TEMPI PRESENTI: Maggio 2025

Non possiamo non dedicare questo Editoriale a Papa Francesco, deceduto lunedì 26 aprile scorso, il papa venuto “quasi dalla fine del mondo”, come disse egli stesso ai fedeli in piazza subito dopo, l’elezione, il 13 marzo 2013.  Dopo due pontificati reazionari – quello del “Papa polacco” (Karol Wojtyla) e quello tedesco (Joseph Ratzinger) – il Papa argentino ha lasciato un’impronta culturale senza precedenti in Vaticano e ha segnato una netta rottura con il passato. Veniva dall’America Latina, il continente più diseguale, ma dove la comunità conta ancora, dove la solidarietà e le origini contano, e dove la povertà grida nello scandalo, anche in Vaticano. Durante il suo Pontificato ha intrattenuto ottimi rapporti con i Governi Socialisti e Progressisti dell’America Latina. Durante la visita pastorale a Cuba nel 2015 incontrò Fidel Castro elogiando la visione sociale, solidale e comunitaria della società cubana. Rifiutò invece di visitare la propria terra, l’Argentina, a causa dei governi neoliberali di Macrì e Milei. Ha Intrattenuto ottimi rapporti con la Bolivia di Evo Morales e il Venezuela di Nicolas Maduro, rifiutando ogni ingerenza durante i tentativi di destabilizzazione indirizzati contro i loro governi. Del pontificato di Bergoglio ci sono temi eticamente sensibili che non abbiamo condiviso: aborto, eutanasia, suicidio assistito, ecc.; mentre la condivisione totale è stata sui diritti umani, la vicinanza ai poveri, ai migranti, ai detenuti, ai disabili, alle vittime delle guerre, al massacro di Gaza, per cui è stato fatto oggetto di insulti e illazioni da parte di molti potenti della Terra che al funerale, veri campioni dell’ipocrisia, hanno pianto lacrime di coccodrillo. Sulle politiche anti-migranti e gli accordi con la Libia aveva definito l’ex ministro Minniti un “criminale di guerra”. Poi, in controtendenza ai limiti dell’incoscienza, sulla questione Ucraina aveva affermato che “la Nato ha abbaiato ai confini della Russia”. È stato anche l’unico capo di stato al mondo a chiamare “genocidio” lo sterminio di Gaza, affermando che “non è guerra, è una crudeltà”. Odiato dallo stesso clero per aver osato dire che “mi piacerebbe una Chiesa povera” e per aver denunciato la corruzione anche tra le mura Vaticane. Amato da un popolo bisognoso di riscattarsi al cospetto del mondo terribile, e di vivere Bergoglio come l’immagine – laici o credenti che si sia – della speranza e di un’altra vita. Non a caso, nelle sue encicliche Laudato sì(2015), Fratelli tutti (2020) e Laudate Deum (2023), ha saputo tracciare il nesso inscindibile tra giustizia ambientale e giustizia sociale, tra il grido della Terra e quello degli oppressi, tra l’urgenza di salvare e risanare l’ambiente e le rivendicazioni e le lotte dei poveri della Terra. Con papa Bergoglio muore l’unico tra gli attuali “grandi della Terra” sinceramente e lucidatamene impegnato per la pace, il disarmo, la smilitarizzazione.

Le sue ultime profetiche parole: “Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo. Faccio appello a tutti quanti nel mondo hanno responsabilità politiche a non cedere alla logica della paura che chiude, ma a usare le risorse a disposizione per aiutare i bisognosi, combattere la fame e favorire iniziative che promuovano lo sviluppo. Sono queste le “armi” della pace: quelle che costruiscono il futuro, invece di seminare morte! Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano. Davanti alla crudeltà di conflitti che coinvolgono civili inermi, attaccano scuole e ospedali e operatori umanitari, non possiamo permetterci di dimenticare che non vengono colpiti bersagli, ma persone con un’anima e una dignità. E in quest’anno giubilare, la Pasqua sia anche l’occasione propizia per liberare i prigionieri di guerra e quelli politici! Cari fratelli e sorelle, nella Pasqua del Signore, la morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello, ma il Signore ora vive per sempre e ci infonde la certezza che anche noi siamo chiamati a partecipare alla vita che non conosce tramonto, in cui non si udranno più fragori di armi ed echi di morte. Affidiamoci a Lui che solo può far nuove tutte le cose!” Intanto assistiamo impotenti al riarmo selvaggio nei programmi della maggior parte dei governi europei, genocidi tollerati alla luce del sole, deportazioni annunciate di interi popoli, respingimenti di massa di migranti e immigrati, detenzioni illegali, razzismo ostentato ai vertici dei governi, attacchi violenti all’indipendenza dei sistemi giudiziari nazionali e al diritto internazionale, asservimento delle politiche pubbliche a enormi concentrazioni di ricchezza privata, privatizzazione dello spazio cosmico, recesso dai pochi vincoli esistenti alla devastazione dell’ecosistema.  

Concludiamo sui cinque referendum di domenica 8 e lunedì 9 giugno: “Abolizione del Jobs Act / Più tutele per chi lavora nelle piccole imprese / Contrasto alla precarietà / Più salute e sicurezza negli appalti / Riduzione dei tempi di attesa per la cittadinanza”; in sostanza quattro per abrogare alcune norme della riforma del lavora approvata tra il 2014 e il 2016 dal governo Renzi, meglio nota come Jobs Act, il quinto per dimezzare, da dieci a cinque, gli anni di soggiorno legale continuativo necessari alle persone straniere per ottenere la cittadinanza italiana, il nostro appello è di votare cinque sì. A fronte di un’Europa e di un’Italia che propongono un futuro di riarmo e di guerra, cinque SI costituiscono un primo importante argine per dire che è radicalmente altra la società che vogliamo, fatta di diritti, di pace, di cura, di uguaglianza e di solidarietà. Certo l’obiettivo del quorum (perché siano validi i referendum è che vadano a votare almeno la metà degli elettori) non è facile, sempre più persone hanno disertato le urne negli ultimi anni, quando la maggioranza di chi non va a votare non è composta da chi sta meglio, ma da chi sta peggio, significa che c’è un problema profondo da affrontare. La democrazia si difende praticandola. Non a caso la destra al governo punta sull’astensionismo, sull’apatia, sull’egoismo, sull’indifferenza morale, sul disimpegno civile, sul disinteresse politico delle persone per problemi che direttamente non le riguardano. Di questi referendum abrogativi i giornali  non parlano, su di essi le televisioni (ad iniziare dalla conclamata “TeleMeloni”, mai terminologia fu più esatta) non informano, i dibattiti politici li ignorano. Ha scritto Luigi Ferrajoli: “Sono tutti, questi referendum, altrettanti quesiti sul nostro grado di adesione e di condivisione della nostra Costituzione. Giacché tutti sono a sostegno dei fondamenti della Repubblica scritti nei primi articoli della nostra carta costituzionale: il lavoro, la dignità, l’uguaglianza di tutte le persone solo perché tali, siano esse migranti o lavoratori (…) Rispondendo “Sì” ai quesiti referendari, i cittadini decidono, direttamente e personalmente, su questioni di fondo. Operano una scelta per l’uguaglianza e contro il razzismo, le discriminazioni e lo sfruttamento. Fanno un passo nel senso della nostra Costituzione. Difendono, con la dignità di migranti e lavoratori, la dignità di tutti noi”.

È un’occasione storica irripetibile: la possibilità di una svolta, di un’inversione di rotta nella nostra politica. Spetta a tutti noi non perdere questa occasione.