I mesi trascorsi dalle elezioni di aprile, non hanno fatto altro che confermare quanto di peggio sta vivendo la società e la democrazia italiana.
La vittoria del centrodestra, non è il 1994 ma è peggio, perché quello che allora era nuovo, insorgente e naive, oggi è solidificato, attrezzato e scaltrito.
La destra è tenuta assieme, nelle sue componenti post, anti e extracostituzionali, dal progetto di cambiare la Costituzione formale nata dalla Resistenza (nella quale non si riconosce), dopo aver cambiato quella materiale del paese. “Adeguarla” ai nuovi precetti delle ormai dilaganti culture neoliberiste, incardinate sui bisogni delle imprese anziché sui diritti dei cittadini e dei lavoratori, sulla prevalenza del privatismo di mercato rispetto alle funzioni pubbliche, sull’egoismo sociale contrapposto al bene comune, sul primato dell’economia rispetto alla regolazione politica e sociale: esattamente l’opposto dei valori così avanzati la cui garanzia fu sancita nel 1948.
La destra più rozza dell’Europa occidentale s’è impadronita della mente degli italiani, facendo del nostro un paese egoista e miope, nel quale ognuno si è chiuso in quel che crede il suo interesse più immediato mentre d’una democrazia decente più nulla importa.
In parlamento non ci sono più comunisti e socialisti, ma i fascisti ci sono ancora, unica “ideologia” del novecento viva e vegeta nel terzo millennio.
“Quasi metà degli italiani guarda a una destra senza più remore, neanche elementarmente antifasciste e che a una generosa conflittualità sociale s’é sostituito in gran parte dell’elettorato, un modello di ineguagianza e marginalizzazioni, giudicato inevitabile”
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(Rossana Rossanda, “il manifesto” 14/04/2008).
La destra a vinto perché non c’é sinistra; perché la sconfitta politica è stata preceduta dalla sconfitta sociale e culturale; di tutto ciò, come Associazione di solidarietà, da tempo ne avevamo percepito la drammaticità.
Paradossalmente avevamo perso anche se le elezioni le vincevamo, sarebbe stato una vittoria di Pirro.
“AVEVAMO PERSO perché non si ha il coraggio di dire che chi è di sinistra non può risolvere il problema dell’immigrazione con la galera e le impronte digitali, ma semmai con una ridistribuzione mondiale dell’economia…
AVEVAMO PERSO da tempo, perché la sinistra non si è mai schierata in favore dei deboli, perché ha fatto casta, perché si è ritagliata la sua parte di borghesia pensando che bastasse quella per poter riuscire a navigare nella barchetta del potere sballottati con borse mondiali…
AVEVAMO PERSO perché non vedo manifestazioni per la pace, e quando ci sono non ci andiamo… perché abbiamo lasciato morire gli operai a vantaggio degli industriali come costituzione europea vuole e quindi banche e quindi economia chiedono…
AVEVAMO PERSO perché si dice che contro la violenza alle donne ci serve un braccialetto e magari per lo stesso si sono fatti accordi con industrie… ma nessuna parola contro un sistema sottoculturale… per una educazione sessuale… contro la violenza che toglie i diritti alle donne… si rimane li… incastrati e violentemente incapaci di raccontare la fonte… che non è il rumeno… è la non cultura, è la fame, è la disperazione e qualche volta anche la testa…
AVEVAMO PERSO non ve ne siete resi conto?
Ditemi te, lui, voi… a cosa serve ora contare i voti, capire chi è andato e dove… era ovvio.
AVEVAMO PERSO anche se vincevamo.
Ora però da dove si ricomincia?” (Luana de Rossi).
Diventa difficile partire solo dai partiti politici; il tentativo di mettere al centro il che fare invece d’un regolamento dei conti sembra fallito: la ricerca delle colpe va a tutto vapore in quella che era la Sinistra-Arcobaleno.
Mentre il Partito democratico si è dimostrato fallimentare nel suo tentativo di competizione al centro, di dare forma alla grande mucillagine italiana (è mucillagine anch’esso).
Restano i movimenti, ma strutturalmente minoritari, separati e quindi non in grado di esercitare un’egemonia, almeno nell’immediato. Si deve lavorare a lunga scadenza (lo si sapeva fin dall’inizio), senza illusioni sul successo immediato. Perché la sconfitta elettorale non significa che non esista più una sinistra nella società, pensiamo alle identità individuali e alle energie collettive che chiedono uguaglianza, giustizia economica e sociale, tutela del lavoro, democrazia, pace, protezione dell’ambiente.
Le forti mobilitazioni sociali di questi anni hanno effettivamente coniugato valori e interessi materiali, hanno saputo esprimere proposte politiche, costruire prospettive di cambiamento. Le reti di società civile che hanno tradotto i valori in proposte politiche, sviluppando identità multiple e tolleranti, capaci di vedere il rapporto con la politica non come non come una affermazione di identità non negoziabili, ma come la faticosa pratica di tradurre i principi in pratiche, in politiche concrete che possono essere realizzate nella politica locale, in quella nazionale e a scala mondiale (l’espressione è di Mario Pianta).
<<A ben vedere il Nicaragua non è poi così lontano e il nostro internazionalismo non è dunque così “esotico”; da quella rivoluzione vinta, a prescindere dal suo epilogo politico, possiamo trarre insegnamento e termini di paragone per tutta una serie di temi quotidiani e, aldilà delle apparenze, irrisolti: dall’autodeterminazione dei popoli al valore della terra, dal diritto alla sanità e all’istruzione di base all’importanza di una religiosità laica e propositiva anziché oscurantista, solo per citarne alcuni.
In fondo c’è un filo, in questo caso non certo rosso, che lega l’ingiustizia sociale dell’arretrato Nicaragua a quella del mitico Bel Paese: la nostra legislazione in via di tragico perfezionamento concepisce l’immigrato come un insieme di braccia e gambe, inopinatamente dotato di optional quali la testa ed il cuore, utile e tollerabile solo se presta quelle stesse braccia per produrre a buon mercato o cambiare pannoloni a nonne e zie ingombranti per le nostre coscienze. In maniera del tutto analoga le multinazionali delle Zone Franche in Centroamerica concepiscono uomini e, soprattutto, donne come accessori di macchine utensili; e qui come laggiù chi ha da lamentarsi si levi di mezzo, tanto c’è chi aspetta di rimpiazzarlo per disperazione.
E non è forse simile la sorte di chi ha sudato nelle piantagioni di Chinandega a quella di chi ha timbrato per anni il cartellino di Marghera, per esempio, tanto che si tratti di insufficienza renale cronica o adenocarcinoma, di Nemagon o Cloruro di vinile, vallo a trovare il giudice che dà torto ai colossi della chimica>> (Circolo AIN di Roma).
Per tutto questo continuiamo con coraggio nella solidarietà internazionale; per ogni piccolo giorno guadagnato di esistenza libera per tutti e tutte.
Editoriale: ogni giorno di esistenza libera – Giulio Vittorangeli
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