“In Centroamerica fra gli ostaggi delle maquilas”

*Adattamento e riduzione redazionale dell’articolo “ZONE FRANCHE: Libero commercio e sfruttamento” di Maurice Lemoine, tratto da “Le Monde Diplomatique/Il Manifesto” del marzo 1988.

Apparse per la prima volta negli anni 60, le fabbriche di subappalto straniere o”maquilas” sono fiorite nelle zone franche del Centroamerica.
Nascono dalla volontà del Nord di delocalizzare la produzione e dal disperato bisogno del Sud di creare nuovi posti di lavoro. Caricature della mondializzazione dell’economia, punta di diamante di una politica fondata sull’esportazione di manufatti, queste imprese possono contare sulla complicità dei governi che imbavagliano i sindacati e non impediscono le violazioni dei diritti dei lavoratori. I padroni, quindi, sono liberi di imporre alla manodopera, soprattutto femminile, settimane di 60-70 ore, se non di più, e salari da fame.
Quando Helena si alza, alle 4 del mattino, nella sua casetta di Tipitapa, a 30 chilometri da Managua (Nicaragua), la radio, che accende insieme alla fioca lampadina, trasmette ancora musica registrata.
Preparare il caffè con il corpo ancora indolenzito per la fatica del giorno prima, svegliare i bambini.
Una magra colazione e via tutti di corsa dalla mamma di Helena; è lei che terrà i marmocchi. Helena è fortunata. Per molte compagne di lavoro, quasi tutte ragazze madri, è un grande problema trovare una vicina di casa, una conoscente a cui affidare per tutto il giorno i figli e pagarla. Se possibile, meno di quello che si prende di stipendio. Ma non è sempre facile.
Alle sei, nella piazza centrale di Tipita, il bus dà l’ultimo colpo di clacson. Helena ha a malapena il tempo di salire.
I posti a sedere sono tutti occupati. Gli occhi della gente sono gonfi di sonno, soprattutto quelli delle compaûeras. La sera prima, tornate dal lavoro alle otto o alle nove, hanno dovuto prima andare a prendere i bambini, badare a loro per qualche minuto, preparare la cena, lo spuntino per il giorno dopo, sbrigare le faccende di casa, prima di accasciarsi a letto a notte fonda. “Mandare avanti una famiglia è molto dura, credetemi”.
L’autobus prende dritto per Managua. Ballando al ritmo degli scossoni, Helena non sogna neppure la domenica che si avvicina.
“Lavoriamo dal lunedì al sabato. Quando arriva il giorno di riposo siamo sfinite. L’unico piacere è quello di dormire un pò il pomeriggio. Di mattina è impossibile. Samo come robot, abbiamo l’abitudine d svegliarci alle quattro, siamo programmate per quell’ora. Per il resto, la spesa al mercato, le pulizie di casa e un grande bucato. Fare visita alla zia o alla nonna, ma niente giri in città: i bambini vogliono comperare tutto quello che vedono. A volte, preferirei morire piuttosto che continuare a fare una vita così…”.

