UNA TESSERA PER IL 2026!

Scriviamo quando è in corso a Gaza una fragilissima, precaria, tregua armata piena di trappole e di falle, che non si fonda sul riconoscimento della dignità e dei diritti dei palestinesi; mentre la Cisgiordania, occupata, sanguina copiosamente. Risuona l’antico detto di Tacito: avete fatto il deserto e lo chiamate pace. Ha scritto Emilia De Rienzo: “Siamo di fronte a una tragedia. Si è fermata la guerra delle bombe e si parla di pace. C’è chi per questo rivendica un premio Nobel, mentre a casa propria dà la caccia agli stranieri. Tutto il mondo si congratula. Ma per cosa, esattamente? Non avremmo dovuto impedire che la guerra ci fosse, prima di celebrarne la fine? Viviamo dentro una complicità politica globale, un silenzio calcolato, un’ipocrisia che ha permesso l’orrore. I governi si felicitano, i grandi media si adeguano, la memoria occidentale seleziona chi merita compassione e chi no. L’indignazione per alcune vittime si è trasformata in legittimazione della violenza verso molte altre – molte di più – private di tutto: casa, ricordi, terra, dignità. Li si è affamati, privati delle scuole, degli ospedali, delle strade. Si è negata l’infanzia ai bambini sopravvissuti: molti mutilati, deperiti, soli. L’11 per cento della popolazione è morto. Centosessantanovemila feriti, quarantaduemila con ferite permanenti, un quarto bambini. Millecinquecento operatori sanitari uccisi, mai così tanti in alcun conflitto. Cinquantacinquemila bambini malnutriti. E nessuno ha chiesto loro scusa. Come se la distruzione fosse un incidente, e non una scelta. Il coro dei potenti si congratula con chi ha fermato la guerra, ma nessuno guarda dentro la tragedia inflitta a persone innocenti. Nessuno dice chi li aiuterà a vivere, né come. Ci vorranno vent’anni per ricostruire, forse di più. E nel frattempo? In Cisgiordania la violenza continua, ma nei piani di pace non esiste. Chi punirà i coloni responsabili di crimini, di occupazioni illegali, di sopraffazioni quotidiane? La complicità non è del popolo, ma del potere. Non di chi scende in strada per chiedere giustizia, ma di chi governa e tace. Sono soprattutto i giovani oggi a gridare che questo mondo è ingiusto. Se saranno criminalizzati o solo ignorati, che cosa nascerà dentro di loro? La sensazione di aver ereditato un mondo corrotto, in cui la parola “pace” è diventata una menzogna. Come si ripara un mondo così spezzato? Nella società si è scavato un solco profondo. Non solo tra i popoli, ma dentro ciascuno di noi: tra ciò che vediamo e ciò che scegliamo di non vedere. Da questo solco, se non cambieremo rotta, nasceranno altri conflitti. Perché la pace non è mai la fine della guerra: è l’inizio della giustizia. Quando si comincerà davvero a costruire la pace, quella vera, sepolta sotto le macerie?”. L’attuale cessate il fuoco assomiglia piuttosto al “diminuite il fuoco”, con Israele che impedisce il ritorno dei palestinese e punta a prendersi il 53% della Striscia. Il primo vero giorno di pace sarà l’ultimo giorno di occupazione.  Ecco perché deve proseguire la mobilitazione internazionale, soprattutto qui, dove il governo Meloni non vede l’ora di svuotare le piazze e intestarsi un accordo al quale ha contribuito soltanto vendendo e importando armi da Israele, senza mai riconoscere lo stato palestinese, assumendo il ruolo di ventriloquo di Netanyahu e insultando i volontari delle Flottiglie umanitarie.

