Molti dei lettori certamente conosceranno l’immagine che abbiamo messo in copertina nella sua versione originare a colori bianco, giallo zafferano, blu cobalto. Sono i colori che dominano nella foto vincitrice del World press photo di quest’anno, scattata nella Striscia di Gaza da Mohammed Salem, fotografo di Reuters che lì vive e lavora. La donna velata si chiama Inas Abu Maamar e stringe, culla, il corpo di Sally, una bambina di cinque anni, morta per lo schianto di un missile israeliano che le ha raggiunte direttamente dentro casa a Khan Yunis, insieme alla madre e alla sorella. L’immagine è stata descritta come la Pietà di Gaza, per la somiglianza con la Pietà di Michelangelo. “Quel bianco, quel giallo e quel blu imprimono nella memoria un urlo muto: quello di una donna velata che stringe al petto un corpo esanime. Non vediamo i volti: la donna reclina il capo, le mani strette al corpo avvolto in un telo bianco, come in fasce. Anche il resto dell’immagine tace, lasciandoci senza punti di riferimento: se non fosse quel marmo grigio che fa da sfondo e per i calzari azzurri di plastica da ospedale, di cui ci accorgiamo solo se indugiamo sul bordo della foto, nulla sapremo del contesto in cui questo dramma si svolge” (Valentina Manchia).

Mohammed Salem, dopo l’annuncio del premio, ha scritto: “Spero che questa immagine raggiunga il mondo intero e sia motivo per fermare la guerra e mettere fine alla sofferenza che in nostro popolo sta vivendo (…) Dedico questo premio al ricordo dei martiri del giornalismo che hanno pagato con il loro sangue affinché il loro messaggio di verità potesse raggiungere il mondo intero”. Il rappresentante della World Press Photo Foundation ha citato le parole di Salem, non presente alla cerimonia per i noti ed ovvi motivi: “è stato un momento potente e triste ed ho sentito che l’immagine riassume il significato più ampio di ciò che stava accadendo di grave nella Striscia di Gaza”. A noi, oltre che fermarci ad ascoltare davvero quell’urlo muto, il lungo, interminabile aggiornamento di uccisi e feriti e distruzioni che arriva ogni giorno dalla Striscia di Gaza, resta l’arduo compito di restare umani e di porre fine alla guerra, ad ogni guerra. «Nei tempi più bui, dobbiamo rifiutare di perdere la nostra umanità – altrimenti che senso ha vivere?» Hannah Arendt. Ad iniziare dal far crescere nel senso comune il riconoscimento della corresponsabilità morale, in ogni guerra e in ogni assassinio, dei produttori e venditori di armi. Certo ci sentiamo impotenti davanti a questo ritorno della guerra come risoluzione dei conflitti internazionali. L’occidente, per primo, sembra aver dimenticato la lezione della Seconda guerra mondiale, e ritiene possibile, anche a causa dell’assenza di leadership illuminate, il ricorso all’uso esclusivo delle armi. Nell’era nucleare questo ricorso non può mai essere limitato, o controllato. Sul nostro pianeta esistono 13.133 testate atomiche, 50 delle quali sarebbero sufficienti a distruggere l’umanità. Anche gli anni più recenti, che abbiamo alle spalle, dalle guerre del Golfo, all’Afghanistan, agli interventi in Libia e nei Balcani, dovrebbero dimostrare che il conflitto armato, la demonizzazione del “nemico”, le violenze orrende contro donne, bambini e civili disarmati che accompagnano sempre gli scontri tra gli eserciti e i bombardamenti di città e campagne risolvono quasi mai le “ragioni” dei conflitti.

