TEMPI PRESENTI. GENNAIO 2025

Ci sono immagini che con la loro drammaticità conquistano, anche se per poco, l’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica nazionale e internazionale. Pensiamo a quella che è stata definita la “Pietà di Gaza”,  per la somiglianza con la Pietà di Michelangelo, la donna velata che stringe e culla il corpo di una bambina di cinque anni morta per lo schianto di un missile israeliano. Prima ancora, nell’ormai lontano settembre 2015, la piccola salma di Aylan Kurdi (bambino siriano di 3 anni, affogato durante il tentativo di raggiungere Kos in Grecia), sulla spiaggia turca di Bodrum, con la testa rivolta verso il mare, i pantaloncini blu e la maglietta rossa zuppi d’acqua. Il 2024 ci ha lasciato l’immagine di una bambina, Jacinta chiamata Yasmine, aggrappata a due salvagenti (notizia Ansa del 12 dicembre). È viva e ancora in grado di raccontarsi, per quanto in modo confuso, proviene dalla Sierra Leone, “come una sirena colta da magia o forse ancora di più come la creatura che, una volta rotta le acque della mamma partoriente,viene alla luce” (Paola Ortensi). “Undici anni. Nostro figlio o nostra figlia a undici anni. In mare aggrappata a due salvagenti. Esausta, sfinita dal freddo, impaurita. Nostra figlia o nostro figlio, qualcuna che amiamo. In quella situazione. Ma non è nostra figlia, è solo una bambina che è nata nella parte sbagliata del mondo. Una bambina a cui chiudere i porti. Una bambina da far rinchiudere nei campi di concentramento in Libia o far abbandonare nel deserto tunisino. Con i nostri soldi. Con gli accordi Italia-Libia, Italia-Tunisia, Europa-Libia, Europa-Tunisia. Con il nostro disinteresse. Con la nostra disattenzione. Per fortuna non è nostra figlia o nostro figlio, per fortuna non è una persona che amiamo. Per fortuna è solo una bambina che è nata dalla parte sbagliata del mondo” (Alessandro Metz). Ed ancora, Ida Dominijanni: “Adesso proviamo tutte, e tutti, a fare questo semplice esercizio. Pensiamo a com’eravamo a 11 anni, facciamoci venire in mente un ricordo, bello o brutto che sia. Poi sostituiamo quel ricordo con un naufragio in mare, onde alte tre metri, due giorni e due notti, due albe e due tramonti, mettendoci al posto della bambina ritrova al largo di Lampedusa. Io non resisto più di un minuto con l’immaginazione, la bambina ha resistito nella realtà – potenza dell’istinto di sopravvivenza – da sola, mentre tutti i suoi compagni di viaggio, fratello compreso, annegavano, attaccata a due pezzi di gomma. Con quanti e quali danni alla sua mente, alla sua anima e al suo inconscio non lo sapremo mai. Io mi domando come facciano a prendere sonno, quelli e quelle che stilano le politiche di contenimento e respingimento dei e delle migranti. E mi auguro che non prendano sonno mai, da qui all’eternità”.

