Le elezioni sono andate secondo le più fosche previsioni. Il 25 settembre ci ha riservato un astensionismo che ha battuto tutti i record della storia repubblicana, tutt’altro che immotivato, e contemporaneamente l’amaro calice delle destre al governo, in un Paese che affonda le sue più nobili radici nel 25 aprile 1945. L’Italia non ridiventerà fascista, ma certo la discriminante antifascista, fondamento valoriale e politico della repubblica nata dalla resistenza, vacilla. Il primo risultato è il non-voto, diventato la prima forza politica con il 36% di non votanti. Evidentemente esistono sia ragioni strutturali che motivazioni individuali; ma sono le fasce più povere e meno istruite della società italiana, quelle con contratti precari, salari inconsistenti o pensioni indecenti, a disertare il voto perché sentono sulla loro pelle in deficit di rappresentanza, l’assenza di una voce organizzata che si faccia carico del loro malessere. Il secondo è la maggioranza di estrema destra, che non nasconde il suo codice genetico fascista, perché chiamarlo centrodestra è un oltraggio all’aritmetica: una fascista civilizzata e un incivile fascistizzato, con la benedizione di un miliardario che da trent’anni fa finta di essere un leader politico (copyright Michele Serra). L’illusione ottica che ci fosse un pezzo moderato nella destra è una forma di ingenuità imperdonabile, non esistono i moderati da quel lato dello schieramento, questo ci dice la storia degli ultimi 30 anni. Berlusconi è il padre di Salvini e Meloni, il primo ad aver sdoganato il post fascismo in Italia. “Il fascismo non è stato alle origini che umile manovalanza del padronato. Alla fine è stata bieca maschera assassina” (Pier Paolo Pasolini). Alla Meloni, prossima a salire a Palazzo Chigi, andrebbe richiesta una dichiarazione di fede costituzionale, visto che ha detto di essere fiera del simbolo del suo partito, quello di sempre: la fiamma tricolore sulla bara nera. Il fuoco rappresenta lo spirito di Benito Mussolini, la bara la tomba del duce. Forse la Meloni non è fascista, si definisce “post fascista”, ma non può accettare di definirsi antifascista; così gioca con l’eredità del fascismo, perché purtroppo ha un mercato. Non festeggia mai il 25 aprile e ci tiene a farlo sapere. Chissà se è tuttora convinta, dopo la dichiarazione di fede atlantista (fedeltà assoluta, cieca, subalternità all’alleato statunitense), che “La Russia difende i valori europei e l’identità cristiana”, come ha scritto un anno fa nel suo libro-manifesto “Io sono Giorgia”; o se ancora pensa che l’Europa “Prima ci ricattava con lo spread, ora ci ricatta con i soldi per combattere il covid” (discorso alla Camera, 10 dicembre 2021).

Purtroppo, a questo funesto risultato elettorale non si è giunti certo per puro caso, e non portiamo tutti le stesse responsabilità, quella del Pd è enorme con la sua vergognosa legge elettorale e con la sua fallimentare politica delle alleanze. I numerosi appelli alle forze politiche di orientamento costituzionale a raggiungere un accordo, un’alleanza almeno tecnica nei seggi uninominali di camera e senato in modo da limitare la vittoria della desta, non sono stati purtroppo recepiti. Figurarsi la realizzazione di una coalizione della sinistra dispersa improntata a valori di pane, pace e libertà per tutte e tutti. Per questo era peggio che debole fin dall’inizio la strada scelta da Letta – o io o lei, per dirla in breve – anziché quella di una contrapposizione puntuale sul terreno programmatico, ridotta a scontro di slogan, ma privata di una proposta complessiva di società, perché assente da tempo e perché la fedeltà all’agenda Draghi ha fatto agio su tutto. L’alternativa invece parte dalla sua contestazione. Certo, resta il problema che le formazioni a sinistra del Pd, che dovrebbero incarnare un’autentica alternativa, non sono in grado di conquistare un ampio seguito, in particolare tra le generazioni più giovani. Vedremo se la destra al governo confermerà le mire presidenzialiste e il regionalismo differenziato, le scelte economiche, con la flax tax e il taglio del reddito di cittadinanza, tagliando le tasse a ricchi e benestanti affinché qualcosa “sgoccioli” verso chi sopravvive a stento. Poi ci sono le preoccupanti dichiarazioni fatte in campagna elettorale: i blocchi navali, o qualunque cosa siano, contro i migranti, il sostegno alla guerra, il populismo storico che equipara foibe e Shoah, la negazione dei diritti civili. In particolare i rischi per i diritti delle donne, faticosamente conquistati, ci sono; ad iniziare dall’aborto. Non impugneranno direttamente la Legge 194, ma, come del resto i “movimenti per la vita”, i gruppi del fondamentalismo cattolico, hanno fatto finora, lo renderanno impraticabile, con l’obiezione di coscienza dei medici, la colpevolizzazione delle donne. È evidente che il sovranismo post-fascista si pone come negazione e antitesi del principio costituente della sovranità popolare. Quanto di questo humus ha avvelenato il nostro paese sempre più cinico, intorpidito e assuefatto alla tossicità quotidiana? In ogni caso il livello qualitativo del popolo e della classe politica che lo governa sono uno riflesso dell’altra, dove il primo non è migliore o peggio della seconda, e viceversa.

