Tesi per spiegare la morte di un bambino.

“(…) Questo bambino è morto anche di me e di te / che intrichiamo i nostri piedi in carte e discorsi / quando bisognava correre a pugnalare la sua morte. / Ora che ci è scappato dalle mani / come un piccolo insetto meraviglioso / che sfugge irrimediabilmente / aiutami a riaggiustarmi nel mondo
perché la morte di un solo bambino / è una condizione / terribilmente sufficiente / e urgentemente necessaria / a riaggiustare il mondo. / Bisogna allora accomodare viti / e rimuovere molle / e rovesciare strutture / e indicare colpevoli / con nome e cognome e conto bancario. / Aiutami perché ho paura di odiare / non mi importa dell’amore / se muore un bambino”. (di Mariana Yonusg Blanco, nata a Caracas in Venezuela & combattente nella guerra di liberazione in Nicaragua, dal libro di poesie “Io nasco donna e basta”, 1992 – La Piccola Editrice Via Roma n° 5, 01020 Celleno VT).Foto 1Ci sono foto decisive, che rimangono nella memoria. Il miliziano della guerra civile spagnola di Robert Capa; il bambino nel ghetto di Varsavia del 1943 con berretto a visiera, cappotto corto, calze al ginocchio, che solleva le mani mentre un soldato tedesco gli punta alle spalle un fucile automatico; il vietcong giustiziato e i bambini vietnamiti in lacrime, una di loro completamente nuda con la pelle divorata dal napalm, che fuggono dall’attacco dell’esercito statunitense; il ragazzo davanti ai carri armati di Tienanmen; la soldatessa americana Lynndie England mentre nel 2004, nella prigione-lager di Abu Ghraib, trascina al guinzaglio il corpo di un prigioniero iracheno, oscenamente deumanizzato. Senza voler fare classifiche, la piccola salma di Aylan Kurdi (bambino siriano di 3 anni, affogato durante il tentativo di raggiungere Kos in Grecia), sulla spiaggia turca di Bodrum, entrerà in questa galleria o sarà presto dimenticato, sostituito.
La foto del bambino che il mare ha ingoiato e poi rigettato sulla spiaggia (“Senza asilo”, ha splendidamente titolato “il manifesto”), metafora amarissima della vita, sembra aver prodotto un turbamento più duraturo del solito sull’incoscienza collettiva, rompendo finalmente l’assuefazione alle stragi quotidiane dei migranti. “Aylan dorme composto in un sonno senza sogni. Nella percezione è diventato un bambolotto. Nel mondo non ci sono lacrime in grado di dare senso a un bambolotto morto” (Sarantis Thanopulos).
Altre foto di bambini morti, in modi più orribili sono svanite dal nostro immaginario quasi subito, bruciando rapidamente nel loro effetto raccapricciante. Il rullo mediatico macina i morti a pranzo e a cena e l’abitudine è capace di rendere sopportabile cose spaventose.
Foto 2C’è solo la disumanità che abbiamo prodotto in questi anni, mentre dalla nostra passività dilagante osservavamo di tutto. La proliferazione di muri e fili spinati, le masse di cadaveri asfissiati durante trasposti disumani, o chiusa nei Tir come carne da macello avariata, bambini nascosti in posizione fetale dentro valigie, la marchiatura di massa degli esuli, bambini compresi, la marcia a piedi… Abbiamo ristretto il migrante in un ghetto che ce lo renda invisibile. Fino a configgerlo in una definizione di specie: “marocchino”, “afghano”, “somalo”, etc., a certificare che di fronte non abbiamo una persona, con la sua storia di vita, ma una molecola di un mondo inferiore che non vogliamo conoscere. Una razza, non un individuo. Un oggetto, non un umano.
Chissà se lo sdegno per quel corpicino steso sulla battigia con la testa rivolta verso il mare, i pantaloncini blu e la maglietta rossa zuppi d’acqua, muoverà la politica di chi decide. “Alcuni governanti europei in questi giorni sembra stiano finalmente riconoscendo che le migrazioni non potranno essere fermate finché dureranno le guerre, la fame, la rapina del sud del mondo da parte del nord ricco e vampiro e dei criminali suoi manutengoli. Alcuni governati europei in questi giorni sembra stiano finalmente riconoscendo che ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignità, alla solidarietà. Alcuni governati europei in questi giorni sembra stiano finalmente riconoscendo che il primo dovere di ogni civile istituzione è salvare le vite” (Peppe Sini). Forse c’è da sperare, senza eccesso d’illusioni, ma il parametro, nell’affrontare la tragedia dei migranti, non può essere quello delle “quote”, come si trattasse di latte o carne da macello, o selezionando anche per nazionalità, profughi sicuri (dalle guerre) e quelli insicuri (dalla fame); così si dimostra solo l’incapacità dell’Unione europea di andare al di là del linguaggio dei mercanti.
Foto 3Una foto è una foto. Eppure spesso porta con sé un racconto, una storia, con un passato, un presente, apre una porta sul futuro. Quel bambino morto sulla spiaggia turca, forse, diventerà il simbolo di una storia nuova per l’immigrazione. Almeno questa è la speranza.
Intanto rappresenta la disperazione di quanti muoiono cercando una nuova vita lontano da guerre e miseria. Dice il dramma di un mondo in disfacimento e rende ancor più sconfortante la consapevolezza della nostra impotenza, delle nostre coscienze passive, davanti al genocidio di cui, nostro malgrado, siamo corresponsabili morali. Perché quest’ecatombe ha responsabili politici ben definiti, che non sono certo in primis i trafficanti; questi sfruttano la situazione (e vanno per questo puniti) ma non la creano. Essa è, infatti, il frutto di un disegno, sia pur da apprendisti stregoni. “I quali, mentre facevano dell’Europa sempre più una fortezza, contribuivano a destabilizzare e a devastare ampie aree del mondo con politiche di sfruttamento neocoloniale, guerre e altri interventi militari, senza calcolarne le conseguenze in termini di esodi di massa obbligati(Annamaria Rivera).
Foto 4I profughi non sono altro che i testimoni dei nostri fallimenti di guerra. È nostra la responsabilità di questo esodo. Fuggono dalle nostre guerre. Guerre ed embarghi (Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Palestina, Libia, Siria, Ucraina…) hanno provocato la morte di bambini che nessuno ha fotografato, che nessuno piange, perché per gli europei non esistono. Se non si afferma la convinzione che la responsabilità è delle guerre “umanitarie” degli Stati Uniti e dell’Europa, nessuno sentirà davvero il bisogno di intervenire a riparare o almeno a raccogliere i cocci.
Non ci può essere comunità senza la capacità di accollarsi una parte di responsabilità davanti a un’emergenza strutturale. Non siamo di fronte a un terremoto o un’alluvione, ma all’inferno costruito da chi difende i suoi asfittici paradisi. Non ci sono soluzioni ideali, ma soluzioni coraggiose che iniziano proprio dall’accoglienza dei migranti. C’è una frase che, durante la nostra guerra di liberazione, un anziano comunista, parafrasando un vecchio canto anarchico, così si rivolge ai figli: “Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo intero e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli”. Ecco, le idee di solidarietà, fratellanza e internazionalismo.

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