TEMPI PRESENTI (Maggio 2019)

Il prossimo 26 maggio ci sono le elezioni amministrative ed europee che nessun voto vada ai partiti del governo razzista e golpista. Non un voto ai partiti del governo colpevole di omissione di soccorso nei confronti di naufraghi in pericolo di morte, e di sabotaggio dei soccorritori volontari che salvano vite umane nel Mediterraneo, negando loro approdo in porti sicuri in Italia. Non un voto ai partiti del governo colpevole della conclamata volontà, espressa in più forme ed occasioni, di far sì che i naufraghi superstiti siano respinti in Libia, dove essi tornerebbero con tutta probabilità ad essere vittime di segregazione in lager, schiavitù, torture e costante pericolo di morte. Non un voto ai partiti del governo colpevole di persecuzione razzista ed effettuale favoreggiamento della riduzione in schiavitù attraverso criminali e criminogene misure contenute nel cosiddetto “decreto sicurezza della razza”. Non un voto ai partiti del governo colpevole di sequestro di persona aggravato, reato per il quale i complici del governo che siedono in Senato hanno impedito alla magistratura italiana di procedere nei confronti del Ministro dell’Interno reo confesso, garantendo così una scandalosa impunità al ministro e al governo. Non un voto ai partiti del governo colpevole di reiterata istigazione all’odio razzista e apologia del delitto di omissione di soccorso. Non un voto ai partiti del governo colpevole di violazione di convenzioni internazionali, di leggi ordinarie, e della stessa Costituzione della Repubblica italiana, al fine di attuare una criminale politica razzista.
Non un voto ai partiti del governo razzista e golpista. Alle elezioni amministrative ed europee non un voto ai partiti razzisti.

Non sappiamo come andranno le elezioni europee. Quanto consistente e quanto pericolosa sarà la spinta reazionaria e razzista nel nostro continente. Quanto i popoli europei saranno stati contagiati dalla demagogia autoritaria e risucchiati nella meschineria dell’egoismo sociale. Quanto le classi subalterne, per dirla con la manualistica marxista, saranno sfuggite alle classi dominanti per affidarsi a nuovi e più feroci sfruttatori. Quanto insomma le vittime si saranno consegnati ai loro carnefici. Non che le suddette classi subalterne non abbiano ragioni e consapevolezza di quanto siano state maltrattate e marginalizzate dalle politiche di austerità e di quanto l’attuale assetto europeo scarichi proprio su di loro l’impatto della crisi economica, spossessandole e indebolendole, il neoliberismo imperante come “pensiero unico”. Anzi, la crescita di queste nuove destre (razziste, xenofobe, nazionaliste) è la diretta conseguenza delle attuali politiche antisociali, che hanno generato squilibri economici e diseguaglianze sempre più accentuate. Impoverendo i poveri e arricchendo i ricchi. Se dunque il neoliberismo costituisce il substrato sul quale prospera e prolifica ogni forma di nazionalismo è evidente che non si può combattere l’uno senza contemporaneamente contrastare l’altro. Tra queste due “soluzioni” (europeisti ortodossi & sovranisti nazionalisti) è in corso uno scontro politico; ma uno scontro solo apparentemente antagonista. Entrambe ambiscono a governare i processi economici con un’impronta seccamente liberista, favorendo entrambi accumulazione e profitto, oltreché prosciugando la spesa sociale e indebolendo la funzione pubblica. Sono compagini politiche certamente diverse, per idealità, cultura e stile, ma non molto dissimili nell’aderire a un modello di sviluppo che alimenta gli interessi e comprime i bisogni. Sia gli uni che gli altri vanno dunque contrastati. In sostanza, la posta che si gioca nelle elezioni europee è quella di far emergere una posizione  alternativa (di sinistra), tanto al pensiero europeista delle attuali leadership neoliberiste, quanto ai nazionalisti sovranisti.  Certo nel nostro paese la sinistra si trova in una situazione particolarmente critica, per usare un eufemismo; ma nel nuovo parlamento europeo ci sarà davvero bisogno di una sinistra coerente, se i vecchi equilibri fondati sull’intesa tra popolari e socialisti, molto probabilmente non terranno, provocando con la crescita dei nazionalisti uno spostamento a destra dell’asse politico.

