DOPO PARIGI SIAMO TUTTI NIGERIANI

Il 7 gennaio parigino ha suscitato accanto a raccapriccio, orrore ed emozioni, riflessioni e interrogativi difficili. Non ci riferiamo ai machiavelloni da bar che stanno dietro certe dietrologie o peggio ancora ai toni beceri da “scontro di civiltà” che vediamo tanto irresponsabilmente accarezzati in queste ore. Il rischio è che alla fine a pagare le conseguenze non saranno i terroristi ma i migranti. Ci riferiamo, per esempio, al perché l’Islam radicale affascina come certe ideologie rivoluzionarie del secolo scorso, al perché i giovanissimi occidentali non si riconoscono né nell’ateismo, né nel marxismo, ma diventano credenti della deriva settaria e fondamentalista dell’Islam, espressione di un’ideologia della morte, di criminali che usano la religione come un kalashnikov.La tanto conclamata fine delle ideologie sembra aver lasciato in piedi soltanto l’assolutismo di alcune minoranze musulmane, come appunto la Jihad e in modo particolare il recente Daesh, cioè lo Stato islamico rappresentato dal cosiddetto Califfato di al Baghdadi (…) Insomma, il fascino dell’islamismo radicale corrisponde alla stupidità con la quale la cultura predominante in Occidente sembra trattare il bisogno di un “senso” non riducibile ai soldi che gli aspetti ideologici della globalizzazione hanno tentato di offuscare dalle parti nostre. Grande problema del nostro tempo che è inutile esorcizzare” (Rossana Rossanda). Ci rifermiamo al “Je suis Charlie”, ma imperdonabilmente dimentichiamo le vittime del movimento terrorista Boko Haram in Nigeria. A loro non abbiamo riservato lo stesso dolore e rispetto che abbiamo dimostrato per le vittime di Parigi. Dovremmo piangere per tutti i morti di questa sordida storia, per le vittime del world Trade Center, per il mezzo milione di iracheni, le centinaia di migliaia di afghani, pachistani, per le decine di migliaia di libici, di yemeniti, di palestinesi, per le centinaia di migliaia di persone uccise in Siria.

Il Nord della Nigeria invece del Nord della Francia. E, al posto di vignettisti e ostaggi, bambini affettati a colpi di machete. L’ultima nefandezza di Boko Haram gronda del sangue di almeno duemila innocenti, eppure ci coinvolge meno della strage di Parigi. Come se la distanza da casa la trasformasse in un altro film. Purtroppo il film è lo stesso, è solo la scena che cambia. E se non cambiamo quella scena, la prossima si girerà di nuovo qui. Boko Haram è la setta islamica che vuole farsi Stato bruciando chiese, meglio se con i fedeli dentro, e rapendo ragazzine col vizio di andare a scuola per darle in sposa ai propri trogloditi e farne delle serve o delle kamikaze. Poiché finora i Boko hanno devastato un territorio sprovvisto di materie prime, l’indignazione occidentale si è limitata a qualche fiero scatto fotografico (ricordate la campagna: «Bring back our girls», restituiteci le nostre ragazze?).Ma c’è da scommettere che non appena mettessero le loro zampacce sui giacimenti petroliferi della Nigeria del Sud, le ragioni della democrazia tornerebbero a interrogarci con urgenza. Nessuno pretende e nemmeno desidera una nuova crociata. Ma un pò di politica sì. E non la politica economica che in questi anni ha portato l’Europa a schierarsi pro e contro l’Iraq, la Libia o la Siria, oscillando tra sussulti guerrafondai e menefreghismo da pusillanimi in base alle convenienze del momento. Serve la politica vera, quella che isola il nemico, finanziando e addestrando le sue vittime, perché ha una visione strategica e sa che estirpare il virus del terrorismo islamista nei suoi focolai è l’unico modo di fermare il contagio”. (Pubblicato da “Libera internazionale”: In Boko al lupo_di M.G. del 10/1/2015). La realtà è che quasi la totalità delle vittime del terrorismo (che non ha nulla a che vedere con l’Islam) appartiene ai popoli non occidentali. Sono colpiti in modo particolare il Medio Oriente, l’Africa (Nord e Sub sahariana) e parti dell’Asia. Moltissime vittime sono musulmane.  Quanto al terrorismo che oggi colpisce l’Europa “è stato creato, armato, addestrato, finanziato, ed è tuttora alimentato dai governi occidentali. Nella convinzione – o con il pretesto – che ogni mezzo fosse lecito per respingere l’invasione sovietica dell’Afghanistan furono creati, armati, addestrati, finanziati coloro che poi imposero un regime totalitario in quel paese e commisero la strage dell’11 settembre 2001. Nella convinzione – o con il pretesto – che ogni mezzo fosse lecito per abbattere il regime di Milosevic furono armati, finanziati e portati al potere finanche gruppi criminali mafiosi di narcotrafficanti pluriomicidi. Nella convinzione – o con il pretesto – che ogni mezzo fosse lecito per abbattere la dittatura di Saddam Hussein furono creati, armati, addestrati, finanziati coloro che poi sono divenuti l’organizzazione terroristica dell’Is. Ugualmente nella convinzione – o con il pretesto – che ogni mezzo fosse lecito per abbattere la dittatura di Muammar Gheddafi. Ugualmente nella convinzione – o con il pretesto – che ogni mezzo fosse lecito per abbattere la dittatura di Bashar Assad.

E nella convinzione – o con il pretesto – che ogni mezzo sia lecito pur di continuare in una politica neocoloniale di rapina delle risorse altrui, i governi occidentali continuano a sostenere regimi dittatoriali e potentati criminali che tra l’altro sono anche flagranti finanziatori del terrorismo che oggi aggredisce anche l’Europa. Sono solo alcuni esempi dei crimini contro l’umanità che i governi occidentali hanno commesso e continuano a commettere, in flagrante violazione delle nostre stesse leggi. Son cose tristi, ma vanno pur dette. Per sconfiggere il terrorismo bisogna innanzitutto smettere di praticarlo e di alimentarlo. Per sconfiggere il terrorismo bisogna contrastare la guerra e tutte le uccisioni. Per sconfiggere il terrorismo occorre la pace, occorre il disarmo, occorre la smilitarizzazione dei conflitti, dei territori, delle società, delle culture, delle relazioni interpersonali e dei vissuti intrapsichici” (Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo, 11 gennaio 2015).In conclusione, ci sembra che la discussione su come fermare i “barbari” è direttamente legata al come uscire dalla crisi economica, sociale, politica che attanaglia l’Unione Europea. In questo senso, la capacità di cambiare i rapporti di forza dentro e fuori le istituzioni europee nei prossimi mesi è davvero cruciale. Ad iniziare dalle elezioni in Grecia, con la consapevolezza che nel caso di una vittoria di Syriza (gli scongiuri sono d’obbligo), che rappresenta una critica all’Unione Europea da un punto di vista europeo e non nazionale, il difficile verrà dopo. Dal taglio  del debito pubblico greco che metterebbe in discussione i criteri con cui l’Unione europea ha salvaguardato le banche invece degli investimenti per il lavoro, l’occupazione e le spese sociali; alla volontà politica di applicare il programma economico a favore degli strati sociali maggiormente colpiti dalla crisi.