UNA TESSERA PER IL 2022!

C’è stato un momento in cui abbiamo pensato che la pandemia, certificando il fallimento delle politiche neoliberiste, ci avesse fatto capire quanto interdipendenti siano le nostre vite, e potesse agire per un nuovo ciclo di lotte sociali. “La pandemia avrebbe potuto e dovuto essere l’occasione per rilanciare questa dimensione sociale, relazionale e politica della libertà, contro il paradigma economico neoliberale che ne fa una prerogativa selettiva di un io sovrano, isolato e auto centrato. La scoperta che “nessuno si salva solo” comportava una ricostruzione dei legami sociali e politici devastati dal neoliberalismo, nonché del dibattito politico devastato da una crisi epistemica che ormai fa tutt’uno con la crisi democratica” (Ida Dominijanni). Era naturale aspettarsi mobilitazioni per la piena occupazione, contro il lavoro precario, per la sanità pubblica. Niente di tutto questo. Dopo quasi due anni di pandemia, non c’è traccia di investimento nella riparazione delle falle del sistema che il virus ha portato allo scoperto: sanità, trasporti, edilizia scolastica, sfruttamento delle risorse naturali. Il “governo di tutti” va avanti con la sua agenda neoliberista e le piazze si riempiono per dire no al green pass. È paradossale che in un Paese stremato da un lungo ciclo di riforme antisociali, che entra nella pandemia con le ossa rotte e ne esce letteralmente a pezzi, lo scontro sia tra sostenitori e detrattori del green pass. Ci tolgono i diritti, ci vogliono schiavi del mercato, ma quel che conta è non subire l’obbligatorietà del certificato verde. Dimostrazione che tutto ciò che afferisce alla condizione materiale dell’esistenza non riesce più a rappresentare il sottostante di lotte per il cambiamento della società. È una vittoria del neoliberismo, dove “Il capitalismo è lo stato naturale della società” (Alain Minc), “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo” (M. Fisher). Non esistono più le classi, ma gli individui, imprenditori di se stessi, che competono fra di loro. Divide et impera praticato dalle classi dominanti. Non si capisce quello che sta accadendo, squadrismo neofascista compreso, senza tener conto degli effetti devastanti che l’ideologia del capitale ha avuto sulla percezione che di sé hanno i ceti subalterni. Qualcosa è andato storto. E non basterà lo scioglimento sacrosanto di Forza Nuova per ritornare sul binario giusto.

Il libertarismo individualistico ed egocentrato sotto le cui insegne si mobilitano oggi le destre radicali, in Italia come negli Usa e altrove, non proviene dalla tradizione autoritaria del fascismo storico bensì dalla (contro)rivoluzione neoliberale dell’ultimo cinquantennio. È in epoca neoliberale che la libertà perde i connotati politici della tradizione moderna, si conforma al codice del mercato, dell’impresa e del consumo e assume i tratti proprietari, antisociali e antipolitici con cui si presenta oggi nelle rivendicazioni no mask, no vax, no green pass. Questo estremismo libertario si sposa perfettamente, e paradossalmente, con le istanze d’ordine della destra tradizionalista: gerarchizzazione sociale, difesa strenua della proprietà (di beni, ma anche di diritti), classismo, razzismo, misoginia. È lo statuto bifronte delle destre radicali contemporanee, che se da un lato si differenziano dalle forme disciplinari e autoritarie del fascismo storico, dall’altro le incorporano in un’ideologia sovranista che tiene insieme l’affermazione esasperata di un io sovrano, “libero” da ogni vincolo comunitario, e la delega dell’ordine sociale a uno stato sovrano con le mani anch’esse “libere” da vincoli costituzionali e sovranazionali” (Ida Dominijanni). In questo confuso passaggio della storia dell’umanità (quella occidentale in primis) l’assetto globale è caratterizzato dalla spartizione del mondo secondo interessi economici e da una sommaria divisione del lavoro che tieni uniti i cosiddetti “grandi” della Terra. Usa e occidentali vendono armi ai loro satelliti, facendo finta di esportare la democrazia, Mosca può fare quello che vuole degli oppositori, Pechino (diventata per il suo peso economico, il vero nuovo nemico per gli Usa) ha mano libera per far fuori chi gli pare, le monarchie del Golfo possono strangolare chiunque senza che nessuno abbia da eccepire. È evidente l’assoluta mancanza di giustizia. Per essere tutti d’accordo bisogna che ognuno abbia la sua parte di sangue e di morti. Mai una volta che si senta qualcuno che difenda una causa giusta rispetto al destino dei popoli. Cinismo a dosi industriali per tutti, le nazioni, per interi popoli, per singoli individui, per le generazioni presenti e future. Nessuno dei leader mondiali sa dire una parola che somigli anche lontanamente alla giustizia. Nessuno di loro sembra all’altezza della responsabilità globale, intreccio tra crisi ecologica, salute globale e giustizia sociale. È la spaventosa mancanza di una lettura radicale che non significa estremista, ma che va “alla radice delle cose” (Marx), di un linguaggio politico in grado di restituire una speranza alla sofferenza di interi popoli.

