Con la pandemia il pianeta ha fatto sentire la sua voce. Milioni di persone hanno condiviso paure, angosce, dolore, isolamento, solitudine. È esplosa la fragilità dei corpi e delle nostre vite. Così l’epidemia si inserisce all’interno delle questioni che necessitano di una risposta su scala planetaria: catastrofe ecologica, le guerre, povertà e crescita delle disuguaglianze (ogni anno morte di milioni di persone per mancanza di alimentazioni di base e farmaci salva-vita). Questioni che non possono più essere declinate in chiave nazionale, ma ripensate a livello globale: non è più accettabile che si consideri politicamente rilevanti sole le disuguaglianze all’interno dello Stato, e lasciando a una sorta di fatalità quella al di là dei nostri confini. Il dramma di centinaia di migliaia di migranti ciascuno dei quali fugge da un problema irrisolto. Significa lasciare alle forze non democratiche o antidemocratiche, campo libero per costruire il nuovo ordine mondiale, basato sulla guerra. Che sembra avere sopravanzato l’enunciato di Von Clausewitz che la voleva “continuazione della politica con altri mezzi“, per essere uno strumento diretto della politica. Dal 1991 in poi, non c’è stata nessuna guerra dell’Italia, perché nessuna dichiarazione è stata fatta, perché si è trattata di interventi “umanitari” e quindi, in maniera surreale, non sarebbe stato cancellato il famoso articolo 11 della nostra Costituzione che “ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali“. Si pensi alle tante guerre mediorientali: dall’Afghanistan quale improbabile vendetta dell’11 Settembre, alle armi di distruzione di massa che non c’erano nel 2003 in Iraq, dal sostegno riuscito alla rivolta contro Gheddafi e alla destabilizzazione riuscita della Libia e quella ancora più sanguinosa e non riuscita in Siria. Le nuove guerre sono così democratiche da essere non-guerre; in un vortice di generale rimozione. Conflitti che ormai si caratterizzano, quasi esclusivamente, per la perdita di vite civili piuttosto che militari, vista la scelta dei bombardieri aerei, i droni che colpiscono a distanza nell’indistinto territorio nemico, cancellando l’esistenza di esseri umani in carne ed ossa, nome e cognome. Le bare che non vedremo mai sono le loro. Noi abbiamo imparato non solo a volgere lo sguardo, ma a misconoscere del tutto. Dalle “nostre” guerre fuggono milioni di esseri umani, che provano disperatamente ogni giorno ad attraversare la barbarie dei muri della fortezza Europa. Una “nazione” fantasma: che ne sarà di loro e cosa ne facciamo? “C’è una linea immaginaria eppure realissima, una ferita non chiusa, un luogo di tutti e di nessuno di cui ognuno, invisibilmente, è parte: è la frontiera che separa e insieme unisce il Nord del mondo, democratico, liberale e civilizzato, e il Sud, povero, morso dalla guerra, arretrato e antidemocratico. È sul margine di questa frontiera che si gioca il Grande gioco del mondo contemporaneo” (Alessandro Leogrande).

Semplificheremo anche troppe le cose, ma crediamo che i rapporti tra i popoli possono esseri basati sulla solidarietà; questa espressione “ternura” che è ancora portatrice della delicatezza, della tenerezza, di un mondo gentilmente umano: della cura paziente dell’affettività. Così, siamo ancora qui, espressione di quella forza gentile che esclusivamente può impedire la sconfitta, davanti alla brutalità dei tempi. Di quella gentile resistenza al disastro nazionale, che ci permetta di sollevare un pò lo sguardo dalle macerie in mezzo alle quali camminiamo. Consapevoli che quando si parla di solidarietà ci sono due strade: sembrano simili, in realtà vanno in direzioni opposte. Una solidarietà che ha degli aspetti positivi ma che si limita all’assistenzialismo, e in questo modo conferma, anzi rafforza, il sistema economico dominante di sfruttamento, il neocolonialismo sui diseredati del mondo. La strada da percorrere è quella della solidarietà liberatrice (Giulio Girardi), che mette in discussione il neoliberismo. Dom Hélder Càmara, il grande vescovo di Olinda e Recife, aveva capito tutto: “Quando do da mangiare ai poveri, diceva, mi battono le mani; quando domando perché i poveri hanno fame, mi chiamano comunista”. “Io non credo nella carità. Credo nella solidarietà. La carità è verticale, quindi umiliante. Va dall’alto verso il basso. La solidarietà è orizzontale. Rispetta gli altri e impara dagli altri” (Eduardo Galeano). La solidarietà internazionale rappresenta qualcosa di più di una affermazione formale, rappresenta la base ineliminabile del funzionamento minimo dell’umano, quello che “gira” a prescindere dal pil, dallo spread, dal crash e dal mibtel. La solidarietà fa parte di quelle cose che non possiamo permetterci di perdere, senza perdere nel contempo anche la nostra umanità. Come dimostra l’epidemia del coronavirus, i mali che affliggono un’altra popolazione, anche se lontana, ci riguardano e, prima o poi, presentano il conto se non saremo capaci di reagire costruendo un tessuto di solidarietà tra i popoli. Crediamo di vedere ancora una vita futura, nonostante i tempi brutali per tutti. Così cerchiamo faticosamente di mantenere un minimo di informazione su quanto avviene in Nicaragua, sul Centroamerica e l’America Latina. Ed è per questo che siamo di parte, certo, ma forse non dalla parte sbagliata. Per questo certe scelte sono semplici 5×1000 all’Associazione Italia-Nicaragua – Itanicaviterbo OdV. Sostenete la Solidarietà Internazionale “Tenerezza dei Popoli”