UNA TESSERA PER IL 2013

All’ultima riunione dell’Associazione Italia-Nicaragua (Roma 13 & 14 ottobre 2012) ci si è interrogati sull’utilità ed il senso della solidarietà internazionale, in una situazione nazionale ed internazionale profondamente mutata. A cosa serve un’Associazione, come la nostra, nella fase terminale del sistema dei partiti (una manciata di pifferai magici con il nome sul simbolo e l’illusione che una faccia valga un programma), in un paese sfigurato, senza una fisionomia propria, con un sistema industriale in disfacimento, un’economia divorata dall’ingigantirsi della finanza e della deindustrializzazione? Un paese dove, mentre si scontrano keynesiani e monetaristi, dilaga una corruzione tra le più devastanti, capace di fare un doppio danno. Non solo una tassa occulta in tempo di depressione economica, ma anche la miccia per tutte le voci del populismo antieuropeo e dell’antipolitica.

Un’Associazione come la nostra, Cenerentola dimessa ed umile, in difficoltà davanti alla sofferenza umana che ti sfiora quotidianamente, che trasuda fuori dall’uscio di casa. Il portato ormai visibile anche nella vita quotidiana della violenza del capitalismo neoliberista e delle politiche di austerità. I tanti crescenti “ultimi” che affollano le nostre periferie (extracomunitari, anziani, sbandati), che si muovono come intrusi spaventati nei nostri quartieri. Se si fa eccezione per il problema della fame, tamponato dalle organizzazioni caritative, la disperazione esistenziale di queste vite, che spesso hanno visto spezzarsi relazioni con figli, mogli, madri, rimasti in paesi lontani, è forse più irrimediabile di quella dei proletari di due secoli fa. La disperazione si mangia vive le vite: le proteste sulle ciminiere, sui tetti delle fabbriche e i suicidi, chi si dà fuoco (torce umane) perché perde il lavoro, sono episodi drammatici, espressione del conflitto sociale, rivendicazione estrema della dignità.

Sono morti atroci che tentano di scuotere l’opinione pubblica e vengono soffocate dalla politica e dai media. Le torce umane sono indizio di un malessere sociale profondo, ma sono anche un grido strozzato, soffocato, mutilato, che la politica dovrebbe sforzarsi di raccogliere e articolare. Nessuno vuole comprendere e raccogliere quel grido, non i partiti e non il sindacato, che non ha nemmeno la forza di dare un senso alle ragioni che possono spingere un uomo che perde il lavoro a togliersi la vita con un gesto così drammatico” (Anna Maria Rivera).

Questi morti non colpiscono perché sono raggruppate solo nel freddo registro delle statistiche. Tutto sommato chi cede in modo così irreparabile di fronte alla crisi ci appare come persona già minata e vulnerabile, un albero debole che il primo vento forte spazza via. Con quel cinismo inconsapevole che chiamiamo spirito di sopravvivenza siamo rassicurati dal fatto che questa sorte è toccata a lui e non a noi. Con tutto questo la solidarietà non può non confrontarsi, ma inevitabilmente “il Nicaragua si allontana” ed appare irrealistico far conoscere e rimanere solidali con le lotte che avvengono nel Paese centroamericano.

La situazione, per assurdo, sembra capovolta. Il modello sociale ed economico neoliberista, che dall’inizio degli anni ‘90 si era imposto in Nicaragua, è stato comunque messo in discussione dal governo di Ortega. Non c’è dubbio che progetti sociali dell’attuale governo nicaraguense hanno alleviato il peso economico per molte famiglie. Noi, invece, siamo nel pieno dell’offensiva neoliberista, dove i diktat della troika e la dittatura dello spread hanno legittimato la macelleria sociale, facendola apparire una dolorosa necessità. Si va dunque passando per una situazione di indebitamento simile a quella vissuta negli anni ‘80 in America Latina. Gli aggiustamenti strutturali che allora sono stati imposti a questi Paesi hanno condotto al saccheggio di tutto un continente. In gran parte, lo Stato sociale è stato dissolto e si è proceduto a privatizzare tutto quello che era possibile. Si è prodotta così una spaventosa miseria tra la popolazione ed è stata devastata la natura in misura maggiore che in qualsiasi epoca storica precedente. L’indebitamento è stato la leva che ha reso possibile sottomettere tutta l’America alla strategia di globalizzazione, che è cieca e irrazionale. Le ricette prescritte oggi da Bruxelles e da Francoforte ai paesi “sviluppati” del sud Europa sono identiche a quelle che per decenni il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale hanno imposto agli stati del Terzo mondo: non hanno mai fatto prosperare nessun paese, ma li hanno lasciati stremati, impoveriti, socialmente più feroci.