Jacinta chiamata Yasmine , forse per aver frainteso il suo nome appena sussurrato, ce l’ha fatta, è riuscita a evitare la condanna a morte che invece si è abbattuta, inesorabile, sugli altri quarantacinque esseri umani che erano con lei su un “barchino” partito da Sfax in Tunisia l’8 o forse il 9 dicembre. Loro sono stati “giustiziati” dalle criminali leggi che l’Italia e l’Europa ha disposto per “limitare il flusso dei migranti”. Se anche Jacinta chiamta Yasmine fosse affogata, nessuno avrebbe saputo niente su questa ennesima tragedia. “La continua strage di migranti, non è dovuta al caso o al destino “cinico e baro”, ma alle disposizioni prese dai governi “democratici” che hanno deciso di non rispettare i dettami fondamentali del diritto internazionale. Il declino della società occidentale è ormai irreversibile, sta sprofondando sotto il peso delle sue contraddizioni e, soprattutto, a causa della propria impotente cattiveria” (Mauro Chiostri). Viviamo in un tempo in cui la paura dell’emigrazione, il rifiuto di una gestione umana del fenomeno, come dimostra la prigione Albania, e anche di un approccio che con intelligenza tenga anche conto degli interessi possibili per i i paesi d’arrivo come l’Italia, gode di largo consenso tra l’opinione pubblica. È il segnale di un mutamento antropologico indotto da decenni di demonizzazione degli immigrati: demonizzazione che ha riguardato di pari passo, senza che se ne accorgesse, anche chi la compie verso gli immigrati, ovvero le ampie parti razziste della società civile. Scorrendo i social network, di fronte alle notizie di stragi del mare, morti sul lavoro, diritti negati non è difficile rintracciare una vasta platea di utenti indifferenti (l’indifferenza che, se possibile, è anche peggio dell’odio) o persino compiacenti: il discorso d’odio contro i migranti in rete mette i brividi, sembra ormai sdoganato e non viene arginato o sanzionato, anzi spesso si direbbe incoraggiato da infelici esternazioni di rappresentanti delle istituzioni.

Le immagini di cui parlavamo all’inizio, di bambini morti, sono svanite dal nostro immaginario quasi subito, bruciando rapidamente nel loro effetto raccapricciante. Il rullo mediatico macina i morti a pranzo e a cena e l’abitudine è capace di rendere sopportabile cose spaventose. C’è solo la disumanità che abbiamo prodotto in questi anni, mentre dalla nostra passività dilagante osservavamo di tutto. La proliferazione di muri e fili spinati, le masse di cadaveri asfissiati durante trasposti disumani, o chiusa nei Tir come carne da macello avariata, bambini nascosti in posizione fetale dentro valigie, la marchiatura di massa degli esuli, bambini compresi, la marcia a piedi… Abbiamo ristretto il migrante in un ghetto che ce lo renda invisibile. Fino a configgerlo in una definizione di specie: “marocchino”, “afghano”, “somalo”, etc., a certificare che di fronte non abbiamo una persona, con la sua storia di vita, ma una molecola di un mondo inferiore che non vogliamo conoscere. Una razza, non un individuo. Un oggetto, non un umano. Rappresenta la disperazione di quanti muoiono cercando una nuova vita lontano da guerre e miseria. Dice il dramma di un mondo in disfacimento e rende ancor più sconfortante la consapevolezza della nostra impotenza, delle  coscienze passive, davanti al genocidio di cui, nostro malgrado, siamo corresponsabili morali. Perché quest’ecatombe ha responsabili politici ben definiti, che non sono certo in primis i trafficanti; questi sfruttano la situazione (e vanno per questo puniti) ma non la creano. Essa è, infatti, il frutto di un disegno, sia pur da apprendisti stregoni. Il mondo guarda, osserva registra ma sembra in balia di un meccanismo infernale. Parlare di solidarietà tra i popoli, di pace, oggi, mentre imperversano guerre, 50 aree di crisi e conflitti nel mondo, (si tratta del numero più alto registrato dalla fine della Seconda guerra mondiale, come documenta Raffaele Crocco nell’Atlante delle guerre); e il movimento pacifista difficilmente riesce a risvegliare le coscienze, colpa di una visione del mondo manichea (o sei con Zelensky o con Putin, o sei con Netanyahu o con Hamas), è un imperativo non più rinviabile. Come ammoniva Bertolt Brecht non possiamo trovare naturale quello che succede: “Vi preghiamo, quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale, in questi tempi di smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità. Di nulla sia detto: è naturale, nulla valga come cosa immutabile”. Non ci sono soluzioni ideali, ma soluzioni coraggiose che iniziano proprio dall’accoglienza dei migranti. C’è una frase che, durante la nostra guerra di liberazione, un anziano comunista, parafrasando un vecchio canto anarchico, così si rivolge ai figli: “Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo intero e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli”. Ecco, le idee di solidarietà, fratellanza e internazionalismo. Perciò auguri piccola Jacinta chiamata Yasmine, attendiamo tue nuove e buone notizie.