Una Tessera per il 2015 dal 2 Incontro Europeo di Solidarietà con la Rivoluzione Popolare Sandinista

Siamo al settimo anno di una crisi sempre più nera, l’Italia è in fondo a tutti gli indici economici. Crisi profonda nella politica, nella società, nel lavoro, che spinge alla guerra tra poveri, divide, isola, spinge ciascuno ad affrontare le difficoltà della vita individualmente.
Siamo alla fine di un’epoca, al venir meno della cultura della società italiana uscita dalla Resistenza, imperniata su due correnti profonde: quella cattolica e quella comunista. Leghismo e berlusconismo sono stati gli epifenomeni della crisi di quelle grandi culture: da una parte un territorialismo esasperato, dall’altra un individualismo proprietario ed egoistico. Siamo i più bravi nell’essere i peggiori. Ieri con il fascismo, non una tegola cadutaci per caso sulla testa, quanto un effetto dell’apoliticità e quindi dell’immoralità del popolo italiano.
Oggi vittimismo/egocentrismo/sciovinismo/menefreghismo fascistoide, così chi è più colpito reagisce quasi sempre con scelte politiche più o meno difensive e identitarie, con una forte propensione all’individualismo, accompagnata a un debole e scarso senso dello Stato.
L’impossibilità di mettere assieme le esigenze di una vita singolare con il cammino del paese intero.
Le parole della Thatcher, alla fine del secolo scorso, suonano come funesta profezia: “La società non esiste, esistono solo gli individui“.
Una società in cui non ci sono più lotte collettive, ma solo diritti e doveri individuali, vite singole alle prese con problemi globali, persone ridotte a numeri.
Un pulviscolo sociale preda di populismi e anti-politica. Inevitabilmente non ha incontrato resistenza la “lotta di classe dall’alto”, quella dell’1% contro il 99%, con il conseguente ampliamento delle diseguaglianze sociali.
La crisi è iniziata come economica, ma se il politico non dirige l’economico, l’economico lo mangia. Purtroppo la politica attuale punta sul leaderismo, più o meno “unto dal Signore”, il rapporto immediato fra leader e masse, tra assurde semplificazioni e “gente”.
Offrono soluzioni ultrasemplicistiche, magari nei 140 caratteri di un twitter, a problemi complessi, e grazie a un’abile miscela di carisma, arroganza e cinismo riescono a imporsi con efficacia su una scena politica spesso frammentata.
La rappresentazione mediale, veloce e contratta, produce una semplificazione radicale dei problemi e delle risposte.
Domande e risposta (televisiva, rete, etc.) offuscano analisi, ricerca, complessità dell’argomentazione, anzi le svalutano, ne fanno un disvalore: esse appaiono debolezza, incapacità, mentre la perentorietà diventa forza. Lo slogan è vincente, tanto più quanto è breve, asciutto, sommario. Al ragionamento subentra l’impatto emotivo, l’effetto. E questo che domina nell’informazione. È un capovolgimento rispetto alla tradizione che cercava di inserire l’evento in una lettura della vicenda sociale, o del mondo, non sempre immediatamente visibile e che andava dunque completata, analizzata, e decodificata. Occorreva una griglia interpretativa per contestualizzare i segnali ricevuti dall’apparato informativo. Prevaleva l’abituare a interrogarsi, andare oltre il dato immediato. Questo metodo è scavalcato e delegittimato dalla rete, internet, etc. La politica viene ridotta alla scelta del leader, nel quale ci si riconosce, da cui ci si sente interpretati. Il parlamento appare un ingombro, ed è “golpista” chiunque cerchi di rimettere in campo una articolazione e separazione dei poteri. Ecco il proliferare di uomini soli al comando, di ex comici che per occupare la scena giocano al sovversivismo. “Con l’aggiunta del renzismo al berlusconismo e al grillismo ogni pilastro della democrazia si è contorto e se ne è svuotata l’essenza distorcendone la forma. Snaturati i partiti politici deviandone la funzione, con la trasformazione della rappresentanza politica in investitura del capo, ogni frammento di sovranità popolare sarà assorbito dalla personalizzazione del potere che potrà rassicurare così il moloc della governabilità per la stabilità e la continuità dell’esistente” (Gianni Ferrara). È in momenti di crisi, come quello attuale, che i “leader tossici” (definizione appropriata) hanno più potere. Vengono in mente le parole del vescovo molfettese, conosciuto come don Tonino “Mi lascia scettico il pensiero che si voglia porre riparo al nostro malessere nazionale irrobustendo il capo e non, invece, aiutando la crescita della coscienza democratica. Per arginare i processi degenerativi in atto occorrono, sì riforme concrete, ma non tali da prosciugare i poteri della base, garantiti dalla Costituzione e concentrarli al vertice per delirio di potenza (…) Più che scommettere sull’uomo del palazzo, perciò bisogna scommettere sull’uomo della strada“.