Cosi in Italia siamo passati dalla rivoluzione liberale-padana di Berlusconi e di Bossi, alla rivoluzione conservatrice, di cui Mario Monti è straordinario interprete, che da un quarto di secolo viene trasformando l’Italia nel segno della sovranità del capitale e dell’impresa. Ma il rigore di Monti vale per gli esodati, i pensionati e gli studenti, non per le armi; dimenticando che prima ancora di uccidere quando viene convertita in armi ed eserciti, la spesa militare uccide sottraendo risorse vitali a miliardi di esseri umani. Invece di investire nella cooperazione e nella prevenzione dei conflitti, continuiamo ad armarci fino ai denti, come l’acquisto degli F35, cacciabombardieri d’attacco. È puro nonsense tagliare i fondi alla scuola, all’università e all’innovazione e poi andare a indebitarsi per comprare armi da usare in Afghanistan, in una guerra che qualsiasi osservatore, se non è pazzo, dà per persa da anni. Ma, in realtà, non si tratta di nonsense. È la semplice integrazione del nostro paese, con un ruolo subordinato e servile, nel sistema dei poteri globali, militare e finanziario, che magari non coincideranno ma che sono prontissimi a cooperare per succhiare risorse alle province dell’impero.

Così come a pagare il prezzo non sono solo le classi lavoratrici, i disoccupati, i giovani, tutti i senza-potere del Vecchio Continente: a morire letteralmente di questa esclusione sociale dalla ricchezza di pochi e di questa cancellazione di diritti per tutti sono i migranti. I nuovi paria, i dannati della terra ai quali è negata ogni opportunità. Nel giro di qualche decennio il Mediterraneo è diventato il mare dell’intolleranza e della violenza sulle persone, ha incarnato il volto barbarico di un’Europa che pure voleva porsi al mondo intero quale modello di una superiore forme di civilizzazione. “Questa è l’Unione europea: cimiteri marini di migranti e campi di concentramento. Questo misfatto occidentale, questo crimine sotto gli occhi di tutti è il vero spread insanabile” (Tommaso Di Francesco). L’Italia, intanto, è diventata il paese che negli ultimi vent’anni ha concepito leggi sull’immigrazione strettamente decisamente razziste per impianto culturale, intenzioni e pratica. È facile chiamare razzista l’uomo-donna che aggredisce un altro uomo-donna solo perché di etnia, nazionalità o religione sgradita. Più arduo è percepire lo scandalo di leggi e procedure che costruiscono la disuguaglianza. Dare un nome alle cose serve a vederle. Si chiama “razzismo istituzionale” quel complesso di norme e politiche che tracciano una linea di separazione tra chi ha diritti e chi possiede solo incerte e revocabili concessioni.

L’atro aspetto è relativo alla nuova situazione che si è oramai consolidata in Nicaragua dal 2006 con il governo Ortega. A tutti gli effetti il Paese si è inserito nel nuovo corso dell’America Latina che sta guadagnando quelle conquiste sociali che l’Europa della democrazia invece sta perdendo un giorno dopo l’altro, miseramente. Protagonista il Venezuela che (con “il socialismo del XXI secolo” di Chàvez) sta tentando di costruire un blocco antiliberista alleandosi con Cuba e avvicinando alla sua dottrina alcuni paesi vicini, in particolare la Bolivia di Morales e l’Ecuador di Correa.

Nel caso del Nicaragua, non possiamo non riconoscere le cose positive, grazie proprio alla cooperazione venezuelana, fatte dal governo, tramite i programmi sociali, per alleviare la condizione di estrema povertà di ampli settori della popolazione e migliorare la grave situazione economica. Allo stesso tempo, il rispetto dei patti con il Fondo Monetario Internazionale, sulla stabilità dei conti pubblici, ha favorito la diminuzione del debito estero. Poi si può discutere se siamo in presenza di una continuità del neoliberismo, grazie anche all’appoggio ed al sostegno degli imprenditori locali; sulla gestione, non proprio trasparente, delle linee di credito del Venezuela; sulla politica se è assistenziale e populista; ma la vittoria elettorale, confermata nelle recenti amministrative, è anche la vittoria di quella parte del popolo che si rifiuta di essere inglobata all’informe massa di un mondo disegnato ad uso e consumo dei grandi gruppi di potere.