La crisi del covid-19 (i paesi ricchi che corrono ad accaparrarsi le dosi, negando la produzione dei vaccini ai paesi poveri, le case farmaceutiche non hanno nessuna intenzione di rinunciare al controllo sui brevetti e relativi profitti), per quanto terribile non è paragonabile per grandezza e complessità alla catastrofe incombente del cambiamento climatico. Possiamo vederne i segni dappertutto, tra incendi, inondazioni, siccità e ondate di calore. Possiamo ancora limitare i danni del cambiamento climatico in modo da scongiurare lo sfollamento di milioni di persone? È ancora possibile evitare la distruzione delle principali regioni agricole del pianeta? Per farcela dovrà cambiare tutto: economia, industria, trasporti, anche la nostra vita. Prima che la pianura padana si allaghi, che i milanesi vadano al mare ai Lidi di Lodi, che le coste di Marche, Abruzzo e Molise somiglino a fiordi e Roma diventi una metropoli tropicale. Abbiamo bisogno di movimenti che sappiano mettere la classe dirigente con le spalle al muro per costringerla a cambiare direzione. L’esempio di Greta Thumberg e dei Fridays for future sono un’indicazione. Ma la soluzione alla triplice crisi: economica, pandemica e geopolitica, può essere trovata solo ribaltando i rapporti tra capitale finanziario e mondo produttivo e ribaltando i modi di produzione capitalistici. Compito immane e che richiede  una ripoliticizzazione, perché solo così si può combattere questo schema dominante, opponendo al cinismo la cura dell’altro, mediante pratiche solidali che ricreino il senso del comune e del futuro. Nessuno è troppo lontano per essere vicino. «Homo sum, humani nihil a me alienum puto» è una frase in lingua latina che significa: «Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me», in parole più semplici: «Nulla che sia umano mi è estraneo». È con questa profonda convinzione, espressione della solidarietà internazionale, che abbiamo sostenuto le lotte di liberazione dell’America Latina, a iniziare dalla rivoluzione sandinista del Nicaragua 19 luglio 1979, quando l’insurrezione popolare abbatté la dittatura e iniziò una delle esperienze di liberazione più luminose del Novecento. Certo da allora le cose sono profondamente cambiate, in Italia come in Nicaragua, dove le elezioni di novembre hanno visto la vittoria di Daniel Ortega (articolo in allegato). Purtroppo stiamo perdendo il senso della solidarietà, il riapparire di ideologie votate all’odio, l’estendersi degli atti di violenza contro le persone fragili, la criminalizzazione delle Organizzazioni non governative impegnate a salvare vite umane in mare. La stessa condanna subita da Mimmo Lucano sembra un processo alla solidarietà, un avvertimento a chi vuole aiutare i migranti. Condannare un uomo dignitoso, incensurato, povero di sostanze materiali a una pena degna di un mafioso è, nella migliore delle ipotesi (in attesa di vedere confermata la validità del dispositivo della sentenza), un eccesso di “accanimento terapeutico”, un’ammonizione educativa nei confronti dei cittadini francamente, totalmente fuori luogo.

