TEMPI PRESENTI: MARZO 2026

Al momento in cui scriviamo il mondo sembra una polveriera destinata ad esplodere, innescata dall’aggressione di Stati Uniti e Israele al regime iraniano. Tel Aviv punta al cambio di regime, rovesciare la Repubblica islamica e lasciare un Paese diviso, fallito e caotico. Gli Usa sembrano puntare ad un patto politico: una Repubblica islamica più docile che possa operare in campo neutrale e disarmato. Come sempre l’interrogativo non è solo perché si fa la guerra (in questo caso, probabilmente fare di Israele la potenza del Medioriente con la distruzione di interi popoli), ma quanto dura, quasi tutte le guerre iniziano con l’aspettativa di un successo militare rapido. Attualmente il Medioriente ha il cappio al collo. Gli israeliani e Trump vorrebbero metterlo agli ayatollah ma non sanno davvero se ci riusciranno e quanto ci metteranno. Il bottino delle guerre del Golfo, non è la democrazia, non lo sviluppo dei popoli e delle nazioni ma una nuova sottomissione coloniale e il controllo assoluto sulle risorse. Questa aggressione è l’ennesimo colpo inferto al diritto internazionale, che sta così cessando di esistere, ma è anche il crollo della ragione, sia giuridica che politica, e rischia di spegnere l’ultimo barlume della ragione. È la proclamazione della legge del più forte quale nuova norma fondamentale dei rapporti internazionali, perseguita da pochi despoti, tutti armati, violenti, esaltati e spregiudicati. Spicca la figura di Trump e il suo folle programma, in politica interna: deportazioni di massa di immigrati e cittadini ispanici, mediante la forza paramilitare dell’Ice composta da picchiatori ubriachi della propria brutalità e la diffamazione post mortem delle vittime; l’eliminazione dei sussidi dall’assistenza sanitaria, l’accentramento di tutti i poteri nelle mani di un presidente-monarca. In politica estera l’imperialismo senza veli, versione rivisitata della dottrina Monroe per l’America Latina, e l’attacco teso a indebolire la vecchia Europa, che non manca di criticare quotidianamente perché in piccola parte ancora resiste all’ondata populista, razzista, autoritaria e liberticida, accogliendo a braccia aperte chiunque dia un’altra picconata al muro di certezze che ha sorretto per decenni gli equilibri mondiali e che oggi ha crepe grosse. A rendere l’Unione europea una preda ancora più facile è il peso sempre più ridotto del Vecchio Continente sulla scena internazionale. Ormai l’Europa è tenuta fuori dalla maggior parte dei dossier importanti, da Gaza al Venezuela, e persino dai negoziati di pace in Ucraina, dove svolge un ruolo marginale. Del resto gli ucraini, entrati nel quinto anno di guerra, sono diventati una notizia ogni tanto sui media. Resta la polarizzazione, da bar e d’intorni, del “Con chi stai?”. Con gli ucraini nazisti, con gli ucraini difensori della libertà, con i russi accerchiati dalla Nato che hanno giustamente reagito, con i russi orchi sanguinari… quante di queste posizioni, di pura retorica interessata, si potrebbero prendere. 

Quanto al popolo palestinese, il nuovo conflitto significa invisibilità. è la cronaca di un abbandono annunciato: mentre il mondo guarda altrove, la punizione collettiva contro i civili prosegue, al riparo da occhi indiscreti. Alla pseudo tregua è seguito il sedicente Board of peace presieduto da Trump che di certo non ha nulla a che fare con una pace giusta e men che meno con una possibilità di autodeterminazione del popolo palestinese. Semplicemente si sono messe le vite dei palestinesi e le loro terre nelle mani di un ente privato che punta a sostituire le Nazioni Unite. È solo l’ennesimo progetto colonialista e predatorio sulla pelle palestinese. Per l’Italia seduta come osservatore al Board of Pace è poco più che un atto di sottomissione e vassallaggio. Si legittima e si aderisce a un club dove Trump si è autonominato presidente a vita, dove ha potere di veto su tutto. La sottomissione al club dove si esprime il delirio di onnipotenza (e forse la follia) dell’uomo Trump. Ha scritto il giornalista Alberto Negri: “Sta semplicemente stravolgendo l’ordine internazionale uscito dalla seconda guerra mondiale per tornare al colonialismo ottocentesco, quando le grandi potenze si scambiavano territori senza preoccuparsi della sovranità e delle popolazioni locali. In una logica di spartizione delle zone di influenza che piace sia a Trump che a Putin. Poi naturalmente c’è anche la guerra. Oggi gli Usa non cercano tanto di rovesciare i governi quanto di metterli in riga, come è avvenuto in Venezuela, o di strangolarli economicamente come sta accadendo in maniera drammatica a Cuba”. In questo senso ci sembrano più che mai attuali le parole di Luciana Castellina riferite a Cuba: “La mia grande paura, in questo momento, più che per Trump in sé, è che questa storia possa essere liquidata senza una nostra grande, adeguata, controffensiva reale. Che un fatto storico restato importante anche per le nuove generazioni – che non l’hanno vissuta ma che hanno continuato a considerarla mitica – possa essere liquidato senza una nostra generale reazione. Con rassegnazione. Disinganno, e perciò sfiducia in ogni possibilità di cambiare il mondo”.

Concludiamo ritornando alle cose di casa nostra. Quando avrete in mano questo numero di Quelli che Solidarietà certamente sarete a conoscenza del risultato del referendum sulla giustizia del 22, 23 marzo scorso. Noi scriviamo con la speranza che vincano i NO consapevoli che in gioco c’è il rapporto tra poteri dello Stato: smembrare il Consiglio Superiore della Magistratura, umiliarlo con il sorteggio dei suoi membri, sottrargli la competenza disciplinare istituendo una specie di tribunale speciale, è la via maestra per trasformare la nostra Repubblica in qualcosa di profondamente diverso da quella che è adesso. Se avrà vinto il Sì le vocazioni autoritarie e le mire egemoniche di un capitalismo senza freni avranno nuovi strumenti; sarà un ulteriore passo nello stravolgimento della Costituzione e nella costruzione del neoliberismo autoritario: un giudice pronto a perseguire i deboli e difendere i forti, a praticare una giustizia diseguale e a reprimere il dissenso. Ha scritto Luigi Ferrajoli: “La controriforma della destra si inserisce dunque nel generale attacco alla giurisdizione da parte delle autocrazie elettive nelle quali vanno trasformandosi i sistemi politici occidentali, insofferenti da Trump a Netanyahu e a Erdogan – della soggezione alla legge dei poteri politici e perciò del controllo sulle loro illegalità da parte di magistrati indipendenti. Ogni iniziativa dei giudici nei loro confronti viene in vario modo osteggiata: con il loro arresto (metodo Erdogan), o con la loro neutralizzazione (metodo Trump) o con la loro squalificazione come politicizzati e comunisti solo perché, talora, applicano la legge anche ai potenti (metodo Meloni, Salvini e le Pen). Dietro questi attacchi c’è una concezione elementare della democrazia, sulla base della quale la sola fonte di legittimazione del potere è il voto popolare e con c’è quindi spazio per la separazione dei poteri e per l’indipendenza della magistratura”.   

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