UNA TESSERA PER IL 2016

Gli atroci attentati dei jihadisti dell’Isis (lo Stato islamico) prima a Beirut e poi a Parigi lasciano attoniti.
Certo la strage nel quartiere sciita di Beirut non ha creato indignazione, almeno da noi; mentre quella di Parigi ha colpito profondamente perché è avvenuta nel cuore culturale e politico d’Europa.
Ciò che succede non è né nuovo né raro.
La sola rarità è che succede sotto le nostre finestre e non in un paese lontano(Francois Hénin, giornalista, ostaggio per vari mesi in Siria).
Ci troviamo davanti ad un terrorismo globalizzato (si muore a Parigi, come si muore a Beirut e Baghadad), figlio delle politiche neo-coloniali occidentali in Medio Oriente, delle sue guerre che hanno distrutto Stati decisivi per la stabilità di quell’area, come Iraq, Libia e Siria. Eppure fatichiamo a comprendere il nichilismo dell’Isis, difficile scorgere vere rivendicazioni nei loro atti, non capiamo come questa ideologia suicida, del terrore e della morte (colpendo indiscretamente, in nome di dio) possa conquistare le nuove generazioni di arabi nati e cresciuti in Europa.
Che fare allora, perché il terrorismo non cancelli la voglia di vivere?
Dobbiamo innanzitutto fermare le guerre che seminano solo odio, contrastarlo con una politica di pace, di giustizia, di democrazia, di riconoscimento dei diritti di tutti gli esseri umani. “E finalmente dobbiamo assumere la figura del rifugiato come interlocutore privilegiato, non solo umanitario ma politico, il primo passo di una nuova alleanza con il Medio Oriente. Sono i profughi i testimoni dei fallimenti delle nostre guerre e insieme della ferocia jihadista, fuggono disperati da entrambe. Sono i protagonisti della nostra epoca. Nel recupero delle loro vite c’è il futuro possibile dell’Europa” (Tommaso Di Francesco).
Non dovrebbe essere difficile scoprire così che negli sguardi, nei movimenti, nel comportamento di queste persone c’è iscritta solo una cosa, la necessità della fuga dagli orrori della guerra, della fame, della povertà. “È davvero impossibile che dalla consapevolezza di andare comunque verso la morte non riesca a nascere – almeno a tratti, almeno una volta – quella solidarietà di cui parlava Leopardi nella Ginestra? È davvero una follia pensare una politica che sia anche poesia piuttosto che una poesia desiderosa di emulare la politica? Possiamo almeno impedire che l’inferno, come dice ancora Hannah Arendt in We refugees, diventi una cosa concreta come una casa, una pietra o un albero.
C’è un’educazione, un rispetto verso la fragilità dei vecchi, dei più deboli che forse va ricostruita come si ricostruisce una casa distrutta lavorando per trasformare la nostra durezza di sguardo, per scucire i nostri occhi cuciti col ferro, come se fossimo, e non possiamo esserlo, invidiosi”
(Antonella Anedda). 

1 fotoNon vogliamo mandare cuore e cervello all’ammasso, non vogliamo perdere la spinta idealista per provare a cambiare il mondo, e allora occorre fare come il giungo, sapersi piegare senza spezzarsi.
Avendo ben chiare le nostre responsabilità: <<Gran parte dei rifugiati che stanno arrivando in Europa fuggono situazioni di guerra di cui noi, i paesi occidentali, siamo direttamente o indirettamente responsabili. Siamo intervenuti militarmente in Afghanistan, Iraq, Libia, Repubblica Centroaficana, Mali e abbiamo incoraggiato la guerra civile in Siria.
La democrazia e i diritti dell’uomo sono stati usati per giustificare tali interventi militari, che però non hanno mantenuto le loro promesse. La democrazia, infatti, non si esporta a colpi di missili e di droni. Il risultato di tali scelte militari sono davanti ai nostri occhi, insicurezza sempre più diffusa, inasprimento dei conflitti etnici e religiosi, guerre civili e ora questo flusso di rifugiati che cerca di raggiungere un’oasi di pace e di prosperità>>. Parole del filosofo bulgaro-francese, Tzvetan Todorov.
Prima dell’89 le guerre rientravano tragicamente nel conflitto tra i due blocchi Usa/Urss, dentro la barriera invalicabile del terrore atomico. La guerra era lontana ma non per questo meno criminale. Una sola certezza: l’Italia e l’Europa, pur schierate nel fronte occidentale impegnato nei conflitti, non partecipavano direttamente ai conflitti.
Dopo la caduta del Muro di Berlino inizia la nuova stagione militar-imperiale con il protagonismo della sigla Usa/Nato, che ha le sue radici nella crisi economica e nel ruolo del capitalismo finanziario.
Per questo oggi è impossibile pensare a una nuova Europa senza liberarsi della stretta soffocante della Nato.
