Il grado di civiltà di un popolo si misurata da tante cose; ma quando si pensa di riattivare i manicomi (proposta di legge “Disposizioni in materia di assistenza psichiatrica” del 17 maggio 2012), di riportare così l’Italia indietro di 35 anni, riproponendo metodi e luoghi di intervento indegni di un Paese che, con Franco Basaglia, ha cambiato il modo di considerare i “matti”, scegliendo la civiltà e sancendo il definitivo superamento dei manicomi e di tutto ciò che essi rappresentavano, allora si sta distruggendo la civiltà umana.
Quando si smantella il welfare (la “macelleria sociale” come l’ha definita il Presidente degli industriali, non un minoritario militante extraparlamentare), ad iniziare dai servizi sociali e sanitari (nella nostra provincia basta soffermarsi sul documento diffuso il 30 giugno scorso dalla Consulta Dipartimentale perla Salute Mentaledella Asl di Viterbo), e si aggredisce selvaggiamente i diritti umani fondamentali delle persone appartenenti alle classi sfruttate e oppresse, allora stiamo distruggendo la civiltà umana.
Quando si sperperano enormi risorse pubbliche per fare la guerra e per acquistare sofisticate armi assassine, (come i cacciabombardieri di nuova generazione armarti con testate nucleari e programmati per colpire per primi), senza che nessuno sia in grado di spiegare l’utilità dei risultati sanguinosi ottenuti con tutte le guerre post-moderne alle quali abbiamo partecipato negli ultimi vent’anni, dall’Iraq alla Libia, allora è la nostra civiltà umana che stiamo distruggendo.
Quando, grazie alle nostre criminali leggi razziste, i migranti muoiono senza far rumore in mezzo al Mediterraneo, proibendo loro di entrare legalmente e semplicemente nel territorio del nostro Paese (valga per tutti il patto stipulato tra Italia e Libia, il 3 aprile scorso, che ricalca tutte le precedenti scellerate intese tra Roma e Tripoli, soprattutto in tema di respingimenti in mare – pratica per la quale l’Italia è già stata condannata dalla Corte di Strasburgo il 23 febbraio scorso), allora si sta distruggendo la civiltà umana.
Quando si usa la crisi per comprimere diritti, reddito e pretese del lavoro (l’Italia non è più allora una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”): “Noi stiamo cercando di proteggere gli individui non i loro posti di lavoro. L’attitudine della gente deve cambiare. Il lavoro non è un diritto, bisogna guadagnarselo, anche attraverso il sacrificio“, dichiarazione di Elsa Fornero (il peggior ministro del lavoro della storia repubblicana), a favore di rendita e profitto, portando alle estreme conseguenze quel trasferimento di risorse (mediamente il 10% del Pil) dal lavoro al capitale che ha caratterizzato l’involuzione economica dell’Occidente nel corso dell’ultimo trentennio, che cosa stiamo distruggendo se non la civiltà umana?
Qualcuno ritiene che la chiusura d’una fabbrica al giorno, la disoccupazione crescente, il decadimento dei servizi e l’impoverimento di fasce sempre più ampie della popolazione non abbia pesanti ricadute sullo stato di salute della democrazia italiana? Sono fatti che corrodono il tessuto sociale e la convivenza civile, di cui ovviamente la democrazia paga il conto. E infatti la fiducia nelle istituzioni democratiche è in declino e l’antipolitica fiorisce. Certo, si può orientare il declino della fiducia contro i partiti. Che sono divenuti il capro espiatorio della grande stampa, di Beppe Grillo e talora di sé medesimi. Il risultato è che l’instabilità si accompagna con una spinta a destra, favorita dalla crisi dei partiti e dalla politica come l’abbiamo conosciuta.
Per noi, dell’Associazione Italia-Nicaragua, che non abbiamo la memoria corta, i diktat della Bce e della Commissione europea somigliano come gocce d’acqua alle ricette che il Fondo monetario e la Banca mondiale prescrivevano alle economie “malate” (causa debito pubblico) del cosiddetto Terzo mondo. Gli esiti di quelle terapie erano devastanti: guarivano le malattie, ma uccidevano i pazienti. In sostanza, l’uso, ieri, del debito pubblico del Sud del mondo non è poi troppo diverso da l’uso che ne viene fatto oggi qui nel Nord, per giustificare tagli e dismissioni di servizi. Ci riferiamo a quella prima fase del neoliberismo che ha livello mondiale si impone con la Thatcher (porta in Inghilterra i conservatori alla vittoria nel 1979 proprio con la prima campagna neoliberista dell’Occidente), e con Ronald Reagan (eletto presidente Usa nel 1980 e rieletto nel 1984). In Italia la svolta avviene nel 1985, con il governo Craxi, preceduta dalla vertenza Fiat, la marcia dei quarantamila nel 1980 e seguita dalla sconfitta del referendum sulla scala mobile. (Su questa prima fase del “neoliberismo”, che ha portato al finanzcapitalismo attuale, ci impegniamo a ritornate in maniera più approfondita sul prossimo numero del bollettino).
Tutto questo ha fatto sì che siamo diventati un popolo di miopi, scarsamente pensatori e per nulla sognatori, che vivono in un sistema dove la politica si fa nella Banca centrale europea (basta leggere il testo della famosa lettera “strettamente riservato” a firma di Jean Claude Trichet e Mario Draghi), che credono alla crisi così come ce la stanno raccontando. Non dovrebbe essere estremamente difficile capire, per esempio, che la crisi non riguarda tutti in egual misura, che non colpisce ciecamente come le pestilenze medioevali “il papa e i dementi, il re e le sue genti”; e non sarebbe male identificare chiaramente “vittime, carnefici, spettatori”. Perché non è vero che siamo tutti sulla stessa barca; ci sono responsabilità diverse, disuguaglianze inaccettabili, disparità di trattamento e di accesso alle vie di fuga.
Uscire da questa situazione non è cosa né facile, né semplice. Le proposte però non mancano (basta vedere quelle avanzate dalla campagna Sbilanciamoci www.sbilanciamoci.org o dal Forum Internazionale “Un’altra strada per l’Europa”): riduzione delle spese militari, chiusura dei Centri di identificazione ed espulsione, abolizione dei fondi alle scuole private, eliminazione e riduzione stanziamenti grandi opere, ridimensionamento della finanza, rovesciamento delle politiche di austerità, investimenti per una transizione ecologica, creare nuovi lavori e uscire dalla recessione con un altro modello di sviluppo. Il problema, drammatico, è l’assenza del soggetto politico che si faccia carico di queste proposte, che sia capace di superare la frammentazione esistente tra l’io e il noi, tra i bisogni e le aspirazioni, di rimettere al centro della riflessione le cause del malessere di ciascuno e di tutti nel mondo attuale che producono paure e angoscia, e far convergere gli obiettivi del loro superamento verso la comunità di senso (nell’economia, nella politica, nella vita affettiva, nei rapporti sociali) per ridare forma alla speranza, l’unico antidoto vero al declino attuale e alla catastrofe in via di realizzazione.
Tuscania, 27 luglio 2012. (Editoriale: “Stiamo distruggendo la civiltà” del bollettino “Quelli che Solidarietà “N° 5 Settembre – Ottobre 2012)
Nota Bene: la prossima riunione dei Circoli dell’Associazione Italia-Nicaragua si terrà a Roma il 13 & 14 ottobre 2012.

