperano di farla franca davanti alle stragi dei palestinesi. “Tre quarti dell’umanità non fa piega contro i massacratori. L’Europa intanto paga Al Sisi come paga Erdogan per tenersi i migranti e tutti e due sono amici di Putin. Mentre gli Stati uniti vendono armi a tutti, poi si vedrà chi resta in piedi. Di “collettivo” in questo Occidente ci sono solo i discorso ipocriti degli europei sulla democrazia e la nuova “economia di guerra”. Ma chi invade chi?” (Alberto Negri).

Così andiamo verso le elezioni europee in una situazione di guerra cui i paesi dell’Unione in vario modo partecipano fornendo armi, finanziamenti, consiglieri, complicità. Il “Manifesto” di Ventotene di Colorni, Spinelli e Rossi per l’unità europea aveva perfettamente previsto la involuzione nazionalistica dei gruppi dominanti di fronte alla possibile insoddisfazione popolare nel momento della crisi economica del dopoguerra per impedire il cammino di una Europa unificata secondo una democrazia progressista. Infatti, il tentativo di costruzione europea della metà del secolo scorso nasce inquinato dai nazionalismi dei vincitori e con un indirizzo opposto all’orientamento di quel “Manifesto” molto esaltato a chiacchiere e poco letto. Il testo di Ventotene auspicava una Europa di democrazia socialista e cioè di libertà solidale e di giustizia sociale, in una economia di primato dell’interesse pubblico e di cooperazione tra proprietà pubblica e iniziativa privata. A nostro modestissimo parere, alle prossime elezioni per il rinnovo del parlamento europeo, la questione fondamentale è la scelta tra pace e la guerra, ovvero tra la sopravvivenza e l’estensione dell’umanità. Occorre un vasto pronunciamento per rovesciare l’attuale politica dell’Unione Europea: razzista e bellicista, militarista e riarmista. Occorre che con lo strumento democratico del voto le popolazioni europee si oppongano alla guerra, al fascismo e al razzismo, per una politica di pace, di rispetto dei diritti umani, di nonviolenza. Occorre votare e scegliendo candidati contro la guerra, chi volendo la pace, prepara la pace. Quello che vediamo è un mondo dilaniato dai conflitti e dalle guerre dove confini, muri e filo spinato sono sistemi di disgregazione e esclusione usuali a cui tutti siamo ormai abituati.

Ed è forse proprio questo abitudine, questa incapacità sempre maggiore a indignarsi, a stupirsi e percepire il male per quello che è, frutto di una deriva apparentemente irredimibile di un disumanizzante capitalismo avanzato. Dietro l’asprezza di chi se la prende violentemente con gli ultimi (i desiderati pronti a farsi kapò, la cui speranza principale sembra quella di evitare di essere l’ultimo gradino della scala gerarchica), si annida il veleno di un sistema socio-economico che ha devastato ogni forma di potenziale umanità.  Ma, forse, ancora non tutto è perduto. Di fronte a questa deriva, ai meccanismi crudeli di un ingranaggio più grande di noi, che ci guarda dall’alto, torna a riproporsi la necessità di un risveglio della ragione. Pace, uguaglianza e diritti universali sono già stabiliti nella carta dell’Onu e nel nostro diritto internazionale. Ma le enunciazioni di principio non bastano. Ha scritto Luigi Ferrajoli, nella sua bellissima riflessione sul come dare vita a una Costituzione della Terra: “Si tratta, in breve di rifondare il patto di convivenza stipulato con la carta dell’Onu attraverso l’imposizione, nell’interesse di tutti, di rigidi limiti e vincoli costituzionali ai poteri selvaggi degli Stati sovrani e dei mercati globali: la messa al bando di tutte le armi non solo quelle nucleari ma anche di quelle convenzionali, a garanzia della pace e della sicurezza; la creazione di un demanio planetario che sottragga alla mercificazione e alla dissipazione i beni comuni della natura, come l’acqua potabile, i fiumi e i laghi, le grandi foreste e i grandi ghiacciai dalla cui tutela dipende la sopravvivenza del genere umano; l’istituzione di servizi sanitari e scolastici globali, a garanzia dei diritti alla salute e all’istruzione, finora inutilmente declamati in tante carte e convenzioni; un fisco globale progressivo, che ponga un freno all’accumulazione illimitata delle ricchezze e serva a finanziarie le istituzioni globali di garanzia”.

L’obiezione è che si tratta di pura utopia, di un sogno, che non potrà mai realizzarsi perché a ciò che di fatto accade non ci sono alternative. È il realismo volgare che naturalizza la realtà sociale – la politica, il diritto, l’economia – che invece è il frutto del nostro agire o della nostra inerzia. L’alternativa, al contrario, esiste sempre, e dipende dalla politica costruirla. Una politica che deve contribuire alla costruzione del senso della vita collettiva, per questo è necessario avere visioni del mondo da tradurre in un progetto strategico per il Paese. Un lavoro purtroppo che non fa più nessuno e che sarebbe fondamentale (ed efficace) tornare a fare, per ridare senso alla parola “politica”, una delle più consunte della società contemporanea. Quindi, riconoscere il carattere utopico (quell’utopia che non sta, ancora, da nessuna parte) è cercare di sperimentare ordini politici, economici e sociali, diversi da quelli attuali. Crediamo ancora, oggi come ieri, che si deve reagire con la solidarietà, con la forza dell’essere umani. È una questione di naturalezza di gesti, di semplice, banale, necessario flusso di umanità. Provarci è un dovere, un’emancipazione dall’odio e dalla diffidenza, perché l’utopia è una volta ancora, nelle nostre umani. Questo è più che mai il tempo di recuperare le utopie. Ricordando il principio di responsabilità verso il futuro: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra“ (Hans Jonas, filosofo tedesco di origine ebraica). Infine, sappiamo che: “Il mondo non si mantiene che per il fiato dei bambini. Il respiro dei bambini è un soffio delicato, ma indispensabile per tutta l’umanità, essendo la promessa sulla quale ciascuno di noi fonda le speranze in un futuro migliore”. Allora diamo il benvenuto ad EDOARDO. Il 5 aprile è nato felicissimo di stare tra le braccia della mamma Elena e del papà Dario. Al bellissimo nascituro, alla mamma, al papà e a Tonina e Vittorio che sono diventati nonni, il nostro abbraccio collettivo.

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