“UNA COLLANA DI 25.000 GENI”

C’è un punto nodale, a nostro modesto avviso, in cui l’Italia odierna è fortemente arenata. Il radicale disallineamento tra “sociale” e “politico“, che ha eliminato lo spazio dei “corpi intermedi” (non siamo riusciti a trovare altra definizione). È il “tramonto” di associazioni (Italia-Nicaragua compresa), circoli, movimenti, comitati, sindacati e partiti radicati nei territori, che riarticolavano il conflitto tra capitale e lavoro; non a caso siamo passati dalla “lotta di classe” (intesa anche come “stile di vita e di appartenenza”) alla “lotta di casta“, abbandonando così l’individuo a stesso.La gabbia che ognuno di noi si costruisce per sopravvivere nella società neoliberista non è dunque né un accessorio, né una conseguenza secondaria del sistema di valori e di governo in cui siamo inseriti, bensì ne è il perno. Il sociologo francese Alain Touraine nell’analizzare l’evoluzione del mondo che, da “postindustriale è diventato “postsociale“, sostiene che il dominio del capitalismo finanziario, in questi ultimi trent’anni, ha portato sull’orlo della decomposizione le costruzioni sociali del passato: Stato, democrazia, classe, famiglia. Gli individui sono rimasti soli, nel vortice caotico della globalizzazione finanziaria, che ha sancito la fine delle grandi istituzioni, oltre che delle grandi narrazioni. Sembra di essere al capolinea della nostra storia repubblicana, della sua costituzione materiale, forgiata dal basso dei conflitti sociali, finita con l’avvento del capitalismo globalizzato, espressione dall’alto dei flussi finanziari. Si ampia così il processo di precarizzazione che attraversa la società, facendo sprofondare le classi subalterne (e non solo) in condizioni di insicurezza sociale ed economica. È il “quinto stato” di precarizzazione del lavoro, composto da intermittenti, soprattutto nelle retribuzioni, che Aldo Bonomi e Giuseppe De Rita (nel loro recente ed agile libro “Dialogo sull’Italia. L’eclissi della società di mezzo – Feltrinelli, pp. 96 euro 9) definiscono come “i sommersi del capitalismo liberista“. È la “vittoria” totale del capitalismo più disumano, ignorante e cinico che si potesse immaginare. Ci si ritrova con un presente che a volte sembra tingersi di colori ottocenteschi e dickensiani, con i poveri che frugano in cassonetti e profughi che diventano cibo per i pesci del Mediterraneo. In questo scenario si è inserito Matteo Renzi con gli 80 euro “di assai scarno sostegno a quel ceto medio impoverito, rivendicando la sua appartenenza alla società di mezzo degli scout e con l’aspirazione di essere il leader di un partito nazionale imbevuto di leaderismo e populismo ” (Giuseppe Allegri).Bonomi e De Rita, evidenziano la verticalizzazione della politica, contro l’orizzontalità dei territori: un processo inarrestabile delle democrazie occidentali, da oltre trent’anni. Ricordiamo il Ronald Reagan degli anni ‘80, mattatore dei mass-media statunitensi; da noi il ventennio successivo televisivo di Silvio Berlusconi, fino al “grillismo” e al “renzismo” della rete e dell’antipolitica in 140 caratteri di twitter. In sostanza, hanno cucinato a fuoco lento la nostra coscienza critica. Così, quando la politica non ha la forza di proporre alternative, trasforma tutto in lotta d’immagine, di slogan che si alimentano di luoghi comuni: la casta, lo spreco, i tagli… Magari bastasse questo… Vengono in mente le monetine scagliate contro Craxi, Mani Pulite.. Sembra di essere tornati indietro di vent’anni… Resta il fatto, che questa personalizzazione della leadership statale, plebiscitaria e populista, nulla può contro lo strapotere delle oligarchie tecnocratiche globali; quel “finanzcapitalismo” (in cui trionfa la finanza al posto del lavoro), di cui ha scritto lucidamente Gallino. Noi non abbiamo risposte se non la volontà di cercare ancora, di guardare avanti, di immaginare il futuro; evitando però “gli scoraggiatori militanti… disegnano un mondo piccolo di fallimenti e di falliti, doganieri dell’asma e dell’attrito, fiorai di un mondo morto” (Franco Arminio); sia la facile retorica della “buona” società civile, contro la “cattiva” politica, che lo sterile gioco dell’indignazione virtuale e dell’immobilismo sociale, frutto avvelenato della società dello spettacolo telematico. Una vecchia storia quella dei mass-media.. di massa, perché dalla radio alla tv lo spettatore è sempre isolato e chiuso a casa (il mondo vi entra solo ri-prodotto e rappresentato) invece di essere lui il soggetto che esce a conoscere il mondo. Meccanismo che oggi si replica in rete, dove la casa è il personal computer o lo smartphone individuale. Mentre anche i blog sono solo la somma di molte individualità ma isolate. Una sfida dal basso, che riguarda tutti e che facendo leva sulla solidarietà sappia trovare risposte alla crisi economica, ma anche al dramma della guerra e dell’immigrazione.Una sfida per tutti quelli disponibili a comprendere il vero valore della posta in palio, in questo paese bello e bastardo. È una storia urgente del presente da fare quella del movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti. Occorrono nuovi cervelli che ci servono più del pane. Non è forse vero che di fronte alla violenza contro gli oppressi, alla crudeltà delle guerre permanenti o alle morti quotidiane di migranti nel Mediterraneo, non abbiamo più parole che non siano consunte. E se mai ne avessimo di nuove e incisive, esse non avrebbero alcuna risonanza. Perciò ci limitiamo a partecipare a cortei e a sottoscrivere appelli, anche per non rischiare di diventare, pure noi, complici. La nostra impotenza di fronte a quello che accade è lacerante. Abbiamo dimenticato che tutti gli esseri umani hanno il sangue dello stesso colore e tutti sono una collana di 25.000 geni. Viviamo in un sistema dove non per tutti la vita umana ha lo stesso valore, né per se stessi né per gli altri. Può un uomo essere clandestino sulla terra? Eppure abbiamo creato la parola “immigrato clandestino“. Due parole che in bocca si trasformano in lame e feriscono lingua e gola come se si masticasse un rasoio.

Dobbiamo essere capaci di saper conservare un nocciolo di umanità pure in mezzo alle nefandezze che vengono commesse nel mondo. Quel nocciolo indispensabile, di cui la solidarietà internazionale è parte integrante. Solo cementando un’idea, un progetto antico di fratellanza ed eguaglianza, dando agli ultimi gli strumenti per imparare a non togliersi il cappello davanti al padrone, mettendoci accanto ai popoli oppressi potremo avere un ruolo nel cammino di liberazione. Con la consapevolezza che il processo di liberazione dell’umanità ha un respiro e una cadenza misurabili sui tempi lunghi e noi dobbiamo fare la nostra parte nel segmento che abitiamo. Non riusciremo a vedere l’umanità liberata, ma dobbiamo ugualmente fare la nostra parte. È come tenere una candela accesa in mezzo alla tempesta per vedere se esiste una strada su cui proseguire. Ma se non possiamo neanche tenere viva la fiamma di quella candela, allora davanti abbiamo solo tenebre. Infine, chiediamo a tutti coloro che si riconoscono anche criticamente, anche solo parzialmente in questo nostro progetto, di valutare se non valga la pena di darci una mano per continuare nel 2015.