TEMPI PRESENTI: GENNAIO 2026

Democrazia & Pace sono parole apparentemente semplici, ma in realtà complesse. Oggi gli Stati non governano il mondo seguendo il diritto internazionale (compreso il pacifismo giuridico che prevede l’eliminazione delle bombe nucleari), perché gli enti che dovrebbero farlo rispettare, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite alla Corte penale internazionale, sono paralizzati da veti interni (vedi a pag. 8 “Il fallimento dell’Onu e l’alternativa possibile” di Luigi Ferrajoli). Non potevamo non saperlo più di qualche decennio fa (è del 24 ottobre 1981 la prima manifestazione nazionale per “Un’Europa senza missili, dal Portogallo alla Polonia” – per i pacifisti italiani significava che dopo il terrorismo, le stragi di più o meno di Stato, dopo gli anni di “piombo”, dopo l’abitudine alla violenza, milioni di persone di ogni età sceglievano di cambiare radicalmente campo e le regole del gioco, con la nonviolenza che divenne cifra, forma e contenuto della loro lotta), che un giorno avremmo parlato solo di armi (tutti si preparano al riarmo, il segretario della Nato Rutte aggiunge che bisogna riarmare gli animi), in quel tempo più di qualcuno parlava di disarmo unilaterale; ora sembrerebbe assurdo, ora la parola più assurda è pace, come se fosse certificato che l’umanità è fatta di belve assetate di sangue altrui. Nonostante tanti profeti, nonostante il Mahatma Gandhi e Martin Luther King, nonostante gli obiettori di coscienza e nonostante  i movimenti pacifisti e nonviolenti, oggi si accetta e si pratica ancora l’atroce detto “Se vuoi la pace prepara la guerra”, a cui si è cercato di rispondere con “Se vuoi la pace lavora  per la pace”. Da secoli i pacifisti (nel termine più ampio possibile) hanno cercato di intralciare questa purtroppo “umanissima” tendenza del genere umano a battersi gli uni contro gli altri, e i Caino ad ammazzare gli Abele. E gli Abele sopravvissuti a imitare a loro volta i Caino.

La difficoltà a parlare di pace non sta solo nel carattere assunto dalle odierne guerre, pensiamo alle due più tristemente “famose” Ucraina e Palestina. In Ucraina, mentre la guerra marcia velocissima e le bombe continuano a cadere, il negoziato di pace va piano, imprigionata in un eterno gioco dell’oca. In Palestina la guerra non uccide solo, ruba la terra, le case e i propri cari. Ruba gli arti, parti del corpo umano. Ruba le anime. Si è costretti a convivere con ciò che manca, che è rotto, con un corpo mutilato che non sarà più lo stesso. E se a volte la morte sembra più facile che perdere una parte di sé, scegliere di vivere nonostante tutto è la forma più pura di resistenza. Tra gli israeliani che in qualche modo rappresentano o pregi e i difetti dell’Occidente e i militanti di Hamas, che è un movimento jihadista, non c’è alcun rapporto che non si concluda con la morte. C’è solo pura violenza. Così una delle tante testimonianze che giungono dalla cosiddetta tregua di Gaza. “Durante i bombardamenti vivevamo con la paura costante della morte e forse l’intensità della guerra faceva passare in secondo piano tutto il resto: il freddo, la pioggia, le tende che si agitavano sopra le nostre teste. Ma oggi che i massicci bombardamenti si sono fermati, ci ritroviamo di fronte l’orrore della “nuova normalità” di Gaza.  Temo che questo inverno sarà molto peggiore per la Striscia. Senza riscaldamento, senza veri ripari, con il meteo che peggiora di giorno in giorno, probabilmente vedremo morire molti bambini, anziani e malati cronici. Se il mondo vuole davvero mettere fine al genocidio a Gaza deve agire subito e fare in modo che ci siano almeno le condizioni minime per la sopravvivenza: cibo, alloggi e cure mediche”. A pag. 4 la recensione del libro “Hanno ucciso habibi”, durissimo reportage da Gaza. Come ci ricorda Maaza Mengiste nella postfazione, questo libro deve spingere chi lo legge – e lo può leggere perché non vive nell’inferno di Gaza – a fare qualcosa per fermarlo.  Ci chiede, scrive Mentiste, chi eravamo quando Gaza bruciava. E potremo rispondere che, sebbene travolti dal dolore, non abbiamo distolto lo sguardo “quando una donna ha parlato dalle macerie di una città distrutta e mi ha raccontato la sua storia”. È poco ma è quantomeno un atto umano, il primo gesto di solidarietà. Una solidarietà, “tenerezza dei popoli” (forse la definizione più appropriata), messa duramente alla prova dagli stravolgimenti internazionali attuali, dove resta drammaticamente costante la famigerata Dottrina Monroe del 1823 degli Stati Uniti d’America, una linea d’azione perenne di Washington, aldilà delle contingenze momentanee e dei momentanei occupanti le posizioni politico-economico-militari di maggior rilievo. Per riassumere in due frasi si può dire: L’America agli americani. Dove per americani si intendono gli Stati Uniti d’America. In sostanza gli USA non avrebbero più tollerato influenze di Potenze straniere nel “loro” Continente, il “Patio Traseo – Cortile di casa”. E infatti gli interventi miliari non tardarono ad arrivare, ogni volta che veniva ritenuto opportuno e necessario dagli Stati Uniti.  Elenco troppo lungo da trascrivere, ma quanto meno doveroso ricordare il sostegno decisivo al colpo di stato in Cile del 1973, la successiva guerra di bassa intensità degli anni ’80 in centroamerica che avrebbe strangolato la rivoluzione sandinista (utopia democratica e radicale), l’ultima rivoluzione classica del secolo scorso.

Per finire ai giorni nostri con l’Amministrazione del Presidente USA Donald J. Trump e le puntuali ingerenze statunitense in tutte le elezioni in America Latina & Carabi per influenzare la democrazia, ultima in ordine di tempo quelle in Honduras, sempre in flagrante violazione della sovranità nazionale. Ancora più clamoroso quello che è avvenuto in Venezuela (pag. 3: L’imperatore d’Occidente colpisce ancora). In conclusione ritorniamo alla solidarietà con il popolo del Nicaragua ricordando i 100 anni della nascita di Giulio Girardi (pag. 5) e la scomparsa, il settembre scorso, di Ubaldo Gervasoni. Sacerdote e prete operaio, aveva abbracciato la Teologia della liberazione, faceva parte della comunità cristiana di base di San Paolo a Roma con Gianni Novelli e Giovanni Franzoni.  A metà anni Ottanto è stato volontario in Nicaragua, a Waslala, durante la guerra di aggressione dei mercenari contras; contribuì alla creazione delle prime pastorali sociali (terra, salute, educazione), che traducevano gli insegnamenti evangelici in azioni concrete a difesa e promozione della vita. Scelse così di restare a fianco della rivoluzione sandinista, è stato sequestrati dai contras nel 1988, cosa che nel 1990 gli costò la sospensione “a divinis” dalla gerarchia cattolica, di fatto non più sacerdote. Rimase in Nicaragua fino al 1991 quando se ne tornò in Italia dove continuò il suo impegno con l’Associazione Italia_Nicaragua di Rovereto.  Almeno due i libri da ricordare: “Nicaragua dal vivo” (1986) e “Fecero appassire i nostri fiori” (1993).  Davanti ai tempi cupi e bui che attraversiamo, si teme un peggio se possibile ancora peggiore, (“mala tempora currunt”, secondo una nota espressione latina), teniamoci compagnia. Continua campagna tesseramento:

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