Ci troviamo davanti agli effetti di una globalizzazione, il capitalismo finanziario e transnazionale, che minaccia di distruggere gli stessi presupposti della democrazia. Lascia più sole le persone e in preda alla sensazione di non avere più alcuna forma di controllo sulle proprie vite e sui processi decisionali della politica. Il risentimento popolare verso le élite, raccolto da quel vago contenitore politico che oggi è il popolusimo, non conduce certo a movimenti progressivi di trasformazione della società. Solitudine, rancore e frustrazione portano al cinismo e alla delega passiva, agendo ancor più sulla compressione dei diritti, per altro senza scalfire le attuali strategie neoliberiste del capitale finanziario. Paradossalmente è la destra neofascista e razzista che ha trovato il modo di rispondere, in modo demagogico ma comprensive, al malessere provocato dalla globalizzazione. Blocco all’immigrazione, difesa dell’industria nazionale, dazi doganali, sono solo alcuni dei cavalli di battaglia di una destra che raccoglie consensi tra i ceti popolari e la classe operaia, senza mettere in discussione il modo di produzione capitalistico, ma solo trovando facili capri espiatori. I pirati di oggi sono bravi ad adattarsi alle circostanze avverse e a volgerle a loro favore. Davanti a questa situazione, dobbiamo prepararci ad una faticosa ricostruzione con tanta, tanta, umiltà. Trovare il coraggio e le idee per affrontare il problema della ricostruzione sociale e politica; programmare iniziative atte a riunire le forze disponibili a contribuire, in Italia e altrove, ad una prospettiva di sopravvivenza pacifica ed ecologica di un mondo più libero e più giusto. Il futuro, perciò, è nelle mani di tutti coloro che non accettano di consegnarsi all’orrore attuale. Certo, ci vorranno generazioni di nuovi politici capaci, disinteressati a se stessi e interessati al bene collettivo. Se la politica, a partire dall’Europa (l’idea della Polis democratica è nata qui) non decide di svolgere la sua vera funzione – far rispettare la giustizia e l’interesse comune contro le vocazioni predatrici – e continua a retrocedere di fronte al capitalismo globalizzato, la vita di tutti noi diventerà un azzardo. Non solo l’Italia attuale, ma l’intero mondo è malato, non disprezziamolo. Saniamolo, non lasciamo che diventi un inferno. Ricorriamo alla solidarietà internazionale, necessaria come la ginestra leopardiana, quella tra gli esseri umani e la terra che tutti ci alimenta e sostiene. Il nuovo governo di destra deve sapere che non potrà facilmente abolire in toto o in parte la Costituzione repubblicana e antifascista. Presidenzialismo e autonomia differenziata (secessione dei ricchi), cambiando la sostanza della democrazia italiana. Il punto è che le Costituzioni quelle vere, nascono nel fuoco della storia, e sono fatte con la carne e il sangue delle donne e degli uomini che per esse hanno lottato. Qui si radicano e si consolidano le mediazioni e le sintesi. Per questo troverà l’opposizione di coloro che non sono d’accordo a negare i propri fondamenti originari della Costituzione. “L’Italia può rinascere, deve rinascere, sui fondamenti costituzionali del lavoro, della libertà, della giustizia sociale, della pace. Dipende da tutti noi” (Comitato Nazionale ANPI).