Periodizzando: 1990-1991, il Golfo, la prima guerra del dopo guerra fredda;
1991-1999, Jugoslavia, la seconda guerra del dopo guerra fredda;
2001, l’Afghanistan, la terza guerra del dopo guerra fredda;
2003, Iraq, la quarta guerra del dopo guerra fredda (quella di cui oggi TonyBlair chiede ipocriticamente scusa, piangendo lacrime di coccodrillo);2 foto 2011, Libia, la quinta guerra del dopo guerra fredda; 2013-2014 Ucraina, la nuova Guerra fredda.
Resta l’interrogativo sul come ritessere la tela della potenza mondiale del pacifismo sconfitta il 24 marzo 2003, quando George W. Bush, incurante delle proteste che portarono in piazza cento milioni di persone, scatenò ad ogni costo la guerra contro l’Iraq.
In Italia grida ancora vendetta la conferma dell’acquisto degli F35, nonostante la Camera abbia “eroicamente” votato il loro dimezzamento. Non solo, riceveremo ora dagli Stati Uniti missili e bombe per armare i droni. Spendendo centinaia di milioni di euro che si aggiungono a una spesa militare di circa 80 milioni di euro al giorno, sottratti alle spese sociali come spiega la nuova finanziaria. E peccato che in Italia esista ancora un testo (che vorrebbero abrogare ma che per il momento resta in vigore) dove l’art. 11 specifica: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali“. Si chiama Costituzione della Repubblica Italiana.
Non a caso l’aggressione alla Costituzione repubblicana, democratica ed antifascista, tentato ieri dalla destra berlusconiana viene oggi a compimento con il pargolo fiorentino di palazzo Chigi. Ci riferiamo alla Legge Costituzionale approvata dal Senato il 13 ottobre passato, che rappresenta sostanzialmente lo stravolgimento dell’impianto del 1948, sulla sovranità popolare, sulla partecipazione democratica, sul diritto di voto. È la dissoluzione dell’identità della Repubblica nata dalla Resistenza. Tuttavia, crediamo non sia stata scritta ancora la parola definitiva.
Esiste una rabbia civile che non consente il silenzio. Da qui la battaglia e l’impegno per poterci esprimere in un referendum, come già nel 2006 contro la riforma – parimente stravolgente – approvata dal centro destra.
Non sarà un percorso facile, ma noi di Italia-Nicaragua ci saremo.
Perché le battaglie si fanno anche sapendo che si può perdere. Proprio la nascita della Repubblica insegna.
I nostri padri e le nostre madri hanno fatto molte cose che al momento potevano sembrare disperatamente inutili.
Tuttavia le hanno fatte, e molti hanno pagato un alto prezzo negli affetti, nel lavoro, nella vita.
Ora tocca a noi difendere l’eredità.
5 foto NO F 35Contemporaneamente dobbiamo avere la capacità di sostenere concretamente tutte quelle forze che rappresentano oggi una speranza per il riscatto dell’umanità. È deprimente constatare, tanto per restare in Europa, come Syriza (una coalizione “polifonica e contraddittoria”, capace in pochi anni di diventare il primo partito della Grecia), sia stata lasciata sola nella sua battaglia disperata contro gli oligarchi greci ed europei, ad iniziare dalla famiglia socialista europea che si è allineata alle forze più conservatrici.
Quanto all’America Latina, che da par suo tiene aperta una speranza che a noi certamente manca, non possiamo non sottoscrivere quanto affermato da Nicoletta Manuzzato: “Dopo aver seguito con attenzione fin eccessiva, negli anni Novanta, il movimento zapatista (esperienza difficilmente trasferibile nella nostra situazione), gran parte della sinistra italiana ha spento i riflettori sull’America Latina, salvo uno sporadico interesse verso il Venezuela, legato più alla personalità del presidente Chàvez che al suo pensiero politico.
Abbiamo trascurato l’elaborazione teorica portata avanti in questi anni, ad esempio l’abbozzo di un “socialismo del XXI secolo” basato sulle analisi di studiosi marxisti quali Istvàn Mészàros (…)
Sul piano pratico abbiamo ignorato la risposta dei governi progressisti della regione al problema del debito, alle privatizzazioni, ai tentativi degli Stati Uniti di imporre accordi di libero scambio. Spunti interessanti avrebbero potuto venire dall’audit ecuadoriano sul debito, dalla crescita economica – accompagnata da una netta diminuzione della povertà – della Bolivia di Evo Morales, dai provvedimenti con cui in Argentina i presidenti Néstor Kirchner e Cristina Fernàndez hanno recuperato allo Stato l’acqua, l’elettricità, il gas, la compagnia petrolifera, le linee aeree e ora le ferrovie. O la battaglia, sempre dell’Argentina, contro i cosiddetti fondi avvoltoi, sostenuti dall’aberrante sentenza di un giudice statunitense“.
