L’Europa della dignità umana e della democrazia (idee nate in Grecia), è miseramente e ferocemente fallita nell’Europa dei mercati (la lezione impartita al popolo greco), ed in quella del populismo razzista (la lezione impartita ai migranti appesi ad una scogliera a Ventimiglia). L’Europa dell’austerità e l’Europa fortezza sono due facce della stessa medaglia. Qual è la giustificazione morale che consente ai ricchi paesi europei di usare la loro potenza navale e tecnologica in un modo che causa la morte di uomini, donne e bambini di alcune regioni più povere del mondo e più dilaniate dalla guerra? Non esiste giustificazione morale per provvedimenti che portano alla morte di esseri umani pacifici spesso in fuga dalla tortura, dalla persecuzione e dalla guerra.
“Tutta la questione si riduce a questo: se salvare o non salvare queste vite innocenti, queste vite già così brutalmente violate. In breve: noi diciamo di sì, che queste vite, queste persone, vanno salvate. In breve: noi preferiamo essere solidali con le vittime piuttosto che con i carnefici” (Peppe Sini, Centro di ricerca per la pace di Viterbo).
“La questione cosiddetta “dell’immigrazione” è ovviamente una questione di oppressione di classe. Ovvero è la conseguenza dell’imposizione della rapina capitalistica sull’intero pianeta, con gli ovvi suoi effetti: sfruttamento degli esseri umani e della natura fino alla riduzione in schiavitù degli uni e fino alla desertificazione dell’altra. La fame è insieme l’effetto della riduzione in schiavitù e lo strumento per imporla, l’effetto della desertificazione e lo strumento per estenderla. La guerra è insieme lo strumento per imporre e mantenere il regime del massimo sfruttamento (della “massimizzazione del profitto” si dice nelle aule e nei salotti, intendendo il massacro degli esseri umani e del mondo per ricavarne l’appropriazione privata della ricchezza sociale), e per punire i popoli e le persone che rivendicano invece la propria dignità, la comune dignità, il bene comune. I solerti funzionari imperiali ed i barbari capi tribali di piccole patrie mafiose e hitleriane, sanno bene quel che vogliono: che i migranti – esseri umani innocenti costretti a una disperata fuga dalla fame e dalle guerre – siano schiavi, o che siano uccisi.” (Giobbe Santabarbara).
L’Europa monetaria a guida tedesca, tollera con nonchalance i revanscismi fascisti, gli xenofobi, i razzisti, il “muro” che l’Ungheria vuole realizzare al confine con la Serbia per arginare il flusso di immigrati, ma si accanisce con cinico piglio ideologico contro l’unico governo di sinistra del vecchio continente, quello della Grecia, perché si rifiutava di massacrare i ceti deboli. Quello che ne è seguito è la logica conseguenza del tentativo di affossare definitivamente il governo Tsipras perché eversivo rispetto all’Europa dei mercati, e la sostituzione con un governo fantoccio di unità nazionale. Eversivo per aver riportato nel suo paese il primato della politica, ricorrendo al voto popolare del referendum, con il quale il popolo greco ha deciso di rivendicare la dignità umana di fronte ai cannibali del capitale finanziari transnazionale. Angela Merkel e il complesso finanziario tedesco ed europeo non potevano sopportarlo. Non si sono mai sognati minimamente di condonare il debito ai greci, non più del 2% dei conti continentali (la Germania ha chiesto e ottenuto l’annullamento di ben altro debito nel 1953), nascondendo che questo prodotto degli sciagurati conti greci non è opera di Syriza ma dei governi “perbene” che l’hanno preceduto, tipo Papandreu o Samaras. Così come non si può dimenticare che gli altri due dei protagonisti della vicenda, non sono certo i rappresentati più integri della dura pulizia delle regole economiche. Il leader della Commissione europea, Jean Claude Juncker, ha sul capo una denuncia per il trasferimento di capitali; su Christine Lagarde pende l’accusa di aver violato le regole di un arbitrato concedendo al miliardario francese Bernard Tapie 400mila euro di più rispetto a quanto restituito al Credit Lyonnais.
La lezione è evidente per tutti: la costruzione europea (un’area controllata dalla Germania e dai suoi più stretti alleati) è incompatibile con le pratiche democratiche. La sovranità nazionale ha senso solo se sta al servizio della potenza della finanza. Si tratta di una nuova soglia del declino del regime democratico ed anche dello stato di diritto. Un’epoca volge al tramonto, quella dell’Europa unificata nella democrazia. D’ora in poi sarà unificata dai mercati finanziari, certo più efficaci. Quanto accaduto con la Grecia mette perciò in rilievo che la sola legge che vale nell’Unione europea è quella del più forte, in questo caso le banche e i creditori tedeschi, e la prima vittima è il
paese al mondo che ha più dato all’introduzione della democrazia politica. Sarà una lunga notte per i greci, e non solo. La stessa Unione Europea rischia il tracollo, sul fronte economico con l’esplosione di povertà su vasta scala e sul fronte politico con l’emergere di destre populiste e razziste.
Quanto accaduto ricorda nell’immaginario di molti, lo scontro tra Davide e Golia. Per certi versi è stato così per dieci anni, tra il piccolo Nicaragua sandinista ed il gigante degli Stati Uniti.
Ieri come oggi, il tentativo è quello di cambiare la direzione della storia. I nicaraguensi hanno fatto la rivoluzione nel lontano 19 luglio 1979 nel segno della speranza. I greci hanno votato Syriza nel segno della speranza. La speranza spinge i migranti ad attraversare il mediterraneo rischiando con un’alta probabilità di morire. Ieri come oggi, la speranza è un delitto, perché è destabilizzante, perché contesta l’ordine. Ieri come oggi, sembra che la vittoria di Davide su Golia non è che una favola bella, perché nella storia il vincitore è sempre Golia?!? Ma è vero anche che se la Grecia non fosse sola, se la lotta contro il capitalismo di rapina si allargasse, la partita si riaprirebbe. Ancor di più se la speranza tornasse ad abitare il futuro, distinguendo tra deboli e potenti, evitando di sprofondare nell’esistente. Così come per molti versi avviene oggi in America Latina. Le grandi rivolte contro il neoliberalismo a cavallo del nuovo secolo, in Messico, in Ecuador, in Bolivia, in Argentina, hanno rappresentato riferimenti essenziali per il movimento “altermondialista”, che ha avuto del resto a Porto Alegre, in Brasile, uno dei suoi luoghi di incontro più importanti. I governi “popolari” che in molti Paesi si sono formati nello spazio aperto da quelle rivolte hanno poi configurato a livello regionale un ciclo politico che è sembrato costituire l’unica vera esperienza di successo di ricostruzione di un’alternativa di “sinistra” in questo scorcio iniziale del XXI secolo. Si tratta, in pratica, del sottrarsi al gioco dominante, all’abbraccio mortale del capitalismo, e di non rinunciare alla speranza, alla lotta di Davide contro Golia, perché la rivolta contro il potere è necessaria… anche se non sappiamo come vincere (almeno noi in Europa).