L’autobus si ferma vicino all’aeroporto internazionale di Managua, davanti all’entrata della zona franca (ZF) Las Mercedes. È tutto un frastuono di motori e clacson…
Altri bus arrivati dalla capitale riversano il loro carico umano: uomini e donne che sfilano veloci verso la propria maquila. Il lavoro inizia ufficialmente alle sette. Ma chi comincia alle sei e mezza riceve un extra di 50 cordobas (5 dollari) al mese. Per questa infima somma, fin dal mattino presto accorrono a migliaia. Staccheranno, nel migliore dei casi, alle cinque e mezza del pomeriggio; più spesso alle otto o nove o addirittura alle dieci di sera.
“Gli investitori (spiega Gilberto Wong, segretario esecutivo della Corporazione delle zone franche), sono attratti dall’alto livello di disoccupazione e quindi dalla grande massa di persone che vogliono lavorare. E poi dal costo del lavoro molto competitivo e dalla invidiabile posizione geografica, a due ore di volo dagli Stati Uniti”.
Il maquila business, nato negli anni 60 in Messico e sviluppatosi poi nella Repubblica dominicana e nei Caraibi, ha contagiato tutto il Centroamerica. Dal 1991 il numero delle maquilas è cresciuto vertiginosamente, grazie a leggi accomodanti e soprattutto all’Iniziativa per il bacino caribico, creata su pressione di Washington. Per le aziende impiantate nelle zone franche (dette anche zone libere), il business è questo: si importano le materie prime e i semilavorati per assemblarli senza troppe difficoltà tecniche e si vende il prodotto finito a caro prezzo all’estero, soprattutto negli Stati uniti mentre il Centroamerica si dedica quasi esclusivamente alla confezione (magliette, jeans, ecc….).
Pur di attirare valuta e capitali stranieri, combattere la disoccupazione e “dinamizzare l’economia”, i paesi ospiti si fanno in quattro: infrastrutture, strade, installazioni portuali; telefono, acqua ed elettricità a prezzi scontati; esenzione dalle tasse doganali sia per le importazioni che per le esportazioni. La vendita e la produzione che avvengono all’interno della Zona Franca un frammento di territorio nazionale completamente chiuso, senza popolazione residente e con caratteristiche di extraterritorialità, gli edifici e gli impianti che si trovano dentro, tutto è esentasse, dall’imposta municipale e fondiaria a quella sugli utili e i redditi.
Il Nicaragua, ultimo arrivato nel mercato per le sue vicissitudini politiche, conta 13.000 lavoratori in questo settore, mentre il Messico, precursore del subappalto, ne conta quasi 800.000; la Repubblica domenicana 180.000; il Guatemala 175.000; l’Honduras circa 90.000; il Costa Rica e il Salvador 50.000 ciascuno; e Panama, che si è lanciata nella costruzione di un parco industriale dentro una ex base americana, restituita al paese grazie agli accordi Carter-Torrijos, ne ha 1200.
In tutta l’America centrale le zone franche e la maquila si impongono poco per volta come “il” modello di sviluppo.

“Sì, (ammette Pedro Ortega, segretario generale della Federazione tessili, abbigliamento, cuoio, conciature della Centrale sandinista dei lavoratori – Cst), nella Zona Franca si può guadagnare fino a 140 dollari; ma lavorando dalle 12 alle 14 ore al giorno… Perché lo stipendio di base è di 50 dollari! Se non produci, non guadagni”. È lo spietato universo, il mondo a parte degli sweatshops (fabbriche del sudore) tropicali.
“Siamo come macchine montate su altre macchine, (un operaio della sudcoreana Chih Hsing Garments) quando sei seduto, non hai più il tempo di pensare a niente”.
Per tre anni anche Helena ha lavorato in una impresa asiatica, prima di dare le dimissioni. “Ci trattavano sempre male. Capita a chiunque di commettere un errore: se sbagliavi, ti picchiavano sulle mani, in testa, trattandoti da asino, da animale. Se ti fermavi un secondo per bere un bicchiere d’acqua, ti urlavano dietro! Il salario di base era di 22 dollari per quindici giorni. Arrivavo alle 7 del mattino e uscivo di solito alle 9 d sera; facevo 4 ore di straordinario, ma ne pagavano soltanto 2”. Assunta in seguito da Mills Color (americana), Helena confeziona pantaloni: “I chinitos (cinesi) sono i più feroci, loro [gli americani] sono un pò più umani. Ma il problema sono i quadri nicaraguensi, peggio dei gringos!”.

