TEMPI PRESENTI (Gennaio 2021)

Siamo entrati nel 2021 sotto il segno della somministrazione di quel bene naturalmente globale che è il vaccino, quando l’attenzione mondiale si è concentrata su quanto succedeva il 6 gennaio negli Stati Uniti, con le immagini sconvolgenti dell’assalto insurrezionale dei sovversivi pro-Trump al Parlamento. Avvenimento che è stato paragonato alla caduta del Muro di Berlino o all’11 Settembre. Certo è andata in crisi l’immagine degli Usa contrabbandata come “faro mondiale della democrazia”. Il Paese “esportatore della democrazia” con guerre devastanti come quelle in Afghanistan, Iraq e Libia, ha perso la faccia e non da oggi. Nel settembre scorso la Brown University ha reso pubblico un rapporto sui dati raccolti dopo l’11 settembre 2001 fino al 2019: dall’inizio della cosiddetta guerra americana al terrore, i conflitti iniziati o partecipati dagli Stati uniti in otto paesi (Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen, Somalia e Filippine) hanno provocato almeno 37 milioni di rifugiati, un numero quattro volte superiore alla prima guerra mondiale, tre volte la guerra Usa in Vietnam e quasi lo stesso della Seconda guerra mondiale. La stima più reale si aggira sui 59 milioni. Una popolazione pari all’Italia. Il punto è che anche senza Trump, ideologia e prassi del trumpismo restano, come restano neoliberismo, disuguaglianze e divisioni sociali. Ha scritto Alessandro Portelli. “C’è un cuore di tenebra in America, ne vediamo i contorni dal di fuori, ma non capiamo che c’è dentro (…) Dobbiamo entrare in questo cuore di tenebra e cercare di capire, non per dargli ragione ma per riconoscere le cause e cercare di affrontarle e risolverle (…) Le radici affondano anche nel lato oscuro della più luminosa tradizione americana: per esempio, in una visione della libertà declinata fin dall’inizio in termini individuali (senza fraternità e uguaglianza), quindi leggibile anche come conflitto fra individuo e stato (…) Il cuore della democrazia è il conflitto, e la democrazia non consiste nell’azzeralo ma nel fare in modo che possa avvenire senza spararsi addosso. La riconciliazione comincia col ristabilire le regole, ma soprattutto col reinventarle in modo che siano condivise per davvero”.

In Italia, ancora attraversata da una pandemia che l’ha messa in ginocchio, è andato in scena il teatro dell’assurdo di una crisi di governo, incomprensibile ai più, dettata da una brutale questione di potere di Matteo Renzi (di cosa è capace lo sappiamo bene: dal Jobs act al referendum costituzionale), e dallo scontro di potere in vista dei fondi europei (i Recovery Fund che la Confindustria vuole accaparrarsi mediante un governo di suo gradimento), che dovrebbero servire alla rinascita del Paese. Indipendentemente da come andrà la crisi di governo, senza forti mobilitazioni sociali i soldi saranno assolutamente insufficienti e tutti finalizzati a conservare l’esistente. Del resto, il covid non è stato una “livella” che ha reso tutti più poveri. È stato al contrario: un acceleratore dell’ingiustizia sociale. Le amarissime disuguaglianze di quella che è per tutti la stessa “tempesta” ma non la stessa “barca”. Il rischio è che la famosa ripresa, se e quando arriverà, aggraverà ingiustizie e diseguaglianze. Siamo del resto una civiltà emotivamente fragile che è rimasta intrappolata nella crisi sociale ed etica del 2008, diventando fortemente più egoista e iniqua. Una fetta notevole della popolazione ha sostenuto e approvato chi non tollerava le persone in fuga dalle guerre, dai campi del nuovo sterminio, chi denunciava il personale delle navi che salvavano vite, nei discorsi da bar molte persone hanno augurato la morte o l’hanno considerata giusta perché ognuno ha il suo posto, il suo territorio, il suo paese, si può viaggiare per lavoro e per buontempo, ma non si può fuggire da una condizione intollerabile. Solo un Paese con l’anima marcia come il nostro non riesce a vedere la gigantesca crisi umanitaria che da mesi si è aperta nei Balcani: “Per le migliaia di esseri umani che la stanno vivendo, e per il diffuso disinteresse che la circonda. Spesso sprezzante, come ormai ci hanno abituato governi esponenti politici e media sovranisti, un po’ meno spesso “obbligato”, per complicate e spaventevoli condizioni di vita dovute al virus. La famigerata Rotta balcanica, si è trasformata in una eterna Via Crucis. Silenziata, negata, rimossa, se non dall’intervento di zelanti forze dell’ordine che ristabiliscono meccanicamente l’ordine della forza. Contro un esercito di sproporzionate dimensioni, che non può difendersi se non con la propria disarmante debolezza, prevalgono con facilità” (https://animainpenna.wordpress.com).