Resta il fatto, che la scelta di costruire una Europa prima per via economica, contando che poco per volta essa si potesse dare una struttura e un volto politico, si è rivelata fallimentare. Non era figlia del Manifesto di Ventotene, la dichiarazione redatta da un gruppo autorevole di antifascisti italiani nell’isola in cui Mussolini li aveva confinati. Non sarebbe male diffondere oggi quel testo che influenzò moltissimo la scrittura della Costituzione Italiana del 1948, nient’affatto i tanti Trattati europei. E proprio la Costituzione Italiana, abbastanza unica in occidente per aver sottoposto il diritto di proprietà a pesanti limitazioni e per aver dichiarato la guerra illegittima se non come resistenza all’invasore, fu di intralcio all’ingresso dell’Italia nel primo embrione europeo. La rilettura del Manifesto di Ventotene è importante anche per documentare quanto diversa da quell’ipotesi sia l’Unione che si è concretamente realizzata. Da un Trattato all’altro il dna non ha subito alterazioni, fino al Trattato di Maastricht, il più grave, perché arriva all’enormità giuridica di costituzionalizzare una specifica scelta politica, quella liberista (rendendo illegittimo ogni intervento regolatore del mercato e introducendo un limite sostanziale allo stato sociale), sottraendola alla decisione dei parlamenti. “È ancora possibile salvare lo spirito di Ventotene? Ha ancora un senso lo slogan “Un’altra Europa è possibile”, che tutti continuiamo a declamare? Io credo di sì; considero anzi indispensabile provarci. Per una ragione su cui tutti i nuovo “sovranisti” dovrebbero riflettere: oramai le decisioni più importanti non vengono assunte né dai parlamenti nazionali, né da quello europeo. Esse sono il risultato di accordi commerciali privati presi a livello globale da gruppi finanziari o imprenditoriali. Esercitare un controllo democratico a livello globale è praticamente impossibile. La sola possibilità che abbiamo di poterle condizionare dipenderà dalla capacità che avremo di riuscire a disarticolare il mondo in macroregioni continentali entro le quali possibile ricostruire un potere democratico. Fra queste l’Europa è quella che ha più possibilità di riuscire nell’intento, perché nonostante tutti i suoi peccati, è pur sempre tuttora il maggiore e più significativo contenitore di diritti democratici e sociali storicamente acquisiti. In virtù delle lotte che qui si sono svolte e delle rivoluzioni che hanno avuto luogo” (Luciana Castellina).

Il problema è ancora più difficile, perché se non riusciremo a costruire una vera comune società civile e politica europea, (unificare una opinione pubblica frantumata che rende possibile mettere uno contro l’altro e preservare i peggiori pregiudizi reciproci) sarà difficile continuare a rivendicare una solidarietà continentale che oggi non c’è; né potremo continuare a prendercela solo con il ministro tedesco Wolfgang Schauble, perché a dire di no a una redistribuzione di risorse sarà ancora e sempre lo stesso operario tedesco, convinto che è meglio affogare la Grecia perché “i greci (e/o gli italiani e gli spagnoli) non lavorano”. Costruire a livello dell’UE quel soggetto collettivo che fino ad oggi non abbiamo prodotto e senza del quale ogni nostro progetto di mutamento delle attuali politiche di Bruxelles restano parole al vento. Le risposte vanno cercate collettivamente, dentro e contro le relazioni sociali dominanti. Lo scenario internazionale rappresentato dai Trump, i Bolsonaro, gli Orban e i loro emuli sparsi a ogni latitudine (non ultimo a casa nostra) richiederebbe un’Europa unita e coerente con i suoi valori fondativi di Ventotene; con una politica estera autonoma e non subalterna ed obbediente agli Stati Uniti. Basta osservare quanto avviene in America latina, dove il conflitto in corso in Venezuela ha perso la sua condizione di “problema interno” ma è debordato. Non c’è più una crisi venezuelana: c’è una crisi mondiale, internazionalizzata dalla spregiudicatezza e violenza dell’Amministrazione Usa. Il presidente Trump ha rispolverato la dottrina Monroe e vuole riprendere il dominio del “patio trasero” – cortile di casa – degli Stati uniti e abbattere il “socialismo” in Venezuela, come pure a Cuba e in Nicaragua. Per ottenere questo risultato “tutte le opzioni sono sul tavolo” è il refrain della presidenza Trump, dall’intervento militare, alle forme già in corso di guerre non convenzionali, in primis la disinformazione fatta di fake news. Infine come Associazione Italia-Nicaragua di Viterbo non possiamo non commentare quello che è avvenuto nella città di Viterbo. Dapprima la denuncia delle violenze avvenute nel carcere Mammagialla, documentate dall’Ass.ne Antigone, poi nel volgere di pochi giorni due crimini orrendi. Il pestaggio e lo stupro di una giovane donna da parte di due neofascisti, uno dei quali pubblico amministratore in Comune della provincia. L’omicidio di un commerciante, commesso con inaudita ferocia. La manifestazione che si è svolta il 4 maggio è stata una prima testimonianza corale della volontà di soccorrere ogni persona bisognosa di aiuto, di porsi dalla parte delle vittime, di contrastare l’orrore con la ragione, il diritto e la solidarietà. “Questo pensiamo: che alla barbarie occorre opporre la civiltà. Che alla disumanità occorre opporre l’umanità. Che alla violenza occorre opporre la nonviolenza. Che ogni vittima ha il volto di Abele. Che il primo dovere è salvare le vite” (Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo).