“IN MEMORIA DI CESARE CIACCI” – Giulio Vittorangeli

Quando queste poche righe verranno lette saranno quasi due anni da quando Cesare improvvisamente ci ha lasciato, privandoci del piacere di poterlo nuovamente incontrare.
Ancora mi fa rabbia e dolore la notizia inaspettata, della sua morte.
Ci ha imbrogliato perché aveva promesso, a molti di noi, che avrebbe continuato a lungo il suo impegno nell’Associazione Italia-Nicaragua.
Lo perdoniamo perché ci ha dato tanto.
Quanta memoria ci legava e ci lega tuttora.
Ricordo con infinito piacere il discorrere, fuori dalla “ufficialità” delle riunioni di Italia-Nicaragua;
la convivialità della tavola a Borgheretto/Castiglion d’Orchia, davanti al classico bicchiere di vin santo e gli ancor più classici “cantuccini”.
Aveva un humour naturale, da vero toscano, rubando alla vita quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presagio timore di perderla troppo presto.
Senza di lui se ne è andata una parte di noi, dell’Ass.ne Italia-Nicaragua, non tanto e non solo della nostra storia, ma del nostro difficile domani.
È per noi che piangiamo oggi.
Quando un essere umano scompare si porta via con sé un mondo che non è stato mai visto come l’aveva visto lui, e non bastano le parole di tutti i nostri dizionari per esprimere ciò che passa in un giorno nello spirito di un uomo.
La malattia, il bisogno, il dolore, la morte, entrano nella nostra vita in tanti modi.
È come muovere un caleidoscopio e vedere ogni volta un disegno nuovo.
Il limite può essere il luogo in cui tutti gli uomini si ritrovano simili e uniti.
E dal limite che viene la solidarietà.
Nel limite non c’è potere, quindi la mano viene tesa non per corrispondere al bisogno con un capitalismo compassionevole, ma per camminare insieme, per cercare la giustizia, per condividere ciò che si è.
Abituarci alle nostre fragilità, capire quanto sono comuni agli altri esseri umani, ci aiuta a vedere il punto di vista dell’altro e non esclude nessuno.
Chi non riconosce il proprio limite invece si esclude dall’umanità, dalla solidarietà con gli altri uomini.
I modelli di vita che fanno della fragilità un punto di forza sono quelli da cui viene la salvezza della società, perché nessuno, che non lo voglia, resta fuori.
I modelli che puntano sull’autosufficienza, l’antagonismo, il potere invece, sono destinati a pochi e per poco tempo.
Cesare, era un amico e un compagno, se questa antica parola che evoca una storia di solidarietà e di lotta si può ancora pronunciare senza arrossire, e temo che i giovani non immaginino cosa significhi per quelli della
mia generazione chiamare compagno una persona, davvero per noi ha significato la persona con cui si condivide il pane.
Come cantava Violeta Parra:
“Grazie alla vita che mi ha dato tanto:
mia ha dato il riso e mi ha dato il pianto;
così io distinguo la pena e la gioia,
i due elementi che fanno il mio canto,
che è il vostro canto, il mio proprio canto,
e il canto di tutti, il mio stesso canto.
Gracias a la vida que me ha dado tanto:
me ha dado la risa y me ha dado el llanto;
asì yo distingo dicha de quebranto,
los dos materiales que forman mi canto,
y el canto de ustedes, que es el mismo canto,
Y el canto de todos, que es mi proprio canto”.
Targa della Biblioteca in memoria di Cesare Ciacci
Dunque grazie alla vita che ci ha fatto incontrare Cesare.
Senza di lui il mondo sarebbe stato più disperato o più grigio.
Inaugurazione della Biblioteca “Cesare Ciacci”

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