Helena deve spesso lavorare la domenica per sbarcare il lunario. “Quello che ci salva, sono le ore di straordinario. Ne esigono molte e, in ogni caso, non abbiamo scelta”.
Ci sono periodi di lavoro frenetico, un paio di mesi prima delle grandi stagioni degli acquisti negli Stati uniti: il rientro a scuola o Natale. Poi, dopo settimane di ritmi infernali, arrivano all’improvviso i periodi morti.
“La materia prima non è arrivata, (sospira una ragazza incontrata in gennaio), non abbiamo nulla da lavorare e non riusciamo più a superare la paga di base”.
Sono periodi propizi per lasciare a casa la manodopera in eccedenza “per riposarsi” senza stipendio. “Per noi è la catastrofe, contiamo così tanto su quei soldi…”
A mezzogiorno ululano le sirene e gli operai sgusciano veloci fuori dagli impianti. Tirano fuori la pietanza ormai fredda portata da casa o si accalcano attorno alle donne che vendono carne bollita, mais o fagioli.
“Mangiare qui costa 10 cordobas. Più 4 cordobas al giorno di bus. In sei giorni fa quasi 80 cordobas, quando ne guadagniamo 160 alla settimana…”.
Per 136 dollari al mese all’ombra degli alberi o sotto il sole, sui muriccioli di cemento che circondano le fabbriche, i lavoratori masticano, scambiando quattro parole: “Nella cattiva stagione è molto peggio, siamo come polli spiumati in piedi sotto la pioggia”.
“Certo che abbiamo chiesto la mensa, sospira un dipendente della Fortex (taiwanese), ma il padrone ci ha detto che non aveva denaro per fare l’investimento. La sola cosa che abbiamo ottenuto è una tavola di legno. Ma siamo in troppi per quella povera tavola. Allora mangiamo per terra”.
Dalla ciminiera che spunta dal tetto della vicina Chentex esce un fumo nero e denso che il vento scaglia su di loro.
Quella ditta ha quattro bagni per 1000 lavoratori; quell’altra 8 per 1500. Luoghi immondi, in completo abbandono. In certe imprese asiatiche, per fare i bisogni durante le ore di lavoro una persona alla volta un’unica volta al giorno, si deve ritirare un biglietto.
“E se restate per più di tre minuti, vengono a tirarvi fuori in malo modo…”.
Il 18 novembre 1997 Oscar Riva (ventuno anni), dipendente della Nien Hsing, prende posto alla centrifuga di cui aveva segnalato, a più riprese ma senza risultato, il cattivo funzionamento; la macchina manda scosse elettriche. Senza guanti né maschera (lavora con il cloro), senza stivali (l’aria e il pavimenti sono saturi di umidità), preme il bottone dell’accensione. Morirà prima di arrivare in ospedale, colpito da una scarica di 380 kilowatt. David Gutierrez Flores (22 anni), addetto alla pulizia degli edifici della ZF, perde la vita il 13 dicembre, anche lui folgorato da una scarica elettrica.
Dalla Repubblica dominicana all’Honduras, dal Guatemala al Nicaragua, minacce, molestie, stupri sono all’ordine del giorno. “Se una donna che lavora alla macchina da cucire è incinta, (dice Pedro Ortega della Cst – Nicaragua), la spostano a un posto più faticoso per costringerla alle dimissioni. Certe donne, però, non vogliono mollare e per l’eccessiva fatica abortiscono. Per un motivo o per un altro molte vengono licenziate”.
L’obiettivo è di non pagare la maternità di tre mesi a cui la donna ha diritto durante l’allattamento.
“Quando arrivi in azienda, – dice una donna nicaraguese -tdiconol’orario di lavoro è questo. Se t pace rimani,altrimenti puoi andartene. Ce ne sono dieci come te che aspettano alla porta. Purtroppo non c’è il sindacato, che non è autorizzato. Manca solo il cartello: Vietati i sindacati!”.
Commenta il sindacalista Pedro Ortega, “Abbiamo più volte detto che non siamo contro gli investimenti stranieri. Sappiamo che le maquilas sono venute qui per restare. Diciamo soltanto che devono rispettare i contratti collettivi, la libertà sindacale, il diritto al lavoro e la dignità dei lavoratori…”
L’Associazione Italia-Nicaragua da anni sostiene i corsi di formazione sindacale per le lavoratrici ed i lavoratori delle Zone Franche, unitamente alla CST – Federazione tessili, abbigliamento, cuoio, conciature del Nicaragua.