È evidente, a prescindere dalla peculiarità di ogni Paese latinoamericano, che troviamo in questi governi progressisti aspetti positivi e negativi: per inciso, governi visti nel contesto europeo, con fastidio come “la sinistra giurassica” (per chi ha accettato tutti i dogmi del neoliberismo), o con nostalgia come “la sinistra vera di una volta”.
4 foto America latinaCi riferiamo in questo senso, all’interessante articolo di Gennaro Carotenuto che si interroga sul futuro del ciclo progressista in America Latina, ad iniziare dalle politiche estrattive messe in atto:
L’America latina ha bisogno estremo di infrastrutture e di trovare un compromesso con la madre Terra per l’uso delle risorse naturali per il benessere dei viventi, ma non può lasciare che il territorio sia disponibile ai metodi usati durante tutto il XX secolo dal modello delle multinazionali, usurpazione del suolo, deportazione dei contadini, agrotossici come piovesse, miniere velenose a cielo aperto, violazioni sistematiche dei diritti sindacali e umani. È come se, in assenza di un modello economico alternativo al capitalismo, la risposta alla distruzione del pianeta e della convivenza civile voluta dal modello neoliberale, imposto nelle camere di tortura delle dittature, e mantenuto con la narcolessi culturale delle tivù commerciali in democrazia, sia stato semplicemente un ritorno allo “sviluppismo” post-bellico ma in condizioni ben peggiori (…)
Nessuno ha però il diritto di criticare un latinoamericano per il desiderare consumi garantiti ad altri occidentali.
L’esigenza che nessuno governo – neanche Cuba – ha mai potuto eludere di sostenere la crescita economica, con la quale si pagano programmi sociali per loro natura di lungo periodo, comporta anche che gli accordi commerciali sbattuti fuori dalla porta con l’ALCA, tendano a rientrare dalla finestra (..) Poi la persistenza della corruzione, anche se è una balla colossale della guerra mediatica contro i governi integrazionisti sostenere che la corruzione possa essere aumentata rispetto alla fine del secolo scorso (…) È dai tempi della “piñata nicaraguense”, quando i leader sandinisti lasciarono il potere, spartendosi beni pubblici per veri o presunti meriti rivoluzionari, che anche in America latina la questione morale, non è più prerogativa di una parte politica, la sinistra, ma al massimo di singoli. I modelli di cooptazione per famiglie politiche, in un sistema sociale che resta basato sulla produzione di ricchezza, sul possesso di questa e sull’ostentazione del consumo, e nella quale i segni di potere e riconoscibilità sociale non si discostano da quelli degli avversari politici, non possono che produrre corruzione. È ingenuo pensare che quello che è stigmatizzato nei partiti europei non debba trovare corrispondenza negli omologhi latinoamericani, nel carrierismo fine a se stesso e nella corruzione“.
3 fotoÈ evidente che lo stesso Nicaragua vive queste contraddizioni tra aspetti positivi e negativi, così come lucidamente descritti da Massimo Angellilli nell’articolo “Le grandi opere del sandinismo del duemila“, (Quelli che Solidarietà n° 1/2016 pag. 6 & 7).
Quanto a noi, come Associazione Italia-Nicaragua, continueremo a mantenere la nostra autonomia di giudizio nei confronti dell’attuale governo nicaraguense, basata sulla chiarezza del confronto.
Cosa non facilissima, in considerazione della forte polarizzazione che attraversa il Nicaragua; ma non abbiamo mai firmato assegni in bianco a nessuno.
Continueremo a lavorare a livello europeo nella Solidarietà con la Rivoluzione Popolare Sandinista, e nella prossima Riunione nazionale di Bologna (19 e 20 dicembre) cercheremo di comprendere quale siano le modalità e gli strumenti migliori. Con la consapevolezza che il futuro del Nicaragua sta nelle mani dei nicaraguensi e che a noi tocca solo metterci accanto a loro, appoggiandoli nel loro cammino di liberazione. Con la stessa consapevolezza che ancora ci spinge ad impegnarci perché “irrompa nello spazio pubblico la solidarietà non solo come generoso personale sentimento di umanità riconoscente ma come coscienza ed azione collettiva, come forza morale, sociale, politica e giuriscostituente che sappia, che possa, che riesca a contrastare e sconfiggere la guerra, il razzismo, il maschilismo” (Peppe Sini).
Infine a tutti coloro che hanno voluto raccogliere la nostra richiesta di solidarietà va il nostro ringraziamento.
Vi aspettiamo puntuali e siamo certi che ancora una volta sarete dei nostri.
Un grazie di cuore a tutti voi che ci avete seguito in questo difficilissimo 2015 ed anticipatamente AUGURI di BUON NATALE e di BUON ANNO.

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