Non ci sono, purtroppo, solo i Balcani, si pensi alle migrazioni in Centroamerica. Almeno 12 le carovane partite dal 2018 per raggiungere gli Usa. L’ultima, a metà gennaio, composta da circa 9mila honduregni violentemente fermata dalle forze di sicurezze guatemalteche. Ed ancora, il dramma del Mediterraneo, spazio di eliminazione fisica pianificata dei migranti che non si voglio fare arrivare in Europa. è in questione non solo il diritto alla vita e la dignità di persone migranti, ma anche la nostra dignità e la dignità della nostra Repubblica. La parziale revoca di alcune parti particolarmente abominevoli dei cosiddetti “decreti sicurezza della razza” è stata certo un passo, timido e incerto, ma comunque un passo verso il ripristino della legalità e della democrazia nel nostro paese, tuttavia questo passo è del tutto insufficiente. Non sarà la semplice revisione dei Decreti Salvini a fermare le stragi nel Mediterraneo, perché il fenomeno delle migrazioni è strutturale. È l’altra faccia di una globalizzazione (neocolonialismo) in cui un Occidente sempre più armato ed aggressivo è in grado di imporre i propri interessi a quegli Stati che non sono in grado di tutelare la propria sovranità e le proprie risorse, specie il petrolio.

Infine vogliamo ricordare la figura di Lidia Menapace)

(ci ha lascito il 7 dicembre 20209), partigiana (nome di battaglia “Bruna”), democristiana, pacifista, femminista, comunista, senatrice, credente, intellettuale, saggista, ecc. Chi pensa che la politica sia una cosa sporca, dovrebbe leggersi i suoi articoli e i suoi libri, per scoprire finalmente una politica pulita, colta, generosa. Una politica che voleva cambiare lo stato di cose presente. “Io sono una che ha mangiato pane e politica da ragazzina, che ha fatto politica da adulta, che si è impegnata per le donne e per la pace. Di quel che ho fatto io resto orgogliosa, assolutamente. E non ho voluto neanche la piccola pensione che mi era stata assegnata dopo la liberazione. Non ho mica fatto la Resistenza per guadagnare”. Alcuni di noi l’avevano conosciuta al tempo della militanza nel PDUP (Partito di unità proletaria per il comunismo), un piccolo partito che, tra le molte ambizioni, aveva quello di unificare tradizioni politiche diverse. Come Associazione Italia-Nicaragua ci piace ricordare almeno le due iniziative realizzate a Viterbo dove partecipò come relatrice, nell’ottobre 1995 sulla IV conferenza mondiale delle donne (Forum di Huairou); nel maggio 1999 al convegno di Rosa Luxemburg. Non sentiremo più la sua voce, non vedremo più il suo sorriso, non avremo più il suo esempio, ma è certo che non la dimenticheremo.

Un ultimo appello economico. Chiedere un aiuto, in piena pandemia e crisi economica, suona paradossale e pure fastidioso. Tuttavia senza questo aiuto, che si può tradurre semplicemente nel rinnovo della quota sociale (20 euro) l’associazione non ha motivo né modo di esistere.

Grazie anticipatamente.