Alla vigilia delle elezioni salvadoregne di domenica, quando tutti i sondaggi si
ostinavano a confermare, nonostante la campagna terroristica della destra contro l’imminente «aggressione comunista», il vantaggio di Mauricio Funes, il candidato del Fronte Farabundo Martí, due deputati repubblicani degli Stati uniti, Dana Rohrabacher e Connie Mark, in una seduta del Congresso ammonivano che «se l’Fmln arriverà a vincere, El Salvador si convertirà rapidamente in un satellite e in un agente del Venezuela, della Russia e forse perfino dell’Iran».
Per cui i due proponevano all’amministrazione Obama un intervento rapido e risolutivo.
Come quelli di un tempo.
Rohrbacher e Mark chiedevano all’amministrazione Obama di tagliare sedutastante l’accordo che concede visti d’entrata e permessi di soggiorno a più di 200 mila emigrati salvadoregni negli Usa – ce ne sono più di 2 milioni e mezzo contro i 5 o 6 rimasti in Salvador – e aumentare i controlli sulle rimesse – 3.8 miliardi di dollari nel 2008, il 17% del pil salvadoregno. Proponevano in sostanza di strangolare ancora nella culla l’eventuale governo «di sinistra» del piccolo e poverissimo paese centro-americano, come i loro predecessori alla Capitol Hill di Washington e alla Casa bianca avevano strangolato negli anni ’80 la guerra di liberazione (nel senso di almeno impedire l’avvento di un altro Nicaragua sandinista) e imposto degli accordi di pace (nel ’92) che in realtà regalavano El Salvador alla destra indigena e internazionale.
Indifferenti e complici, come raccontava Oliver Stone in un film dell’86 intitolato Salvador, del fatto che quella fosse una destra assassina. La destra che aveva liquidato, fra le 75 mila vittime della guerra, il padre gesuita Rutilio Grande nel 1977, il vescovo Oscar Arnulfo Romero nel 1980 (con quel Wojtyla che non si degnò neppure di andare ai suoi funerali), i sei gesuiti dell’Università Centro-Americana nell’89.
Tutti accusati di essere «complici dei comunisti», tutti crimini ancora impuniti dopo 20 anni di governo di quella stessa destra, l’Arena. Alla Casa bianca non c’è più Bush e un portavoce del dipartimento di stato si è affrettato a smentire i due deputati affermando che l’amministrazione Obama «non appoggia nessuno dei due candidati» e «lavorerà costruttivamente con chi vincerà le elezioni».
Forse – speriamo – sarà così e Obama avrà modo di mostrare che quei due onorevoli sono dei residuati di altre epoche geologiche e che la politica Usa in America latina è cambiata (se è cambiata), già il mese prossimo al Summit delle Americhe in programma a Trinidad e Tobago.
Tuttavia quella che, in questi primi anni del secolo XXI, sembra ormai una tranquilla vittoria di routine, in realtà è una vittoria che segna un’epoca. Che anche il povero El Salvador, l’ americanissimo El Salvador – il paese che ha il dollaro come sue moneta nazionale, il paese che per primo in America latina ha mandato truppe in Iraq per compiacere Bush e che per ultimo le ha ritirate – sia divenuto un anello della lunga catena di governi «di sinistra», qualunque cosa voglia dire «di sinistra», o «progressisti» è qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato (e forse stato) impensabile.
Prima il Cono sud dell’America latina, poi a poco a poco, a piccoli passi larvati, con molte contraddizioni, il Centramerica.
Il cortile di casa per definizione e per storia.
Questo non vuol dire che Mauricio Funes sarà un nuovo Hugo Chavez, come ha gridato fino all’ultimo la destra nel tentativo di far prevalere la paura.
Nè Chavez, né Lula – i due estremi della nuova America latina – e meno che mai Raul Castro.
Funes, che per storia e formazione è un moderato, dice che il suo modello sarà quello della sinistra salvadoregna. Neanche questo di per sé offre grandi lumi perché l’Fmln è diviso al suo interno ed passato attraverso varie «depurazioni» (anche se fortunatamente le dispute interne non finiscono più con l’eliminazione fisica, come fu per Roque Dalton e Cayetano Carpio, e ora si può perfino passare armi e bagagli «al nemico», come l’ex-comandante Joaquin Villalobos, a suo tempo uno dei più puri e duri, senza rischiare la testa).
Anche il Salvador, come il Centramerica e il Cono sud sarà probabilmente un po’ più decente, un po’ meno filo-Usa e un po’ più latino-americano, ballozolando fra Chavez e Lula, i due capi della catena di cui ora anche Funes è diventato un anello.
Difficile dire cosa saprà e potrà fare. Se riuscirà a portare alla sbarra gli assassini – tutti noti – del padre Rutilio, di monsignor Romero, dei sei gesuiti dell’Uca, avrebbe già fatto qualcosa di importante. Non è molto e neanche troppo «di sinistra». Ma in un paese così sarebbe un bell’inizio.
(Tratto dalla prima del quotidiano “il manifesto” del 17 marzo 2009, autore Maurizio Matteuzzi)
“Salvador, l’ultimo anello della catena” – Maurizio Matteuzzi
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