Intanto la crisi monopolizza tutta l’attenzione e oscura tutto, anche la nostra capacità di guardare e pensare al mondo. La politica è in mano a demagoghi ripiegati su miserabili orizzonti nazionali. Bisogna vivere solo in un presente permanente e nel recinto del proprio cortile di casa. È come se si fosse annullata la profondità del mondo. Siamo orfani, non tanto delle grandi manifestazioni contro la guerra (quella brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai), quanto di un soggetto politico di sinistra, unitario ed europeo. Ecco perché davanti alla “quotidianità” della guerra ci sentiamo impotenti. Gli stessi conflitti internazionali hanno un volto fatto di migranti che cercano rifugio in Italia e potrebbero essere affrontati difendendo i loro diritti, occupandosi delle migliaia di loro scomparsi in mare o di coloro che non ricevono asilo politico. Più i conflitti si inaspriscono e le guerre si acuiscono e si diffondono, più le persone fuggono e muoiono. Più le politiche migratorie europee impediscono ai migranti di attraversare le frontiere senza rischiare la vita, più si rendono complici della morte di queste decine di migliaia di vittime di guerra. Come non porsi, allora, il problema delle crisi ambientali che riguardano oggi, in modo diretto i temi della pace e dei conflitti. Infine gli accordi economici e commerciali che le istituzioni internazionali fanno con i paesi del cosiddetto sud del mondo (ma anche con i paesi europei recentemente) e la cui iniquità mina alla base la convivenza civile. Quello che abbiamo descritto è un quadro a tinte fortemente oscure, eppure in questa vasta solitudine che ci circonda, ci sono non poche possibilità di accendere una luce che illumina. Una risorsa, un valore che molti sembrano aver smarrito è la solidarietà. “La solidarietà ipocrita non aiuta la pace. La solidarietà con i poteri violenti e assassini non aiuta la pace. La solidarietà che non riconosce la paura e la sofferenza di tutti i popoli non aiuta la pace. La solidarietà che non contrasta la violenza dei gruppi armati e dei loro finanziatori non aiuta la pace. La solidarietà che non contrasta la violenza di tutti i regimi dittatoriali e razzisti nel vicino Medio Oriente come ovunque non aiuta la pace. La solidarietà che non riconosce la responsabilità dell’Europa non aiuta la pace. La solidarietà che non riconosce e contrasta la violenza dell’imperialismo non aiuta la pace” (Peppe Sini).

Come Associazione Italia-Nicaragua abbiamo sempre cercato di realizzare una solidarietà non selettiva, Quella che, per fare un esempio, si commuove al dramma palestinese perché a bombardare sono gli israeliani. E che reagisce in ragione dell’etnia, della razza, della religione e non del dolore. È una solidarietà che nuoce perchè agisce in nome dell’odio dell’altro. La vera solidarietà non distingue la disgrazia e il dolore secondo la razza e la fede. Nessun dolore è degno di solidarietà più di un altro. La vera solidarietà è slancio verso tutto e verso tutti. Con l’uomo contro l’uomo che vuole ucciderlo e defraudarlo. La vera solidarietà è quella con la vittima contro il carnefice perché egli è un carnefice non perché israeliano, cinese, statunitense, cattolico, musulmano. La vera solidarietà comincia da sé per poter meglio aiutare l’altro, dovunque, nella sua differenza come nella sua somiglianza. Come dire, quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere. Noi crediamo che bisogna ripartire da lontano, da quella solidarietà internazionale che è iscritta nei valori del trinomio “liberté, egalité, fraternité“, valori che hanno radici ben salde nella storia europea e che oggi sono completamente oscurati dal dominio del mercato, della finanza, dell’impresa. Per portarli avanti al fine di ricostruire, nel vivo della lotta sociale e politica, l’orizzonte della giustizia e della pace degli anni 2000. Come cercano di fare in America Latina. Un continente che non segue più  i dettami degli Stati Uniti d’America e delle sue multinazionali, confermato anche dalle recenti elezioni; un continente ormai troppo sovversivo rispetto alle aspettative dei media occidentali allineati alle esigenze di Washington. In Bolivia quello di Morales è stato un vero trionfo; il Brasile, il più grande paese dell’America Latina, anche se per poco non è tornato sotto il tallone della destra liberista e filo statunitense; così come il secondo turno in Uruguay ha confermarto al governo la sinistra. Paesi governati da governi progressisti e socialisti, che devono costantemente fare i conti con le destre che premono per togliere sostegno all’arco socialista dell’America Latina. Perché, a dispetto di improbabile de profundis, la dottrina Monroe è viva e gode di ottima salute.

