“SE VUOI LA PACE, PREPARA LA PACE”
Firma: http://www.change.org/it/petizioni/siria-se-vuoi-la-pace-prepara-la-pace-paceinsiria
PRIMI FIRMATARI: Stefano Rodotà, Maurizio Landini, Maso Notarianni,Marcello Guerra, Cecilia Strada, Christian Elia, Fiorella Mannoia, Alessandro Gilioli, Alessandro Robecchi, Massimo Torelli, Guido Viale, Marco Revelli, Frankie HI-NRG MC, Stefano Corradino, Raniero la Valle e Luciana Castellina
Nel precedente editoriale sottolineavamo l’importanza di tornare a dare il giusto peso alle parole; saper aggiornare significato e gerarchia.
“Partiamo dalla solidarietà, parola che per noi non è illusoria o simbolica. Tuttavia in pochi decenni è diventata una parola “di senso” solo per i pochi che cercano di “fare”, mentre sta sparendo dai luoghi in cui è nata, come i luoghi di lavoro (anche perché “spariscono” i posti di lavoro). C’è da sperare che l’impoverimento riproduca la tradizione dei poveri, solidali non per scelta, ma per esigenza di “mutuo aiuto”. Se il costume resterà nei limiti individuali, non potrà impedire che la società si divida, in basso, fra chi subisce la malasorte e chi alimenta la rabbia. Partiamo anche dal volontariato e dalle Ong. Doloroso non rendersi conto che il degrado è arrivato anche nei luoghi per principio meno corruttibili; ma la stretta della crisi rende ormai i volontari simili a dei precari quasi in nero, che a dei disinteressati dediti al bene. Le Ong dipendono dai finanziamenti e, se i privati sono sempre meno mecenati, mentre il pubblico taglia queste spese come “inutili”, quell’unica politica estera costruttiva che è la cooperazione va a rotoli (…) Non è un bel segnale. Anche perché la cooperazione rischia non solo di perdere la caratteristica di costruttrice di pace che è prioritaria, ma di finire nel sonno dell’assistenzialismo” (Giancarla Codrignani, tratto da Solidarietà internazionale n° 3/2013).
Il libertè, egalitè, fraternitè, l’abolizione marxiana dello sfruttamento (quella che stiamo vivendo è una lotta di classe, la fanno i ricchi contro i poveri che sono stati messi a morte dalle politiche dell’austerità), una società multiculturale dei movimenti antirazzisti, la questione di genere del movimento femminista, la salvaguardia dell’ambiente dei movimenti ecologisti, la pace… insomma, tutti quei valori che costituiscono il patrimonio esistenziale della dignità umana possono ancora “farsi politica”? Oppure equivale a pestare l’acqua in un mortaio? Inevitabile domandarsi dove sia finito il movimento? Perché era forte quando il capitalismo finanziario era vincente, (il New York Times, dopo le manifestazioni pacifiste del 15 febbraio 2003, lo definì, in maniera ingenua ma significativa “la seconda potenza mondiale”), ed è evaporato mentre c’è la crisi? Perché non c’è più adesso che ce ne sarebbe tanto bisogno, e proprio quando la storia ha dimostrato che chi allora manifestava – come al G8 di Genova nel 2001 – aveva ragione?