Tantomeno possono aiutare a “esportare”o consolidare regimi democratici. Stiamo avanzando come sonnambuli verso l’orlo di un conflitto allargato; i governanti europei hanno promosso una corsa dissennata a ulteriori riarmi e hanno parlato irresponsabilmente di un conflitto tra l’Europa e la Russia che rischierebbe di deflagrare in una guerra nucleare. I nostri politicanti si riempiono la bocca di parole abusate. Che si faccia la guerra per promuovere la pace, non è un reato di parole? “è un’accozzaglia senza senso, che umilia una parola meravigliosa come pace, fatta di due sillabe chiarissime” (Alice Rohrwacher). “Costituente Terra invita a condividere una tesi tanto elementare quanto fondamentale: il solo modo di garantire la pace, a parole da tutti auspicata, è la messa al bando globale e totale di tutte le armi tramite un patto che, come stabilisce l’art. 53 del nostro progetto di Costituzione della Terra, preveda e punisca come crimini la loro produzione, il loro commercio e la loro detenzione (…) Non si tratta di una proposta utopistica. Si tratta della sola, effettiva garanzia della pace e della sicurezza, sia collettiva che individuale, e dell’unica alternativa realistica a un futuro di catastrofi e di morte (…) L’abolizione delle armi produrrebbe il passaggio della società internazionale dallo stato di natura allo stato di diritto, una generale civilizzazione del costume e delle relazioni sociali e la crescita della maturità intellettuale e morale dell’intera umanità. Il clima di pace che ne seguirebbe favorirebbe lo sviluppo di un processo di rifondazione costituzionale dell’Onu, in grado di far fronte a tutte le altre sfide globali – il riscaldamento climatico e le crescenti disuguaglianze – dalla risposta alle quali dipende il futuro del genere umano” (estratto dall’appello della “Costituente Terra”).

Crediamo che dobbiamo abbandonare, una volta per tutte, le armi del disprezzo, del pregiudizio, dell’odio e far comunicare la felicità. Questa la citazione dalla filosofa Luisa Muraro, dal titolo Il comandamento della felicità: “Esiste il comandamento della felicità nel senso che, quando uno sprazzo di felicità appare all’orizzonte di una o più persone, come esperienza vissuta o semplicemente come possibilità, la felicità comanda sulle persone. Spesso quello che comanda è di essere annunciata è condivisa con altri. E lo fa con una potenza che supera di gran lunga quella degli imperativi morali. Credo perfino che certe rivoluzioni siano scoppiate così, solo perché la felicità si è mostrata all’orizzonte”. Una citazione, una voce differente nel mondo tristemente uniforme del patriarcato. Voci di donne, quindi voci che il più delle volte non abbiamo ascoltato, nel mondo tristemente dominato da noi uomini. “Biancaneve rifiutò di fare la serva ai nani, / e non le permisero di entrare in casa. / Cenerentola denunciò per maltrattamenti la sua matrigna. / Senza fucile non entro nel bosco, disse Cappuccetto, / dopo che il lupo la seguì per la prima volta. / (La nonna non ha mai aperto la porta senza prima guardare). / Pelle d’Asino osò denunciare l’incesto di suo padre. / La Sirenetta non morì d’amore. Nemmeno si illuse / che un principe l’avrebbe sposata. / Quando la Bella incontrò la Bestia, lo amò com’era, / senza aspettare qualche tipo di miracolo. / Riccioli d’Oro non provò neppure ad assaggiare la minestra; / gli orsi l’avrebbero divorata all’istante. / La Principessa sul Pisello non accettò di dormire / sopra tanti materassi, e gridò che se dubitavano / del suo lignaggio, andassero tutti all’inferno. / Alice non viaggiò mai nel Paese delle Meraviglie / e la Bella Addormentata si coricò, annoiata, / perché non le permettevano mai di fare quello che voleva. / Queste sono le fiabe, figlia mia. / La vita si incaricherà di raccontartele”. Fiabe di Daisy Zamora (Managua, Nicaragua, 1950), poetessa nicaraguense. Durante la Rivoluzione Sandinista fu combattente del FSLN e fu nominata vice ministro della Cultura del governo rivoluzionario. Il suo lavoro copre la vita quotidiana, i diritti umani, la politica, la rivoluzione, le questione femministe, l’ arte, la storia e la cultura. Buone Vacanze a tutte e tutti, arrivederci al prossimo numero la Redazione. Tuscania, 21/07/2024.