La storia non è finita.
Né la politica, né le istanze di libertà e liberazione.
Certo la situazione italiana e quella internazionale spingono verso la rassegnazione ed il pessimismo.
Metà del nostro Paese gravita ormai attorno ad un modello di arricchimento personale e di consumo che non esita a farsi largo a gomitate.
Le culture ugualitarie sono scomparse con il dilagare dell’ideologia dell’individuo che fa strame dei suoi simili (homo homini lupus); o si rinchiude in comunità territoriali in guerra con tutto ciò che è “straniero”.
Così le ultime elezioni (aprile 2008) sono state una raccolta del rancore in cui tutte le paure della vita quotidiana si sono tradotte nell’incubo comune di un decadenza d’argine (sorta di catastrofe etica e culturale), facendola pagare ai più deboli.
Come non condividere la riflessione di Marco Revelli:
“Nel pragmatismo che tutto sembra aver avvolto, nello sfacelo dei vecchi partiti trasformati in ombre di se stessi, la difesa dei valori universalistici di eguaglianza e pari dignità sembrano aver cessato di aver corso legale. Ma di questo ci eravamo fatti, in qualche maniera, una ragione. O comunque, avevamo incominciato a comprendere il meccanismo d’innesco.
Quello che appare persino più preoccupante e più difficile da decodificare, è l’estenuazione e la tendenziale estinzione di quei valori, di quel “comune sentire”, di quella sensibilità nella stessa società italiana. Nei suoi codici di comportamento e di valore.
È questa nuova, imprevedibile, “durezza”. Questa irriconoscibile insensibilità umana, che fa girare il volto ai bagnanti davanti ai cadaveri stesi sulla spiaggia delle due bambine rom affogate qualche giorno fa sul litorale napoletano. Che fa ignorare le decine di morti quasi quotidiani nel canale di Sicilia.
Che lascia incendiare le baraccopoli di Ponticelli senza fiatare, per condivisione o pigrizia.
È questa improvvisa crudeltà dell’esser, nuda, senza ornamenti ideologici, senza argomentazioni né giustificazioni, ciò che spaventa, perché è la precondizione mentale delle sciagure storiche.
L’anticamera esistenziale delle guerre civili o delle apocalissi culturali. La forma interiore dei tempi bui.”
Eppure, nonostante le componenti popolari si siano sfaldate, le loro culture (le tracce di civiltà che esse hanno depositato nella storia del nostro Paese), sono lì, in attesa di essere riconosciute, riorganizzate e riunificate con le nuove culture, con i nuovi grumi di civiltà: le esperienze di organizzazione con le esperienze di movimento, il socialismo con il femminismo, il cattolicesimo sociale con i diritti della persona, il lavoro con l’ambientalismo politico, la cultura del conflitto con la cultura della pace.
Non è un blocco, è un campo. Non si comporrà da solo.
Bisogna comporlo.
La nostra piccola Associazione è parte di questo blocco in ricomposizione, è un frammento del tessuto democratico del Paese, con la sua caratteristica rappresentata dalla solidarietà con il popolo del Nicaragua: i lavoratori non tutelati, come nelle maquillas, vittime del cinismo delle multinazionali (nazionali e transnazionali) come i bananeros ed i caneros, l’infanzia non salvaguardata e l’educazione negata, i diritti delle donne calpestati, ecc.
Una solidarietà da sempre politica, non assistenziale, che pretende di indicare le cause e non solo le tragedie dell’ingiustizia e della povertà; che cerca di rafforzare i soggetti locali, cercando di mantenere un’impostazione popolare e di trasformazione sociale.
Facciamo parte di quelle organizzazioni che sono state, e sono, protagoniste della lotta comune Nord-Sud, partendo da una visione condivisa sulla necessità di cambiamenti strutturali.
Hanno scritto, e scrivono, splendide pagine di solidarietà con i movimenti africani di liberazione nazionale e contro l’apartheid, di lotta per la causa palestinese in Medio Oriente, di resistenza alle dittature, di collaborazione a esperienze di cambiamento sociale in America Latina.
Hanno partecipato, e partecipano, attivamente alle lotte delle donne e hanno contribuito a sviluppare la coscienza contro le guerre e le sfide ambientali.
Siamo consapevoli, come Ass.ne Italia-Nicaragua, che il nostro contributo politico, in una situazione come quella attuale, è sicuramente più modesto di quello proclamato nei documenti; però mediante l’appoggio ad organizzazioni e gruppi locali, la nostra solidarietà ha contribuito allo sviluppo della coscienza critica dei settori della popolazione, a sostenere la loro organizzazione, a mettere in contatto attori ed esperienze alternativi all’attuale egemonia.
Contribuendo a superare la passività e il fatalismo e creando coscienza politica. Aiutando uomini e donne, che il sistema aveva escluso, a riscoprire i loro punti di forza e a smettere di vedersi come perdenti.
Si sono accumulate (l’espressione è di Nèstor Nepal – dal libro “America Latina, l’avanzata de los de abajo”) piccole esperienze (mattoni per la costruzione di un mondo alternativo), che evidenziano altre forme di organizzazione del lavoro, di relazione di genere, educative, di interazione con la natura, forme più umane e meno mercantili.
Sappiano che questo lavoro di solidarietà politica è oggi prezioso come non mai, anche se è sempre più difficile. Strangolato dalla carenza d’informazione giornalistica (peraltro ora attaccata con i tagli ai contributi pubblici per l’editoria cooperativa e politica previsti dal governo Berlusconi) e dalle difficoltà economiche che colpiscono tutti noi.
Tutto costa e costa sempre di più; ma la solidarietà internazionale non è un lusso, è è la chiave del nostro vivere ed agire quotidiano.
Editoriale: la storia non è finita – Giulio Vittorangeli
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