LA STORIA NON CONOSCE LA PAROLA FINE

Siamo nati, come Associazione Italia-Nicaragua, negli anni ottanta del secolo passato, ed abbiamo visto cambiare molte cose, il più delle volte in peggio, in Italia come in Europa, in Nicaragua come in America latina.
Da noi la rilegittimazione della guerra, il dilagare di pulsioni xenofobe e razziste, la brutalità del patriarcato islamico con i residui, o i rigurgiti, patriarcali delle democrazie occidentali, (vedi le violenze della notte di capodanno in Germania). “Un branco i maschi è un branco di maschi: A qualunque latitudine e di qualunque colore (anzi: “colore presunto”) essi siano … I fatti di Colonia, Francoforte, Amburgo, Stoccarda, segnalano che la provocazione dei maschi islamici contro i maschi occidentali tramite l’aggressione delle “loro” donne entra dichiaratamente a far parte delle tattiche della guerra civile globale in corso. E questa è certamente una pessima notizia, che non va derubricata. Ma che non va nemmeno distorta, o piegata al titillamento dell’ideologia dello “scontro di civiltà” cui si presta egregiamente, che è precisamente la trappola in cui evitare di cadere … I branchi di maschi che assalgono donne non sono giustificabili in nome di niente, né nella cultura islamica né nella cultura occidentale, né tra gli immigrati di Colonia né nelle scuole “bianche” italiane … Se cominciassimo a leggere il disordine mondiale nei termini di una crisi planetaria del patriarcato, e non nei termini rassicuranti di un eden occidentale della libertà femminile in guerra contro l’inferno patriarcale islamico, forse cominceremo finalmente a fare un po’ d’ordine” (Ida Dominijanni, da Internazionale 1136 del 15 gennaio 2016).Foto n. 1Nel fare un po’ d’ordine in questo disordine mondiale, l’altro tema centrale, è quello della guerra. “Le guerre mentono. Nessuna guerra ha l’onestà di confessare io uccido per rubare. Le guerre invocano sempre nobili motivi: uccidono in nome della pace, in nome della civiltà, in nome del progresso, in nome della democrazia e per i dubbi, se una tale menzogna non fosse sufficiente, lì ci sono i mezzi di comunicazione disposti ad inventare nemici immaginari per giustificare la trasformazione del mondo in una grande manicomio e in un immenso mattatoio“. (Eduardo Galeano). Il 16 gennaio scorso, nel silenzio dell’informazione, si sono tenute in diverse città italiane, manifestazioni contro le guerre, nella ricorrenza della guerra in Iraq del 1991. Noi come Italia-Nicaragua, c’eravamo 25 anni fa (portavamo la dolorosa consapevolezza di quello che voleva dire dieci anni di guerra di “bassa intensità” condotta dagli Stati Uniti contro il Nicaragua sandinista), e c’eravamo oggi, 16 gennaio 2016. Soltanto che il tempo non passa invano e in questi anni si è demolito (per mano di governi di ogni tinta e con la complicità di un parlamento che, in stragrande maggioranza, acconsente o resta inerte) un pilastro fondamentale della Repubblica italiana, l’Articolo 11 della Costituzione: “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Morale della favola l’Italia, sempre sotto comando Usa direttamente o nel quadro Nato, passa di guerra in guerra, anche se oggi ben pochi si indignano. Ultima, in ordine di tempo, la decisioni scellerata di inviare soldati italiani alla diga di Mosul in Iraq, a pochi chilometri dalla città che è sotto controllo dell’Isis. “È quindi evidente che lungi dal proteggere l’impianto e le maestranze, la presenza dei soldati italiani alla diga di Mosul esporrà l’uno e le altre agli attentati stragisti … l’Isis è stato creato dalle nostre guerre, proseguire sulla strada dell’intervento militare euroamericano avrà come risultato di rafforzarlo, e di far morire o ridurre in schiavitù tanti altri innocenti(Centro di ricerca per la pace di Viterbo). Foto n. 2Se poi allarghiamo lo sguardo a quel progetto chiamato Europa, schiacciato tra austerità ed immigrazione, la situazione è sconfortante. Non è vero che è “incompiuto” perché sprovvisto di un’unità politica (oltre che finanziaria), ma è stato pensato e realizzato con lo scopo di depotenziare e annientare ogni possibile influenza della democrazia politica sulla dittatura economica. A regnare incontrastata è un’ideologia unica (il Mercato come fine di ogni agire e l’uomo come mezzo sacrificabile sull’altare di fini non suoi), e questa ideologia unica alimenta l’unico vero e onnipotente governo mondiale: quello del sistema tecno-finaziario. Un’Europa ostaggio delle oligarchie finanziarie, dell’austerità e delle politiche neoliberiste che hanno aumentato le diseguaglianze e le povertà. I poveri europei (ed italiani) si sentono abbandonati e come spesso capita nel mondo guasto in cui viviamo i poveri se la prendono con chi è più povero di loro, i migranti. Tanto più se l’unica voce “politica” che parla loro è quella degli imprenditori politici dell’odio e del rancore, che anziché risolvere i loro problemi li usano per incassare voti. Si allontana il processo di costruzione della democrazia europea, mentre si solidifica il continente delle piccole patrie, delle chiusure delle frontiere, xenofobe e populiste.Foto n. 3In questi stessi anni, mentre si affermava il neoliberismo, l’America latina tesseva legami per una integrazione basata nella crescita comune, e non sul business finanziario. È stata un laboratorio di enorme creatività politica e sociale. Si sviluppavano esperienze di autogestione, movimenti sociali potenti, organizzazioni comunitarie con capacità di autogoverno, ci si riappropriava della parola socialismo. Le sconfitte elettorali in Venezuela e Argentina, con il ritorno delle destre, unitamente ai rapporti di forza internazionali ora più sfavorevoli complicano i problemi nei contesti che intendono costruire il socialismo. In Argentina, il presidente imprenditore Macri, sta cercando di azzerare le conquiste sociali realizzate in 12 anni di kirchnerismo. In Venezuela (sicuramente il luogo dove più si è cercato di costruire il socialismo), anche se le destre hanno vinto in Parlamento, il governo resta in mano a Maduro. La sconfitta ha messo a nudo le contraddizioni interne, la corruzione di ampi settori della burocrazia e dello Stato.
I prossimi mesi ci diranno se il movimento chavista riuscirà a far progressi contro questi mali, a rafforzare l’organizzazione popolare, ad avanzare nelle trasformazioni economiche e a sanare il rapporto tra il movimento e il governo; perché a portarlo alla sconfitta sono i suoi propri problemi più che i meriti di un’opposizione che non sa bene quello che vuole, salvo farla finita con il chavismo.
Foto n. 4Nel caso della Bolivia, l’importanza dei movimenti sociali nel plasmare il progetto del governo ha dato una spinta che sta reggendo, ma i limiti di rimanere nell’interno dell’egemonia economica del capitalismo appaiono sempre più chiari. Qui si evidenzia il limite dei governi progressisti, che per miopia politica, mancanza di forza o per complicità con gli interessi delle transazionali e dell’impero, non hanno completato l’architettura regionale necessaria per consolidare l’integrazione latinoamericana, una delle più grandi novità e speranze per il mondo in questi primi anni del terzo millennio. Il pericolo più grave per il controllo imperialista del mondo. La partita, però, non è chiusa, si apre ora una stagione di grande conflittualità sociale. La mobilitazione popolare non cederà né arretrerà sulle conquiste degli ultimi anni ed un ruolo non secondario può giocarlo ancora la solidarietà internazionale. La Storia non conosce la parola fine!

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