Meloni, decisa a personalizzare la sua azione politica invitando gli elettori a chiamarla per nome, ha creato una narrazione efficace basata su una visione plebiscitaria della democrazia. È riuscita a proiettare l’immagine di leader seria capace anche di apparire familiare, una madre single stacanovista al servizio di un paese che si suppone stia tornando grande. Il suo attivismo sulla scena internazionale racconta un’Italia che finalmente ha conquistato il posto che le spetta in un nuovo gruppo di “nazioni” in cui il diritto internazionale e il progetto europeo passano in secondo piano. Poi il grande inganno, convincere le persone che i nostri problemi si risolvono respingendo gli ultimi della Terra, vedi il fallimento dei centri in Albania. Il grande inganno è far credere che il problema dell’Italia siano i migranti e non la corruzione, le mafie, la bassa scolarizzazione, l’evasione fiscale, la disoccupazione giovanile, i diritti negati, una crescita economica inesistente, la mancanza di investimenti in ricerca e innovazione. È una propaganda facile, la più bastarda, a costo zero: aizzare gli animi contro i più deboli, i disperati, l’altro, il diverso, contro una invasione che non c’è. Tutto andrà bene fino a quando questa visione politica continuerà ad avere presa sugli elettori e l’opposizione non ne formulerà una nuova. Ma il governo italiano non è certo una eccezione in un mondo dove l’estrema destra avanza dall’Europa all’America Latina, mettendo a rischio la democrazia. Eppure si continua sostenere che le democrazie sono in gran forma, e quelle governate dalle destre trumpiste ancor di più. La divisione dei poteri è stabile, la magistratura e la stampa indipendente lavorano tranquillamente, gli esecutivi rendono regolarmente conto ai parlamenti di quello che fanno, il dibattito pubblico è sereno, i ministri degli esteri lavorano per la pace nel mondo, e così via.  Se poi le cose non vanno è colpa del disfattismo della sinistra. Disfattisti con i palestinesi che muoiono come mosche sotto bombe e occupazione, sete, fame e malattie; disfattisti con i dazi Usa, disfattisti con la crescita al chiodo, disfattisti con i magistrati che disapplicano leggi scritte con i piedi, disfattisti con le deportazioni di migranti, disfattisti con gli attivisti che provano a forzare i blocchi navali illegali di Netanyahu, disfattisti con la corsa al riarmo al posto degli ospedali, disfattisti con i boia rilasciati, come Almasri, il torturatore libico accusato di gravi crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale,  riaccompagnato con tante scuse a Tripoli dove però il 4 novembre è stato arrestato.  Ricordiamo che la presidente Meloni aveva promesso di scatenare una caccia mondiale ai trafficanti di esseri umani ma si accontenta di far arrestare qualche disperato tra i sopravvissuti in mare. I veri criminali invece li proteggiamo e li riaccompagniamo a casa, purché continuino il lavoro. In silenzio. Dobbiamo però ricordare che gli originari accordi delittuosi con la Libia sono stati firmati dal governo di centro-sinistra Gentiloni-Minniti, in base ai quali l’Italia e l’Europa pagano le bande di Tripoli purché trattengano con la repressione violenta i migranti dell’Africa sub-sahariana.

Quell’Europa che ha da tempo, voltando le spalle all’idea di trasformarsi in un soggetto politico federale con una Costituzione, una base politica comune e una voce unica, almeno sulle grandi questioni globali. Semmai, negli ultimi anni hanno riguadagnato terreno prerogative e preferenze nazionali, quell’orrore chiamato “Europa delle nazioni”. Dunque dissensi, divergenze e frequenti devianze dai principi democratici e dal rispetto dei diritto umani. Nella Ue abbiamo paesi decisamente filorussi come Ungheria e Slovacchia e altri, come i Baltici che auspicano una specie di stato di guerra permanente nei confronti della Russia. Un’ Europa che si “ricostruisce” a partire dall’economia di guerra,  con il maxi aumento del 5% del Pil, come vogliono Trump e la Nato; a scapito degli obiettivi climatici Green Deal che si era data un tempo per rispettare gli accordi di Parigi. In sostanza il modello neoliberista si è rafforzato, le guerre hanno dimezzato il potere di acquisto dei cittadini, il capitalismo delle piattaforme si è del tutto sdoganato divenendo il braccio destro del mercato. In questo contesto tocca fare i conti con una società malata, individualista, risentita, nonché dedita alla rimozione che ha portato alla vittoria della Meloni, di Trump, di Milei ecc. C’è stata una decostruzione, una perdita della dimensione comunitaria delle nostre esistenze. Una frantumazione del sentimento del “noi”, per effetto di un individualismo sempre più debordane, con la creazione di tanti piccoli “io”, sempre più soli e più sofferenti, oltre che incattiviti. Siamo al naufragio dell’umanità. Come spiegare – perché un giorno si dovrà pur spiegare – la miseria di un tempo nel quale ci si chiede se soccorrere barconi di naufraghi o lasciarli sprofondare nel mare? Riparare, rimettere a posto le cose; ricominciare, ricostruire, contrapporre la solidarietà internazionale all’autoritarismo. Non sarà né semplice, né facile. Insomma, il compito che ci si prospetta è immane, un’opera di ri-alfabetizzazione