La realtà italiana ci mette ormai da anni di fronte a enormità che ci ammutolisce. La peculiarità dei nostri giorni, in cui ciascuno dispone in una forma di vita frammentata e in un tessuto sociale sconnesso, è non solo l’ingiustizia in sé, ma l’incapacità di fronteggiarla, il diffuso senso di impotenza. Il “noi” collettivo appare minato dallo spazio asfittico concesso agli “io”. Il tecnocapitalismo e il neoliberismo spingono a isolarci (ovvero: dal lavoro fordista a quello in rete, dall’essere operai al dover essere tutti imprenditori di se stessi); per poi integrarci nel sistema di valori del vincitore. Trasformati da classe sociale con un obiettivo da raggiungere (diritti, riforme sociali, libertà, solidarietà, ecc.) in una moltitudine di singoli isolati e egoisti, sciolti da ogni legame sociale, politico e umano e soprattutto da ogni idea di futuro. Abbandonate le chiavi di lettura del mondo, lo si guarda senza senso prospettico. Singoli individui alienati, sempre più isolati o non collegati tra loro fisicamente e coscientemente, che si illudono di padroneggiare le nuove macchine elettroniche e, con esse, di poter captare anche lo spazio globale. Captano, invece, e in larga misura, i messaggi ideologici narcotizzanti emanati e diramati dai centri mondiali del potere. Quanta parte della cosiddetta società civile è oggi una società incivile? Si vive alla giornata, tra rassegnazione passiva e ricerca di salvatori improbabili (dai quali ci salvi chi può). Una politica orfana di speranza e prospettive per il futuro; in cui Imu e Iva sono le vette del dibattito politico. Di fronte al collasso di un intero paese, che ci fa sentire tanto fragili e impreparati, bisogna alzare la voce, far sentire la nostra coscienza offesa. Non ci si può fermare, non possiamo girare pagina, passare oltre, come se l’Italia fosse dentro un telegiornale. È per questo, che quelli come noi, che parlano e praticano la solidarietà internazionale, non vogliono e non debbono dimenticare la solidarietà quotidiana, perché tragedie della disperazione (dai suicidi per la crisi economica alle morti dei migranti che annegano in mare aperto, tentando di raggiungere l’Europa, terra del benessere) non accadano più. Non sono episodi estremi, sono indicatori, spie dei modi di declinazione della barbarie nei tempi dell’inversione del progetto democratico.
Restano dentro di noi come nodo doloroso, come ferita che fa male, che obbliga a restare vivi, a recuperare la nostra passione sociale e civile, a cercare di mettere un argine all’ingiustizia. Sono una parte di noi dimenticata che non vuol vivere come menomata né ricevere elemosina. In questo orizzonte di solidarietà, che è tenerezza ed empatia, trova il senso del nostro costante impegno con il popolo del Nicaragua; nel mondo odierno divenuto più piccolo, mai come oggi è vero che un battito d’ali in una parte del globo produce in tempo reale sommovimenti da tutt’altre parti. Si pensi alla vicenda di Edward Snowden e alla arroganza occidentale. Il signor Edward Snowden ha denunciato dei crimini commessi dal suo governo contro il suo popolo, contro altri paesi, contro l’umanità. Ogni paese democratico avrebbe il dovere di dare asilo al signor Snowden. Invece il 3 luglio, il presidente boliviano Evo Morales, di ritorno da Mosca, dove aveva espresso la disponibilità nei confronti di Snowden, è stato obbligato ad atterrare a Vienna perché Francia, Spagna, Portogallo e Italia, hanno negato il permesso di sorvolare il proprio spazio aereo, su richiesta degli Usa (per timore che a bordo ci fosse Snowden). Se l’intenzione di Obama era intimidire i paesi sudamericani, la sua strategia si è rivelata controproducente. L’organizzazione degli stati americani (Osa) ha approvato una risoluzione di condanna verso i paesi europei e ha espresso solidarietà al presidente boliviano. Questo atteggiamento di sfida irrita profondamentela Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno cercato per anni di minare l’alleanza tra Venezuela e Nicaragua. Alcuni dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks testimoniano l’ira del dipartimento di stato per il fatto che il presidente nicaraguense Daniel Ortega abbia osato adottare una politica estera indipendente.
Noi, come piccola Associazione, restiamo a fianco dei diritti sovrani della America Latina. Per dirla con le parole di Stefano Tassinari, a cui stava molto a cuore il Nicaragua sandinista: “Schierati a protezione di un’intesa tra l’utopia di chi insegue gli orizzonti e gli orizzonti stessi che si spostano per noi come fossero le guide di un cammino in fondo al quale scavalcare il mare per ritrovare lì l’amore per gli insorti che solo noi possiamo pronunciare“.

