Ci rendiamo conto che utopia è parola in disuso nella crisi epocale che stiamo vivendo, con la difficoltà della politica a rispondere adeguatamente alle istanze poste dall’insieme dell’umanità, con la crisi ambientale che mette in pericolo il futuro delle prossime generazioni, con la guerra usata spregiudicatamente per la risoluzione delle controversie internazionali, con un razzismo dilagante e strisciante ad ogni latitudine.
Ci rendiamo conto che utopia è parola in disuso nella disperata e disperante situazione italiana, in un paese che si contorce senza fine nella paura. Basta osservare la pericolosissima saldatura che si è compiuta fra razzismo popolare e razzismo di Stato, di cui le misure approvate al Senato sono la conferma più esplicita.
Ha scritto Annamaria Rivera: “La sollecitazione, di fatto, al personale sanitario perché denunci gli irregolari che accedono alle cure; la legalizzazione delle ronde padane quantunque non armate. Il reato d’immigrazione clandestina. La gabella fino a 200 euro per il permesso di soggiorno. Il carcere fino a quattro anni per gli irregolari che non rispettino l’ordine di espulsione. Il rafforzamento e l’estensione della possibilità di sottrarre la podestà genitoriale (indovinate a chi?). Il divieto d’iscrizione anagrafica e la schedatura non solo dei clochard, come si dice, ma anche di un buon numero di cittadini italiani – rom, sinti e non solo – che, abitando in dimore diverse da appartamenti, saranno schedati in un registro del ministero dell’Interno. Tutto questo configura un intento persecutorio verso migranti e minoranze, dettato più che da razionalità politica, da meschino calcolo economico e demagogico, connesso con quelle forme di psicosi di gruppo – fobia, ossessione, mitomania – che spesso contraddistinguono le élite populiste e autoritarie”. (dal quotidiano “il manifesto” del 7/2/’09).
Non solo, intorno alla dolorosa vicenda di Eluana Englaro, si è assistito da parte del governo all’ennesimo tentativo di rottura dei principi fondativi della Repubblica, che dovrebbe chiamare, tutti i veri democratici, a un salto di qualità nella difesa della Costituzione repubblicana.
Purtroppo davanti al delirio d’onnipotenza di chi ci governa, si continua sulla scelta suicida del dialogo: accordo sulle europee, confronto sulle riforme, sulla giustizia, sul cda Rai, ecc.
Ci rendiamo conto che utopia è parola in disuso nell’individualismo presente nella società italiana, nello sfaldamento del tessuto sociale, con un ceto politico da operetta, la volgarità imperante nei mezzi di comunicazione, l’avanzare, insieme alla crisi economica, di forme di incertezza e disgregazione morali e sociali, che accendono il desiderio di capi autoritari. Non siamo al fascismo, ma di sicuro sull’orlo del precipizio.
Spetta alle minoranze, disseminate nella nostra società, tentare di agire perché si faccia quel passo indietro che impedisce di precipitare nel baratro. E per fare questo passo necessita un’utopia capace di dare un nesso ai conflitti in atto fra capitale e lavoro, modo capitalistico di produzione e rapporti fra uomini e donne, logica del capitale e difesa dell’ecosistema, modo di produrre e istituzioni, guerra e pace.
Ecco perché consideriamo l’utopia qualcosa che non appartiene al passato, ma che ancora vive, perché senza di essa non è possibile lo sviluppo di una vita umana piena e di una vita sociale degna.
Invece, in nome della “lotta all’ideologia”, e del “nuovo”, si è affermata ed è diventata egemone la vecchissima ideologia che considera possibile solo quello che esiste, ed è la negazione di ogni progetto di trasformazione. Del resto, ogni ordine sociale è fondato sui rapporti di forza che lo fanno sembrare l’unico logico; ma l’aspirazione umana a un ordine sociale diverso, a misura d’uomo, fonda la capacità di resistenza alle infinite manipolazioni e alle barbarie del sistema capitalistico.
L’utopia (forse sarebbe più giusto declinarla al plurale), “le utopie” del secolo passato, cambieranno (probabilmente) nome, e magari col passare del tempo trasformarsi e assumere un volto diverso, ma noi sosteniamo che le grandi utopie dei decenni passati non sono morte e, in qualunque modo le si chiami, continuano ad essere nella loro essenza ciò per cui lottarono i migliori tra coloro che ci hanno preceduto. Noi vogliamo, continuare nel solco scavato da loro (secondo la definizione di José Marìa Vigil, Coordinatore della Commissione Teologica della Associazione Ecumenica dei Teologi & Teologhe del Terzo Mondo).
Non solo, riaffermiamo il rapporto strettissimo tra solidarietà internazionale e utopia, per cui non è sufficiente la semplice equivalenza fra i due termini, ma piuttosto la compenetrazione “solidarietà e utopia”. Da questa compenetrazione crediamo che nel mondo si possa trovare la strada della convivenza e della pace.
Da questa compenetrazione è fatta la nostra solidarietà (di ieri come di oggi) con il popolo del Nicaragua “così terribilmente dolce, così amato dai democratici di tutto il mondo quando i giovani comandanti sandinisti, sconfitta la sanguinaria dinastia dei Somoza, inaugurava una nuova vita per quella repubblica delle banane. In quella guerra spietata le donne avevano avuto una parte importante attraverso la lotta avevano preso coscienza della loro condizione che, tradizionalmente, le aveva viste coraggiosamente a capo di famiglie i cui maschi eludevano responsabilità e fedeltà al nucleo familiare.
Il Governo Sandinista aveva dato ampio spazio ai temi della famiglia, della contraccezione, dell’educazione dei minori, della maternità. Una volta sconfitto il governo rivoluzionario, i successivi governi, a cominciare da quello della super cattolica Violeta Chamorro, avevano fatto molte marce indietro sui temi della libertà delle donne, attenti ai reclami dell’onnipresente e onnipotente Monsignor Obando y Bravo attualmente ancora in servizio. E fin qui, tutto secondo le regole. Quello che sorprende è che, tornato a capo del governo, il Presidente Daniel Ortega abbia favorito l’abolizione della depenalizzazione dell’aborto che, sotto il suo mandato è diventato di nuovo un reato”. (Alessandra Riccio, “Ay Nicaragua, Nicaraguita”– del 28/10/08).
Da questa utopia è nato questo libro “NICARAGUA: NOI DONNE, LE INVISIBILI. La solidarietà internazionale con occhi e cuore di donna”.
“L’utopia è una parola in disuso” – Giulio Vittorangeli
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