politica, la restituzione di un’altra idea dell’essere umano. È enorme, ma non impossibile. Noi vogliamo ancora esserci, minuscola Ass.ne Italia-Nicaragua nata a sostegno della rivoluzione popolare sandinista in Nicaragua, che il 19 luglio 1979 abbatté la dittatura somozista e che per almeno 10 anni fu una delle esperienze di liberazione più luminose del Novecento. Poco ci piace del Nicaragua attuale, di un partito il Frente Sandinista che da libertario si è fatto partito-Stato sotto il ferreo controllo della coppia Daniel Ortega e Rosario Maurillo. Crediamo che la trasformazione sociale di un Paese non può essere il risultato della politica estera di un altro Stato e che è suicida affidarsi agli Stati Uniti per sperare in un futuro incoraggiante per il Nicaragua. Crediamo che  il futuro del Nicaragua sia nelle mani del popolo, in particolare nella base del Frente Sandinista, che sono sconcertati dalla deriva attuale, a loro spetta il compito storico di lottare su due fronti: contro la destra becera e troglodita, finanziata da Washington, impedendole di trasformarsi in un movimento di massa, e contro chi ha tradito gli originari ideali di Sandino. È necessaria quella trasformazione mille volte promessa ma mai iniziata, mettendo in soffitta le fantasie complottiste che pretendono di spiegare tutto senza spiegare nulla, recuperando la storia e rifondando il Frente Sandinista sulla sua tradizione ideale, per poter avviare la trasformazione socio-politica ed economica del Paese a partire dalla creazione di istituzioni realmente dirette dal basso, da quel Pueblo Presidente che oggi è solo uno slogan del tutto vuoto di sostanza. Non dovrebbe essere poi così difficile accettare la critica all’attuale governo nicaraguense, senza però giustificare l’interventismo Usa. Non è vero che quelli che criticano sono tutti venduti all’imperialismo yanqui. è una scelta meno facile e rassicurante di chi vede tutto bianco o tutto nero, senza sfumature; finendo così con il rompere le uova nel paniere di entrambi e se alla fine non ci rimarrà neanche una tessera, pazienza. Intanto siamo a fine anno e si fanno i bilanci, i nostri non sono mai stati facili e tanto meno lo sono ora. Se chiediamo aiuto è perché vogliamo continuare a garantire i progetti di solidarietà con il popolo del Nicaragua.

La solidarietà è fatta di tante azioni concrete, come continuare a sostenere le attività per i piccoli pazienti del reparto di oncologia pediatrica dell’Ospedale La Mascota di Managua. Un progetto che ha un respiro internazionale, iniziato più di 35 anni fa dall’Associazione svizzera per l’aiuto medico al Centro America (AMCA), in collaborazione con il Comitato Maria Letizia Verga di Monza. Più della metà dei bambini diagnosticati con tumore può essere curata e il raggiungimento dell’obiettivo di sviluppo sostenibile del 60% di bambini curati sembra raggiungibile. Il grande obiettivo è far sì che i piccoli pazienti completino con successo il loro trattamento. Ogni contributo, versato per questo progetto, anche se piccolo, ha per noi e le bambine e i bambini della Mascota un valore immenso. Vi chiediamo, consapevoli dell’insostenibile costo quotidiano della vita, di tesserarvi perché non è solo un gesto di solidarietà, è un modo concreto per sostenere il presente e il futuro dell’Ass.ne. Le tessere sono segni forti di fiducia. Viviamo solo del denaro che arriva con le tessere e il 5×1000, cui aggiungiamo il lavoro gratuito e la passione. Non è retorica, non abbiamo altro tipo di finanziamento. È un piccolo miracolo, in questa Italia triste e scoraggiata. Chi non s’iscrive non fa nulla di male, ma bisogna sapere che è un gesto di sottrazione. Crediamo che un tentativo collettivo vada fatto, alla fine magari ci arrendiamo, ma è meglio arrendersi tutti assieme piuttosto che ognuno per conto suo. Non solo, se il bollettino “Quelli che Solidarietà” (con i suoi costi, dalla stampa al confezionamento busta cartacea, alle spese postali spedizione) può uscire con i suoi sei numeri (ogni volta che arriviamo alla fine dell’anno ci chiediamo come siamo riusciti a farcela) è perché ci sono soci che si concedono il piccolo lusso di versare qualcosa in più del tesseramento. Certo esiste la possibilità di passare alla pubblicazione on-line, ma la nostra è una difesa convinta dell’utilità di un testo cartaceo. Il mezzo usato non è indifferente e la velocità cui siamo indotti, l’usa e getta del mondo digitale (internet tutto brucia, pensieri e dimensione interiore) sia uno dei fattori delle grandi crisi attuali. Non siamo contrari ai social, alle nuove tecnologie, da anni si è aggiunto al bollettino cartaceo il sito blog (anche mantenere attivo un sito online ha i suoi costi). Cartaceo e digitale costituiscono due modalità diverse ma complementari di essere Associazione Italia-Nicaragua. Ringraziamo tutti quelli che hanno continuato a seguirci con affetto e fiducia, nella nostra piccola grande impresa, di chi crede in una società non escludente, ma giusta e solidale. “Noi non contiamo niente ma dobbiamo operare come se tutto dipendesse da noi” (Santa Teresa di Lieseux). Perché vi è una sola umanità in un unico mondo vivente, casa comune dell’umanità intera. Anticipatamente auguri di un sereno Natale e di felice Anno Nuovo.