È difficile comprendere il presente, sconvolto da vortici e tornado, guerre imprescindibili e paci che improvvisamente ne squarciano l’ineluttabilità; genocidio in diretta e migranti che muoiono lungo i confini, nel silenzio indifferente e complice. È un potere che si identifica con la mera forza. “Non vuole nemmeno solo gestire le istituzioni democratiche, ma smantellarle; grida oscenità innanzi al mondo (Trump) o balbetta ipocrite retoriche stantie (i governanti d’Europa), e ha perso il senso del diritto come limite, del diritto teso alla garanzia della dignità umana, del diritto come alternativa alla guerra” (Alessandra Algostino). I palestinesi come animali umani, il vanto per i migranti deportati in catene: è la violenza disumana del potere, dove l’unica logica è quella della forza, l’unico futuro che viene prospettato è la guerra. Israele non è l’unica democrazia del Medioriente, ma piuttosto una potenza militare coloniale, guidata da estremisti religiosi, senza alcun rispetto per la sovranità delle nazioni e l’esistenza di altri popoli. Fin dalla sua nascita ha investito nella propria immagine, raccontandosi con toni leggendari e mitici (il piccolo Davide che sconfiggeva il Golia arabo, la Terra promessa che si faceva reale, la mano che aveva tramutato il deserto in giardino) e negando le radici della sua fondazione, la pulizia etnica dell’80% della popolazione palestinese che fino al 1948 abitava quelle terre. Si è raccontato come democrazia occidentale inviando un doppio messaggio: ai propri “simili”, Europa e Stati uniti, e ai propri nemici, i palestinesi e la regione mediorientale. Oggi, gli obiettivi di Netanyahu, sono chiari a tutti: l’occupazione a tempo indeterminato della Striscia e la cosiddetta “emigrazione volontaria”, cioè la pulizia etnica di oltre due milioni di palestinesi. Gaza non è soltanto Gaza, e non riguarda solo i palestinesi. Stiamo assistendo in diretta a un esperimento sociale per saggiare i limiti del moralmente accettabile, e il fatto che molti governi nominalmente democratici non riescano a opporre una resistenza efficace a chi lo sta portando a termine è un presagio di un futuro terrificante. Da decenni non vengono imposte sanzioni reali e concrete a Israele per le violazioni continue del diritto internazionale e dei diritti umani più elementari. Garantiamo a Israele l’impunità più assoluta e trattiamo Netanyahu come se non avesse sulla testa un mandato di cattura della Corte penale internazionale. Noi non siamo mediatori come facciamo finta di essere, siamo alleati di Tel Aviv e complici del genocidio in atto.

Il diritto internazionale, la sua missione pacificatrice del mondo, sfibrato da doppi standard, cessa semplicemente di esistere, squalificato, deriso ignorato, e chi osa evocare il diritto è dileggiato e stigmatizzato. Il diritto internazionale non è un costrutto astratto, è politica. Si forma lentamente, goccia dopo goccia, attraverso trattati conclusi fra governi, accompagnata dalla convinzione degli Stati della loro doverosità. Il diritto è imparziale di fronte agli interessi egoistici di ciascuno, parla sempre lo stesso timbro. I governi invece cercano di distorcere le regole a proprio favore o peggio ancora di distruggerlo, esemplare il tentativo di annientare la Corte penale internazionale sotto le minacce israeliane, le accuse di antisemitismo e le sanzioni degli Stati uniti contro giudici e procuratori “colpevoli” del tentativo di arginare legalmente il genocidio e l’occupazione militare. E l’Europa? “Dobbiamo difendere ciò che siamo, la nostra cultura, l’identità, la civiltà occidentale”. È il disco rotto della “guerra di civiltà”, che la Meloni recita a memoria e per questo piace. Però se guardiamo la storia, il 1492 è la data che ha segnato l’inizio del più grande genocidio della storia umana, con 70 milioni di morti, causati nel cosiddetto Nuovo Mondo, dalla feroce invasione dei paesi europei. Gli stermini, gli spossessamenti di terre e risorse, le deportazioni, lo schiavismo, il razzismo, le assimilazioni forzate, sono tutti fenomeni figli della civiltà occidentale. Anche le crociate sanguinarie, le persecuzioni contro donne e infedeli, i roghi, le invasioni coloniali, le guerre mondiali, il fascismo, il nazismo, l’olocausto, le leggi razziali, gli innumerevoli golpe, le “guerre chirurgiche”, le “guerre umanitarie” ecc., sono tutti figli partoriti dalla nostra civiltà occidentale, che ora vaneggiamo di dover difendere preventivamente da qualcuno. Le contraddizioni attuali di un’Unione europea votata all’ordolibrerismo la rendono incapace di sfuggire all’epidemia di cecità che la precipita nella brutalità della guerra come unico orizzonte. Una Fortezza Europa che si riarma e chiude le frontiere, inventando nemici preventivi, guerre preventive, invasioni migratorie preventive, tutto per difendere un’idea di civiltà occidentale eurocentrica, dove si dice che occorrano la forza bruta, la potenza bellica e il potere economico, cancellando da ogni ipotesi la diplomazia, la solidarietà, l’accoglienza, le aperture e gli scambi culturali, la giustizia sociale, i diritti umani, i diritti ambientali e tutto ciò che sarebbe davvero necessario per far crescere una società civile e pacifica.

La realtà, è che senza una politica e senza un progetto, Bruxelles sta diventando un obbediente periferia di un impero in disfacimento, si veda la resa incondizionata sui dazi a Trump che bloccano il modello economico guidato dalle esportazioni tedesche; gli acquisti di energia Usa fanno saltare il Green Deal europeo; le armi americane fanno dell’Europa una guarnigione militare. Peraltro senza aver compresa la logica delle azioni del presidente Usa. “Trump non è imprevedibile perché matto, ma perché agisce in una temporalità misteriosa, fatta di momenti e non di fasi, di decisioni e non di processi. Come non ci si bagna due volte nello stesso fiume, non si incontra mai due volte lo stesso Donald. Il suo obiettivo è sempre lo stesso. Ma un giorno utilizzerà le buone e un altro le cattive. Per lui è uguale, perché ciò che conta è il raggiungimento del fine. Ma è evidente come, agli interlocutori, passare da geni a cretini o da good guys s sanzionati nell’arco di una settimana possa dare un po’ fastidio (…) Trump è un americano di razza. Autenticamente e artisticamente eccezionalista. Prima il suo tempo poi quello del mondo. Gli altri possono, se vogliono e riescono, adattarsi” (Giuseppe De Ruvo). “Le contrastanti memorie di identità la Shoah, lo schiavismo, l’imperialismo, il colonialismo, i genocidi dei nativi americani e armeni e tante altre catastrofi, possono produrre una lezione utile per il presente (…) Una via d’uscita dalla ripetizione del trauma è forse quella di collegare le diverse storie di sofferenza, perché non c’è gerarchia nel dolore (…) Svelando una visione più ampia della fratellanza umana e della solidarietà rispetto alla comunità nazionale o etnica, e una più ampia varietà di vittime della modernità. È indispensabile farlo davanti alle sfide di un futuro inevitabilmente plurale, e davanti ad altre catastrofi che incombono, in particolare quella che ci coinvolge tutti: il cambiamento climatico. Ma per farlo occorre costruire nuove narrazioni che sovvertano la cultura del conflitto e orientino verso una nuova democrazia sostanziale capace di umanizzare l’Altro, di dare valore alla convivenza pacifica, alla giustizia sociale, alla moralità” (Aurora Caredda).