Le battaglie che si fanno in ogni Paese, e in ogni particolare situazione sociale e politica, sono battaglie di tutti noi. La solidarietà è la nostra arma. L’essenziale non è quel che si smette di essere, ma quel che si sarà domani, con tutti i rischi e il dolore delle scelte. Senza cedere allo scoraggiamento per la disparità tra i compiti che si affrontano e le forze di cui si dispone. Con la consapevolezza che i nuovi e vecchi movimenti (determinati dalle ferite della crisi economica, dal rivoluzionamento delle forze produttive), che si sono manifestati come hanno potuto e saputo, faticano oggi a trovare uno sbocco, un interlocutore politico. Il rischio reale è di ridursi a sterile testimonianza. Come Ass.ne Italia-Nicaragua siamo vecchi perché il tempo scorre veloce e così gli avvenimenti si accavallano gli uni agli altri. Il 19 luglio 1979 il tempo usciva dai cardini ed allora avevamo tutti venti anni ed eravamo tutti sandinisti. La sfida è quella di leggere il passato, con gli occhi del presente. Non sempre ci siamo riusciti, e oggi da ogni parte viene messa in causa la nostra identità e non da soli nemici, ma da dubbi che ci travagliano. Vi sono stati errori, difficoltà nell’attività dell’Associazione Italia-Nicaragua? Alcune stanno sicuramente in noi e nei nostri limiti. Altre difficoltà si chiamano incredibile scarsità di mezzi, finanziari innanzitutto. L’Associazione vive da sempre un’esistenza povera di mezzi. Ma non è solo la grande crisi che rende tutto più difficile, è anche la discontinuità dell’interesse, l’intermittenza della consapevolezza, la fatica nel fissare a lungo una politica estera e quindi di favorire la concentrazione di sensibilità. Tutto questo ci rende (noi e i pochi altri ben più importanti che sono in campo) precari, fragili e quindi difficilmente attivi. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, parafrasando Ungaretti. In un panorama non ricchissimo di presenze bisogna sapere che ogni caduto facilmente non verrà sostituito e farà perdere un importante riferimento. Tutto questo ci porta oggi a salvare e salvaguardare quella storia della rivoluzione sandinista e quella creatura (l’Associazione Italia-Nicaragua) che pur in povertà, pur con mille acciacchi è ancora in piedi. Non si tratta tanto di salvare e salvaguardare il suo corpo, quanto il suo spirito, quello spirito critico e innovativo che ha attraversato con alterne vicende oltre trent’anni della storia della solidarietà internazionale.

Intanto, come Associazione Italia-Nicaragua, continuiamo a mantenere la nostra autonomia di giudizio nei confronti dell’attuale governo nicaraguense, basata sulla chiarezza del confronto. Continuiamo a focalizzare l’attenzione su tre temi: ambiente, sindacato, partecipazione; sostenendo, con i nostri progetti, quelle realtà che in Nicaragua si muovono in questa direzione, come l’Associazione Educazione Popolare Carlos Fonseca Amador o l’organizzazione Dos Generaciones. Inoltre, come circolo di Viterbo continuiamo (scadenza fine 2015), nell’adozione a distanza delle borse di studio per giovani universitari in difficoltà economica e con forte impegno nel sociale (Progetto “Nicaraguita”). La nostra borsista, Flores Conde Erika del Carmen (corso universitario in  Infermiera Professionale), è fortemente impegnata nell’ambito sanitario locale (comunità San Francisco Libre), dalle vaccinazioni per immunizzare bambine, bambini e donne incinte che non possono arrivare al Centro di salute per i controlli prenatali, alla prevenzione della mortalità materna e neonatale. Dunque a tutti coloro che hanno voluto raccogliere la nostra richiesta di solidarietà va il nostro ringraziamento. Così come vorremmo ringraziare uno ad uno tutti quelli che hanno scelto di destinare all’Ass.ne Italia-Nicaragua il loro 5 per mille, ma l’Agenzia delle Entrate non ci comunica i singoli nominativi, per cui dobbiamo limitarci a questo ringraziamento pubblico e collettivo. GRAZIE!!! Vi aspettiamo puntuali e siamo certi che ancora una volta sarete dei nostri. Un grazie di cuore a tutti voi che ci avete seguito in questo difficilissimo 2014 ed Auguri di Buon Natale e di Buon Anno.

2° INCONTRO EUROPEO DI SOLIDARIETÀ CON LA RIVOLUZIONE POPOLARE SANDINISTA – DICHIARAZIONE FINALE  http://2ndoencuentroeuropeorps.noblogs.org