Noi che non vogliamo farci carico di quanto avviene nel Mediterraneo-cimitero, figurarci se possiamo interessarci alle carovane dei migranti del centroamerica, confine invalicabile fra Stati Uniti e Messico, dove nord e sud del mondo sono a diretto contatto. Frontiera che esplicita la sofferenza, lo sfruttamento e la disuguaglianza fra benessere e “sottosviluppo” globale. Gli accampamenti di migranti sulla linea fortificata del Messico rappresentano la disperazione che cinge l’occidente “sviluppato”, una “nazione” di profughi permanenti “appaltati” a stati clienti Messico e Centramerica, o Turchia e Libia in Europa. Mentre dai governi del Sud c’è fin troppa disponibilità ad usare i migranti come pedine per negoziare pacchetti favorevoli di sussidi. Nessuno si è distinto onorevolmente in questo senso. Ha dichiarato la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez, sarebbe il caso di occuparsi delle ragioni dello sfacelo socioeconomico della regione e delle responsabilità degli Usa nel loro “cortile di casa”. “Gli Usa hanno contribuito al cambio di regime e alla destabilizzazione in America Latina. Non possono aiutare a dare fuoco alla casa di qualcuno e poi biasimarlo per la fuga (…) Gli Stati Uniti sono in parte responsabili della corruzione, della criminalità e della povertà che affliggono molti Paesi del triangolo meridionale. La chiusura non è un’opzione. Sarebbe utile se gli Stati Uniti riconoscessero il loro contributo alla destabilizzazione e al cambio di regime nella regione. Farlo può aiutarci a cambiare la politica estera, la politica commerciale, la politica climatica e la politica carceraria al confine degli Stati Uniti, così come la politica per affrontare le cause degli sfollamento di massa e della migrazione”. Se il razzismo è rifiuto radicale della convivenza, di far parte di una comunità in cui contano le vite di tutti, dove la cura per l’altro è la condizione della cura per la propria vita, allora la solidarietà internazionale è un elemento indispensabile. Non attitudine romantica, ma radice concreta di un metodo fondato sulla denuncia di condizioni di oppressione e la conseguente organizzazione politica per superarle. Non è un orpello, una parola buona per tutte le stagioni e per oliare tutte le politiche, è una modalità e un’esperienza che ci arriva attraversando i secoli: dalle misericordie medioevali, al mutualismo della rivoluzione industriale, nell’articolo 2 della nostra bella Costituzione repubblicana assume un contorno molto netto, politico. Per questo, come Associazione, vi chiediamo di dare una mano ai progetti di solidarietà con il popolo del Nicaragua. La solidarietà è fatta di tante piccoli azioni concrete, vorremmo continuare a sostenere le attività dedicati ai piccoli pazienti del reparto di oncologia pediatrica dell’Ospedale La Mascota di Managua. Un progetto che ha un respiro internazionale, iniziato più di 35 anni fa dall’Associazione svizzera per l’aiuto medico al Centro America (AMCA), in collaborazione con il Comitato Maria Letizia Verga di Monza.

Vi chiediamo, consapevoli dell’emergenza finanziaria aggravata dalla pandemia, di tesserarvi perché non è solo un gesto di solidarietà, è un modo concreto per sostenere il presente e il futuro dell’Ass.ne. Le tessere sono segni forti di fiducia. Viviamo solo del denaro che arriva con le tessere e il 5×1000, cui aggiungiamo il lavoro gratuito e la passione. Non è retorica, non abbiamo altro tipo di finanziamento. È un piccolo miracolo, in questo Paese triste e scoraggiato. Chi non s’iscrive non fa nulla di male, ma bisogna sapere che è un gesto di sottrazione. Crediamo che un tentativo collettivo vada fatto, alla fine magari fra un anno ci arrendiamo, ma è meglio arrendersi tutti assieme piuttosto che ognuno per conto suo. Non solo, se il bollettinoQuelli che Solidarietà” (con i suoi costi, dalla stampa al confezionamento busta cartacea, alle spese postali spedizione) può uscire con i suoi sei numeri (ogni volta che arriviamo alla fine dell’anno ci chiediamo come siamo riusciti a farcela) è perché ci sono soci che si concedono il piccolo lusso di versare qualcosa in più del tesseramento. Certo esiste la possibilità di passare alla pubblicazione on-line, ma la nostra è una difesa convinta dell’utilità di un testo cartaceo. Il mezzo usato non è indifferente e la velocità cui siamo indotti, l’usa e getta del mondo digitale (internet tutto brucia, pensieri e dimensione interiore) sia uno dei fattori di crisi messi in discussione dal coronavirus. Non siamo contrari ai social, alle nuove tecnologie, da anni si è aggiunto al bollettino cartaceo il sito blog (anche mantenere attivo un sito online ha i suoi costi). Cartaceo e digitale costituiscono due modalità diverse ma complementari di essere Ass. Ita-Nica. Ringraziamo tutti quelli che hanno continuato a seguirci con affetto e fiducia, nella nostra piccola grande impresa, di chi crede in una società non escludente, ma giusta e solidale. “Noi non contiamo niente ma dobbiamo operare come se tutto dipendesse da noi” (Santa Teresa di Lieseux). Perché vi è una sola umanità in un unico mondo vivente, casa comune dell’umanità intera.

Anticipatamente auguri di un sereno Natale e di felice Anno Nuovo con il Nicaragua nel cuore, sempre.