Perciò, come Ass.ne Italia-Nicaragua, continueremo a sostenere il governo nelle sue politiche sociali a favore della popolazione (come il ripristino di un sistema educativo e sanitario gratuito, nonché il rafforzamento di accordi regionali con i paesi dell’Alleanza bolivariana per le Americhe – ALBA), e a criticarlo nelle scelte che non condividiamo, come la proibizione dell’aborto. Consapevoli della situazione di estrema polarizzazione che vive oggi il Nicaragua, tra chi grida continuamente di trovarsi davanti alla dittatura e chi sostiene sempre e comunque il governo. Certo occorre aggiornare e ridefinire i nostri progetti, che mai comunque hanno voluto sostituirsi all’intervento pubblico, ma agire in sinergia.

È stato così con la formazione sindacale dei lavoratori della maquillas, fabbriche di assemblaggio edificate su terreni dichiarati “Zona Franca”, per non essere sottoposte ad alcuna legge nazionale, né al rispetto di alcun diritto costituzionale o sindacale. Una realtà, che per le condizioni di lavoro, si avvicina molto al progetto che Marchionne propone da noi: un lavoro senza diritti né soggettività, esposto al nudo potere dell’impresa, in una condizione di extra-territorialità giuridica che fa della fabbrica un luogo separato.

È stato così con la campagna a favore degli/delle ex-lavoratori e lavoratrici della canna da zucchero i caneros, affetti da Insufficienza Renale Cronica (IRC), che continua a fare vittime tra coloro che hanno lavorato nelle piantagioni o vissuto nelle vicinanze.

È stato così con il sostegno al settore dell’infanzia con l’organizzazione Dos Generaciones; e quello all’istruzione, dal sostegno alla campagna di Alfabetizzazione “Yo si Puedo”, all’adozione a distanza delle borse di studio per giovani universitari in difficoltà economica e con forte impegno nel sociale (Progetto “Nicaraguita”). La nostra attuale borsista è Erika del Carmen Flores Conde, originaria della comunità la Conquista, situata nel municipio di san Francisco Libre. Frequenta il 2° anno del corso di Infermiera Professionale all’Università Autonoma del Nicaragua a Managua. Attraverso i suoi studi si propone di poter offrire un buon servizio ai cittadini della sua comunità e dello stesso municipio in cui vive.

Cercheremo, ancora una volta, di dare voce alle due sponde dell’Oceano, approfondendo la conoscenza reciproca per trovare una unità d’intenti che confermi quanto sia comune la condizione di “esclusi” e quanto sia importante trovare parole che uniscano e azioni che ci mettano in relazione: perché la solidarietà resta una istanza profonda dell’umanità per quanto smarrita ed impaurita. Siamo persone che vorrebbero essere felici e cittadini per contratto sociale. Vogliamo solidarietà e la diamo. Contro l’oblio della natura, la competitività internazionale; in sintesi l’ingiustizia sociale e ambientale. Perché la storia umana è anche quella della solidarietà, della condivisione e redistribuzione delle risorse. Quella di tante piccole storie (di comunità), dove vinco solo io se vinciamo tutti, dove nessuno può essere felice se tutt’intorno è sofferenza, dove non importa quanto, ma come. Dove la libertà non è cosa che si possa vivere da soli. La libertà è uno stato di fatto e di mente collettivo, di doveri, gioia e solidarietà. Non si può essere liberi se non liberi gli altri. Per tutto questo ci affidiamo, ancora una volta, alla tradizionale generosità dei nostri iscritti e simpatizzanti, per continuare ad esistere e per non smettere di resistere. Insomma siamo pieni di ferite e forse moriremo senza aver vinto. È molto probabile. Non per questo accettiamo il ripiego della gestione dell’esistente o, peggio, il cinismo di chi non crede più ad alcuna utopia. Dunque vi aspettiamo puntuali e siamo certi che sarete ancora dei nostri.

Un grazie di cuore a tutti voi che ci avete seguito in questo difficile 2012 ed anticipatamente Auguri di Buon Natale e di Buon Anno.